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La guerra in Ucraina e la minaccia nucleare: se gli Usa tentennano il mondo è a rischio

Con le elezioni di metà mandato, crescono dubbi e malumori sulla portata del sostegno a Kiev qualora l'invasione russa si prolungasse. E non è chiaro quale sarebbe la risposta di Washington nel caso in cui Mosca usasse l’atomica

«As long as it takes». Se questo mantra continua a tuonare nei corridoi della Casa Bianca, l’eco della promessa di sostegno «fino a quando sarà necessario», nelle ultime settimane, arriva flebile in Ucraina. Kiev teme i risultati che usciranno dalle urne americane, in occasione delle elezioni di metà mandato per il rinnovo del Congresso. I sondaggi parlano di un’onda rossa e prevedono che i repubblicani non solo riprenderanno la maggioranza alla Camera, ma avranno buone chance anche al Senato.

In dubbio non c’è il sostegno bipartisan all’Ucraina nel breve periodo, ma la tenuta e la consistenza dell’impegno se i tempi della guerra dovessero allungarsi. All’interno del partito repubblicano aumentano le voci che chiedono conto degli ingenti finanziamenti elargiti finora dagli Usa. La minaccia di non firmare «assegni in bianco», come ha detto Kevin McCarthy, leader della minoranza alla Camera, lasciando intendere la chiusura dei rubinetti, non è più una posizione isolata. E la contingenza economica incalza: l’inflazione molto alta sta piegando gli statunitensi e la loro solidarietà.

Sin dai primi giorni dell’invasione della Russia, Washington ha garantito il suo sostegno al presidente ucraino Zelensky impegnando per la causa quasi 60 miliardi di dollari, tra cui 18 in materiale bellico. Ultimo, un pacchetto da 275 milioni costituito soprattutto da munizioni aggiuntive per le armi già in loco, compresi gli Himars, i sistemi missilistici ad alta mobilità.

«Hanno detto che se vinceranno, non continueranno a finanziare l’Ucraina contro i russi. Questa gente non capisce. È una questione molto più grande dell’Ucraina: è l’Europa orientale. È la Nato», ha ammonito il presidente americano Biden, durante una raccolta fondi a pochi giorni dalle elezioni. In realtà, otto mesi di guerra qualche dubbio lo hanno insinuato anche in alcuni legislatori democratici. Ha creato imbarazzo l’appello per negoziazioni dirette con Mosca di una trentina di deputati progressisti, firmatari di una lettera poi ritirata a seguito delle scontate rimostranze della Casa Bianca.

La domanda riguarda la strategia in Ucraina, in una guerra che si teme possa diventare infinita. Ci si interroga su un piano dai contorni sfumati, data l’imprevedibilità di un avversario come Putin. L’impegno di Biden, comunque, non conosce tentennamenti e supera di gran lunga quello dei predecessori. Obama, ad esempio, nella crisi del 2014 si era rifiutato di fornire armi letali agli ucraini, puntando invece all’addestramento. Trump, pur sbracciandosi per migliorare le relazioni con Mosca, aveva approvato un pacchetto di aiuti e l’invio di missili Javelin anticarro. Ma aveva incluso la richiesta di un “favore” a Zelensky, quello di indagare su Hunter, figlio di Biden, e i suoi rapporti con la società energetica ucraina Burisma. Operazione costatagli un impeachment nel 2019.

«La stanchezza dell’opinione pubblica inizia a farsi sentire. In realtà, pensavo che sarebbe arrivata prima, sono molto sorpreso della solidarietà che hanno espresso gli americani», ci dice Sean McFate, esperto di strategie militari dell’Atlantic Council: «Le questioni interne influiranno, così come potrebbero diventare un problema i rifugiati ucraini che iniziano a stabilirsi nel nostro Paese. E se poi all’America venisse chiesto di pagare il conto del riscaldamento dell’Europa? L’inverno non aiuta».

Ma soprattutto non aiutano le minacce di un attacco nucleare arrivate direttamente dalla bocca del presidente russo Putin. E neanche la risposta nebulosa di Biden, «il rischio Armageddon» che evoca la catastrofe atomica.

