Venerdì scorso il nostro bravissimo collega Filippo Ceccarelli ha scritto su "Repubblica" un articolo stimolante e sapido sull'Italia cafona. Lo spunto è l'opera del fotografo Umberto Pizzi che di quell'Italia è il ritrattista più eloquente; le immagini da lui colte nei salotti, nelle feste, nei luoghi d'incontro più svariati documentano con efficacia la cafoneria in tutti i suoi aspetti: nei volti, nelle pose, nei vestiti, nelle compagnie e nell'atmosfera che li avvolge.
Sono cafoni d'élite ma anche di massa, di tutte le età e di tutti i generi, una documentazione burlesca ma terribile. Apocalittica la definisce Ceccarelli, di bassissimo impero che sempre emerge nei passaggi d'epoca, quando una civiltà sta morendo senza che i morituri se ne accorgano e quella che verrà dopo non è ancora nata. Quell'articolo e quelle foto fanno pensare. Le civiltà muoiono nella sguaiataggine? Quando i canoni che le hanno caratterizzate stanno ormai scomparendo, le classi dirigenti che le hanno guidate si sono imbastardite, la cultura che le ha rappresentate è diventata afasica e balbettante e la morale ha cessato di porre un freno alla voglia di apparire?
CERTAMENTE SÌ , il passaggio di un'epoca non avviene mai tra rulli di tamburi e inni di gloria ma tra i lazzi, le ruberie, le viltà, i tradimenti, l'istupidimento delle folle e degli individui che le compongono. E la loro ripugnante cafoneria.
Ma questi tratti drammaticamente comici emergono soltanto quando un'epoca muore e l'altra che le succederà non è ancora nata? Oppure sono una costante del nostro modo d'essere di scimmia pensante che a volte rinuncia a pensare e torna a essere soltanto scimmia?
A me sembra che questa seconda ipotesi sia la più vicina alla realtà. I passaggi d'epoca sono scadenzati nel tempo lungo, un'epoca dura secoli e a volte millenni. L'imbastardimento della società è invece molto più frequente soprattutto in certi Paesi. Il nostro purtroppo è tra quelli dove la perdita della dignità è molto frequente e la ragione non è difficile da capire: noi abbiamo una vena anarcoide appena dissimulata da un'apparenza di socievolezza responsabile.
Non è un caso che lo Stato abbia fatto la sua comparsa appena 150 anni fa e sia stato considerato come luogo da conquistare più che come un'entità depositaria dell'interesse generale. La guerra "per bande" è un tratto essenziale nella nostra storia; la corruzione, il crimine organizzato, le clientele, la furbizia, l'arbitrio, il saccheggio delle casse pubbliche, sono fenomeni che hanno costellato la nostra storia molto prima che lo Stato nascesse e sono proseguiti dopo.
Naturalmente ci sono anche altri elementi nello spirito della società italiana. Il senso di responsabilità verso l'interesse generale non manca, e neppure il sentimento della patria, ma sono fragili e cedono facilmente alla spinta delle bande e alla mentalità ribalda che le alimenta.
DI SOLITO QUESTE VERITÀ vengono taciute o addirittura ignorate. C'è un tacito accordo sull'opportunità del silenzio sulle debolezze del nostro tessuto sociale. Gli elettori hanno sempre ragione e il popolo è saggio e sceglie il meglio o almeno il meno peggio: questi sono i luoghi comuni che sigillano il tacito accordo a ignorare la realtà. Ma la realtà non è questa.
Noi non abbiamo avuto se non per brevi intervalli una classe dirigente all'altezza delle sue funzioni; abbiamo avuto invece un florilegio di demagoghi e folle emotivamente manipolabili e manipolate. Questa è la realtà d'un Paese che merita la classe dirigente che l'ha sgovernata per secoli e al quale lo Stato unitario non è ancora riuscito a porre il timbro di una solida identità.
Da questa miscela nasce anche la nostra drammatica cafoneria. La Circe che trasformava gli uomini in maiali da noi si chiama Nicole Minetti e le sue olgettine. Il bassissimo impero purtroppo non segna un passaggio d'epoca ma una condizione latente che basta il demagogo di turno a evocare e a far tornare attuale.