Economia
22 gennaio, 2026Per la prima volta da due decenni gli investimenti nelle infrastrutture ecologiche sono stati nel 2025 inferiori agli investimenti dell’industria del fossile
Indovinate chi ha vinto la strenua battaglia fra Donald Trump, che definisce il riscaldamento globale una colossale “hoax”, una bufala, e la comunità scientifica internazionale che invece vede nel cambiamento climatico il maggior pericolo per la sopravvivenza dell’umanità. Opinione, quest’ultima, suffragata da decine di commissioni dell’Onu.
Insomma, chi ha vinto? Ovviamente lui, il tycoon diventato presidente non si sa bene grazie a quale allineamento astrale, lo spauracchio del Pianeta con la sua imprevedibilità e la sua irrazionalità ma soprattutto il suo potere infinito usato con sfrontata spregiudicatezza. «Sta di fatto che per la prima volta da due decenni gli investimenti nelle infrastrutture ecologiche sono stati nel 2025 inferiori agli investimenti dell’industria del fossile», ci spiega allarmato Robert Engle, l’economista della New York University – premio Nobel nel 2003 – che più di ogni altro si è speso a favore della causa ambientale. «È una deriva antistorica, antiscientifica, pericolosissima», dice Engle. L’ambientalismo all’improvviso è uscito dalla carta delle priorità in cui era entrato esattamente vent’anni fa, nel 2006, grazie ad Al Gore, il vicepresidente Usa nell’era di Bill Clinton (1993-2001) diventato ambientalista convinto, autore di “Una scomoda verità”, premio Oscar per il miglior documentario.
La politica degli Stati Uniti ma anche dell’Unione europea e di altri importanti Paesi, sta conoscendo la più clamorosa e imprevedibile delle conversioni ad “U”, riflessa dall’aritmetica dei mercati: i flussi netti di capitale a livello globale verso i fondi d’investimento che scelgono aziende e titoli basandosi sul rispetto della sostenibilità ambientale e sociale, i titoli “Esg” (Environmental, sustainability, governance), sono cresciuti all’impazzata fino al 2021, quando hanno superato i 600 miliardi di dollari. Alla fine di quell’anno, il centro studi della banca francese Bnp-Paribas, uno dei più attrezzati del mondo, espresse la previsione che nel 2022 la cifra avrebbe raggiunto i 900 miliardi di dollari, per poi crescere ancora negli anni successivi. Niente di tutto questo: nel 2022 è invece iniziata la ritirata, sospinta dall’attacco russo all’Ucraina e dalle incognite energetiche che comportava. Di colpo, si è persa qualsiasi prudenza: l’Europa e gli stessi Usa, si sono ritrovati a inseguire affannosamente fonti alternative al gas russo. Non c’era più spazio per criteri di scelta: petrolio, lo stesso gas, persino il carbone, erano diventati mete da raggiungere a ogni costo.
La riduzione dei fondi Esg è così partita, ed è continuata negli anni successivi. Nel 2024 la raccolta si era ridotta a 32 miliardi di dollari, e nel 2025 è stata addirittura in negativo, con 57,5 miliardi di disinvestimento netto. «Un’inversione di tendenza storica», l’ha definita Tito Boeri, economista della Bocconi, nell’ultimo numero della rivista “Eco”. Tutto lascia supporre che nell’anno appena cominciato proseguirà il cammino a ritroso. Le date infatti testimoniano che la frenata era iniziata prima del secondo mandato di Trump, «ma il presidente ha creato intorno a sé, con la sua aura di invincibilità, l’humus perfetto perché la sconfitta delle politiche ambientali diventasse una disfatta conclamata su tutta la linea», dice ancora l’economista Engle. Nel frattempo anche in Europa con singolare coincidenza, l’«ecosistema» Esg veniva abbattuto. Nel corso del 2025, tutte le scadenza temporali (tranne quella finale delle emissioni zero nel 2050) fissate dall’Ue sulla spinta dell’olandese Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione con la delega per il Green Deal nel precedente mandato di Ursula von der Leyen, sono state riviste al ribasso e la tempistica diluita. Per l’auto elettrica, per esempio, si era fissata al 2035 la data in cui doveva essere l’unico modello sul mercato, ora la scadenza è posticipata almeno al 2040. E anche i vari obblighi a carico sia delle imprese che dei proprietari immobiliari sono stati allentati e spostati più in là.
