Aperte virgolette. Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso... Gli impegni e la cooperazione in questo settore rimangono conformi agli impegni assunti nell’ambito della Nato che resta, per gli Stati che ne sono membri, il fondamento della loro difesa collettiva e l’istanza di attuazione della stessa. Chiuse virgolette. Sperava François Hollande che, invocando - per la prima volta - il paragrafo 7 dell’articolo 42 del Trattato di Lisbona, sarebbe riuscito a fare dell’Europa un esercito comune. Contro il Daesh, neonato stato islamico dei sunniti duri e puri. Ma così non è stato. Almeno finora.
O meglio. Tutti i paesi dell’Ue sono pronti a collaborare, ci mancherebbe altro; ma di lanciare bombe su Raqqa o di spedire soldati a caccia di bandiere nere, manco a parlarne. Alla Germania di Angela Merkel basta e avanza il precedente di Afghanistan e Iraq. Alla faccia della storica alleanza franco-tedesca. In quanto alla Gran Bretagna, più sta lontana dall’Europa più Cameron è contento, e comunque laburisti e pure un bel po’ di conservatori già hanno votato contro un impegno diretto inglese. Magari cambieranno idea, ma occorre tempo per passare di nuovo da Chamberlain a Churchill. E l’Italia? È la saga della prudenza: lotta (al terrorismo) sì, guerra no; bombardieri sì, ma senza bombe; in Afghanistan sì, in Siria no. E pure il trionfo del realismo: che cosa può fare un paese che non è riuscito a fermare i raid francesi in Libia, propaggine italica in terra africana?
Da tutti, massima cautela. Pesano i guai combinati a Tripoli e con la Guerra del Golfo, madre di tutti i disastri successivi: raffica di bombe, “boots on the ground” e dopo? E così Hollande è stato costretto alla più innaturale delle alleanze, quella con la Russia di Putin, lo stesso che sta con Iran e Siria, che ha sfidato l’Europa con l’operazione Ucraina, che non ha mai nascosto le sue simpatie per Marine Le Pen, appena finanziata con nove milioni di euro da una banca che gravita nell’orbita di zar Vladimir. Realpolitik. Al punto da spingere il presidente francese a mutare strategia, perfino a cancellare il siriano Assad dalla lista dei nemici e a iscriverlo d’ufficio, pro tempore, in quella degli amici da aiutare.
Grande confusione. E improvvisi campi di passo. Ma l’impressione è che a menare la danza sia più Putin che Hollande, o almeno che l’uno costringa l’altro a stargli dietro. Certo ora non aiuta l’abbattimento di un caccia russo da parte degli F16 di Ankara che fa gridare alla pugnalata nella schiena e tornare alla mente ostilità che si perdono nella notte dei tempi, ma di sicuro costringerà gli attori sulla scena a pronunciarsi. E a schierarsi. Con la Russia alleata della Francia, e dunque dell’Europa, o con la Turchia che combatte i curdi, gli unici in lotta contro il Daesh, ma che è a pieno diritto membro della Nato? Quarant’anni dopo Enrico Berlinguer, ci sentiremmo più sicuri sotto l’ombrello della Nato o sotto quello di Putin ansioso di partecipare da protagonista al Grande Gioco?
Già, la Nato. La fine dell’equilibrio in Medio Oriente, a lungo garantito dagli Usa, e la filosofia non interventista di Obama dovrebbero essere bilanciati oggi da un ruolo più marcato dell’Alleanza, dietro la quale l’Europa ha spesso ritrovato in passato coraggio di agire e unità di facciata. Ma così non è, e alle prudenze dei democratici americani scottati dal disastro Iraq e preoccupati dalla prossima campagna elettorale, fanno eco le cancellerie d’Europa sempre più chiuse entro i loro confini e dietro nuovi muri. Stati disuniti d’Europa. Come lo sono in economia, divisi tra nord e sud del continente, e sul dramma delle migrazioni intorno al quale non si è riusciti a trovare uno straccio di visione comune.
Consoliamoci con i Roma Talks, che fanno eco ai Syrian Talks di Vienna di un mese fa, e che il 10 dicembre richiameranno nella città del Giubileo il gotha della diplomazia e della finanza mondiale, re e ministri, Kerry e Lavrov (verrà?), banchieri e professori. Occasione di dialogo politico-diplomatico-economico dalle grandi pretese, tentativo di mettere insieme una coalizione almeno in un centro congressi. Inviti diramati da Matteo Renzi. Meglio padroni di casa che niente.
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