«La Casa Bianca vuole comunicare al mondo di avere la situazione sotto controllo. Però credo che nello Studio Ovale sia ancora vivo un dibattito con posizioni molto diverse», precisa McFate: «È difficile fare previsioni. In Russia l’azione nucleare non dipende dalla decisione di un’istituzione politica, ma di un solo essere umano. E nessuno può entrare nella testa di Putin. Sono pericolose, però, le posizioni avventate. Ad esempio, quella del generale in pensione David Petraeus, che ha ipotizzato che in caso di attacco nucleare potremmo distruggere le loro forze armate e le flotte sul Mar Nero. E se poi la Russia lanciasse bombe atomiche su Washington e New York?».

Di «conseguenze catastrofiche» per la Russia ha parlato il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan. L’ultima diffida di questa portata risale a sessant’anni fa, quando Kennedy garantì che qualsiasi missile balistico lanciato da Cuba sarebbe stato considerato un attacco sovietico agli Usa. L’espressione conseguenze catastrofiche sembra includere qualsiasi cosa, dai gravi danni all’economia russa agli attacchi militari sul territorio, sottolinea su “Foreign Policy” Michael Auslin, ricercatore della Stanford University: «Questa ambiguità strategica di astenersi dal rivelare specificamente dove, quando e quale sarà la risposta scelta da Washington è una tattica consolidata, progettata per creare incertezza e rafforzare la deterrenza. Questo approccio è stato adottato soprattutto in relazione a Taiwan: non sapendo come reagiranno gli Stati Uniti, è difficile per la Cina calcolare i propri rischi. Dal punto di vista della deterrenza classica, togliere l’opzione nucleare dal tavolo indebolisce la posizione degli Stati Uniti, perché, se Putin non teme una risposta equivalente, potrebbe decidere che il rischio vale la pena».

Ad aumentare gli interrogativi è il piano sulla National Defense Strategy - presentato nei giorni scorsi dal Pentagono - in cui la Russia viene definita «minaccia acuta». La classificazione sembra far pensare a un ridimensionamento del problema. Arrivato dopo mesi di ritardo, il documento, invece, descrive come «sfida a lungo termine» quella cinese, con Pechino pronta a raggiungere circa 1.000 testate nucleari entro il 2030. Emerge un dato fondamentale: gli Stati Uniti abbandonano la dottrina del «no first use» e non escludono di usare per primi le armi nucleari.

La National Defense Strategy non soddisfa i repubblicani, che lanciano l’allarme sull’effettivo stato di salute della forza militare americana. Debole, secondo la classifica dell’Index of U.S. Military Strength, il rapporto per il 2023 che gira tra le scrivanie di media e politici di destra. A stilarlo è il think tank conservatore Heritage Foundation. «L’esercito americano rischia sempre più di non essere in grado di soddisfare le esigenze di difesa degli interessi nazionali vitali dell’America, logica conseguenza di anni di finanziamenti insufficienti, di priorità mal definite», si legge. L’indebolimento sarebbe evidente soprattutto per marina e aeronautica.

«Se fossimo coinvolti attivamente in una guerra in Europa saremmo pronti, però non saremmo capaci di fare nient’altro nel mondo e questo potrebbe dare l’opportunità alla Cina di invadere Taiwan o alla Corea del Nord di attaccare quella del Sud. L’amministrazione Biden continua a promettere supporto a tutti, ma dobbiamo aumentare il budget per la difesa», ci spiega Dakota Wood, ex ufficiale e oggi responsabile delle ricerche dell’Heritage Foundation nel settore della difesa.

In realtà, il budget è già ingente: ogni anno vengono spesi oltre 700 miliardi. «L’America è ancora una grande potenza mondiale. Ma per l’Heritage Foundation il concetto di guerra è fermo all’era giurassica», replica McFate. La verità è che i numeri non rendono la reale forza.

«Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Usa hanno portato a casa pochi risultati. Se bastasse la forza militare, non si spiega perché non abbiamo sconfitto i talebani, non abbiamo vinto in Iraq o in Vietnam contro uomini in ciabatte». Non si vincono le guerre non convenzionali con armi e strategie convenzionali. «Sappiamo che è fondamentale la cyber security, che l’America deve migliorare, il ruolo della disinformazione, la gestione della strumentalizzazione di problemi come quello dei migranti, solo per fare alcuni esempi».

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