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Opinioni
agosto, 2008

La politica li fa ricchi

Motivo di indignazione è che a molti potenti di casa nostra l'uso del potere per accumulare fortune risulta ancora del tutto normale

Il tema è: la ricchezza come naturale appannaggio del potere politico. Il primo ministro russo Putin e il presidente Medvedev hanno notoriamente patrimoni milionari depositati nelle banche svizzere, il capo del governo italiano ignora il conflitto di interesse, continua a far affari con le televisioni e il mercato immobiliare, per non parlare dei sultani e califfi sparsi per il mondo, di ogni razza e religione, che arrivano in vacanza nei nostri porti su barche lunghe cento metri e centinaia di invitati. Nulla di nuovo sotto il sole, ma qualche vistosa correzione rispetto alle rivoluzioni borghesi e alle loro costituzioni democratiche.

Prima di quelle rivoluzioni, il fatto che un politico, un condottiero, avesse pieno diritto a procurarsi una grande ricchezza facendo uso del suo potere era perfettamente normale. Persino il cristianesimo, la religione degli schiavi e dei poveri, lo aveva in pratica riconosciuto: 'Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio', essendo noto anche allora che la ricchezza di Cesare arrivava da sudditi tartassati e da nemici vinti. Senza la minima esitazione o interno dubbio Caio Giulio Cesare, sperperatore del patrimonio familiare, andava come luogotenente in Spagna a rifarsene una più grande nel giro di pochi mesi. E il Verre depredatore dei siciliani doveva avere davvero esagerato per meritarsi le accuse ciceroniane. Notoriamente il miliardario Crasso, ladro eccelso, veniva cercato come socio nel triumvirato da Cesare e Pompeo.

Non è che nel secolo borghese i conflitti di interesse fra politici e affari mancassero. Emanuele Filiberto, di ritorno dal servizio militare, rimetteva rapidamente assieme il patrimonio della sua casa, incamerando risaie in quel di Vercelli a lui fedelissima e anche il padre della patria, Vittorio Emanuele, non fu estraneo agli scandali bancari del Regno e alle tangenti raccolte con la costruzione delle strade e delle ferrovie. Persino alcuni garibaldini risolsero così i loro conflitti di interesse e un Medici del Vascello, passato al servizio della monarchia, venne premiato con la tenuta della Mandria, oggi quartiere residenziale della Torino ricca.

E allora? Che motivo di indignazione o di stupore ci può essere se un potente della politica ne approfitta per diventare ricco? Un motivo c'è, precisamente quello che si verifica quando la quantità di un comportamento diventa qualità e responsabilità, quando l'acquisto della ricchezza non ha più limiti e giustificazioni, quando soprattutto viene cancellato dal codice penale, considerato normale anzi benemerito.

Il capo del governo italiano, dicono i giornali, ha mandato una lettera di solidarietà e di auguri a un politico arrestato per malversazione sanitaria. E alcuni dei politici indagati e arrestati si affrettano a ricordare, come compagni di persecuzione, noti politici arrestati e condannati, in primis Bettino Craxi, di cui lamentano la 'persecuzione giudiziaria che si strinse attorno a lui', e così altre vittime del giustizialismo che si tolsero la vita non resistendo alla ingiustizia.

Ma forse sarebbe il caso di intendersi. Non aveva qualche responsabilità Craxi se una regolare sentenza, regolare anche per la Corte di giustizia europea, elencò le sue appropriazioni di pubblico denaro, e non ne aveva il dottor Gabriele Cagliari dell'Eni se la sua vedova spontaneamente restituì il denaro depositato in Svizzera? Ecco lì: il motivo di stupore e di indignazione è proprio questo, che a molti politici e potenti di casa nostra l'uso del potere per accumulare ricchezza risulta ancora del tutto normale.

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