Ma cosa è andato storto? Come si spiega una così brusca inversione di marcia? Le tesi sono molte, ma una delle più accreditate è quella esplicitata da James Mackintosh, editorialista principe del Wall Street Journal. Non poteva reggere, è la sua opinione, l’equazione “Do good and do well”, fate del bene e fate bene, insomma il vostro investimento non solo migliora il mondo ma vi fa anche fare più soldi. E questo sia per i “green bond”, obbligazioni legate a società che mettono la sostenibilità al primo posto, che per le azioni delle stesse società. Invece è provato, si legge negli articoli di Mackintosh, che la sostenibilità ha un costo e che i titoli “verdi” spesso hanno una redditività e un incremento di valore inferiori ai titoli che viceversa puntano solo ed esplicitamente alla creazione di valore per i sottoscrittori. I titoli “normali”, insomma. E questo per l’elementare ragione che produrre emettendo meno CO2 o rispettando alla lettera le norme sulla gestione delle risorse umane, motivi nobilissimi s’intende, comportano investimenti che in qualche modo l’azienda deve recuperare. Se fosse stato detto con maggior trasparenza, non si avrebbero i cali attuali. «Negare che adottare comportamenti responsabili e ispirati da principi morali possa ridurre i profitti delle aziende ha ridotto la credibilità dello strumento», aggiunge Boeri dalle colonne di “Eco”.
La traduzione di questi dubbi in pratica, cioè nel linguaggio dei fatti, è il clamoroso voltafaccia di Larry Fink, potente Ceo di BlackRock, maggior fondo d’investimento del mondo con 14mila miliardi di patrimoni amministrati. Ogni inizio d’anno la sua lettera agli investitori è un evento fondamentale, destinato a orientare le scelte del villaggio globale della finanza. Nella lettera del gennaio 2020, con sorpresa generale, Fink annunciò che avrebbe usato i fondi gestiti da BlackRock (allora la metà di oggi, 7 trilioni) per attaccare il global warming. «È un totale riorientamento della finanza», scriveva. «Il cambiamento climatico è l’emergenza numero uno del Pianeta». L’intera comunità finanziaria, da colossi come JP Morgan alla più piccola start-up del trading, lo seguì in fretta distogliendo fondi dalle energie fossili e investendo nelle rinnovabili. Al forum di Davos di fine gennaio, alla vigilia dei lockdown pandemici, Fink si presentò con una sciarpona che riproduceva il grafico dell’aumento delle temperature sulla Terra. Sembrava l’alba di una nuova era, ma ebbe vita breve: secondo David Gelles, che segue la sostenibilità per il New York Times, l’industria del fossile si è scatenata in una maxi-operazione di lobbying con querele, indicazioni ai congressmen per leggi ad essa favorevoli, ritiro di conti correnti miliardari dalle finanziarie più impegnate nella tematica ambientale, ma soprattutto usando i social media per distruggere la reputazione di blasonati manager incluso Larry Fink. Risultato: anno dopo anno l’impegno è diventato meno vibrante ed è via via evaporato. Nella lettera del 2025 (si attende a breve quella del 2026), non c’è più nessuna citazione del problema Esg, né compaiono mai le parole “sostenibilità” o “net zero”. In parallelo, e sempre più da quando è iniziata l’era Trump, le banche si sono ritirate dalle iniziative ambientaliste e hanno ricominciato a finanziare progetti nel carbone e nel petrolio.
Del resto, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha fatto dell’urlo “Drill, baby drill” rivolto alle aziende petrolifere, ovvero trivellate a più non posso, un messaggio-chiave della sua campagna e poi del secondo mandato. Affiancandogli dichiarazioni di sfiducia totale nelle fonti rinnovabili nonché il blocco dei finanziamenti ai progetti eolici e solari, quando non addirittura il divieto di andare avanti con i lavori (con il corollario di un vistoso contenzioso giudiziario). Consequenziale è l’affidarsi agli investimenti delle compagnie petrolifere (che l’hanno generosamente finanziato in campagna elettorale) per rafforzare il suo potere e confermare la vocazione americana di carpire il petrolio degli altri: ieri l’Iraq di Saddam Hussein, oggi il Venezuela affidato a Delcy Rodriguez, domani forse l’Iran di Ali Khamenei. Sennonché, almeno 100 miliardi sono gli investimenti per ripristinare l’infrastruttura petrolifera venezuelana, arrugginita da decenni di incuria e abbandono. Per rilanciare questi sforzi e consolidare la centralità del business del greggio incurante di qualsiasi implicazione ecologica, Trump ha riunito il 9 gennaio alla Casa Bianca gli ad di una ventina di grandi gruppi del settore (compreso il Ceo dell’Eni, Claudio Descalzi): ma il suo tentativo di coinvolgerli nell’entusiasmo per la cattura di Nicolas Maduro è miseramente fallito. Il più esplicito è stato il Ceo della Exxon, Darren Woods, che ha definito “ininvestibile” il Venezuela. In puro stile da boss, Trump ha subito escluso la Exxon da qualsiasi eventuale futura valorizzazione del petrolio di Caracas.

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