Segnali tempestosi si addensano sull’orizzonte europeo e non solo a causa del terrorismo dell’Islamic State. Un nemico, certo non sanguinario ma di sicuro ben più insidioso, opera ormai apertamente all’interno dell’Unione. Ne fornisce la prova, in termini più che mai espliciti, la lettera ufficiale con la quale il premier britannico pone le sue condizioni per la permanenza di Londra nell’Unione. Altro che attardarsi a soppesare i pro e i contro di un’eventuale “Brexit”, la posta in gioco è diventata ben più alta: in discussione ormai è l’avvenire stesso di quel grande progetto federale che politici saggi e lungimiranti avevano concepito sessant’anni fa sulle macerie fumanti dell’ultima guerra civile europea.
David Cameron non si limita a confermare che il suo paese intende continuare ad essere la nave più lenta dell’intero convoglio continentale. No, stavolta, il messaggio che viene da Downing Street spazza via anche gli ultimi margini di dubbio interpretativo sui suoi reali obiettivi. Cameron chiede e pretende che Londra abbia in permanenza mano libera quanto a moneta e fisco, segua regole proprie in materia di immigrazione e possa esercitare attraverso il suo parlamento una sorta di diritto di veto sulle decisioni comunitarie sgradite con validità “erga omnes”. In altre parole, se non piace a Westminster, non se ne fa nulla per tutti: come si usava nei rapporti con i “dominions” della corona ai tempi del Commonwealth. Insomma, un solenne funerale per quegli Stati Uniti d’Europa, vagheggiati nel 1945 niente meno che da Winston Churchill.
Cornice d’arroganza a parte, quel che più deve allarmare è la visione d’Europa che traspare da queste pretese. Il primo dato evidente è di natura economica: Londra concepisce l’Unione come niente di più che un’area di libero scambio ovvero un’associazione doganale, nella quale tuttavia ciascun socio resti libero di farsi la guerra con gli altri sul terreno della moneta e del regime fiscale. Il secondo e più grave dato è politico: Cameron manda dire che di progressi verso una reale integrazione federale del continente nemmeno si dovrà più parlare e, anzi, si dovrà fare pure qualche passo indietro laddove si sia seppur timidamente tentato di farne in avanti. Nessuno finora aveva mai lanciato un siluro così spudoratamente mirato contro il progetto di uno Stato federale europeo.
Ci si può anche non stupire di questo passo da parte del governo di Elisabetta II. Fin dal suo sbarco a Bruxelles, Londra ha operato per troncare, sopire, frenare qualunque slancio di maggiore integrazione europea. Più di recente poi ha colto al balzo l’opportunità offerta dal tracollo sovietico per favorire un allargamento massivo e concitato dell’Unione ai paesi dell’Est europeo. Con il non esplicito ma ben praticato obiettivo di gettare sabbia nei meccanismi decisionali del sistema fino a provocarne l’attuale patente paralisi. Calcolo senz’altro ben riuscito, dato che proprio in alcuni paesi dell’Est - dalla Polonia all’Ungheria - si manifestano ora i maggiori fattori di renitenza e disgregazione dell’ideale europeo. Ed è a questa Europa resa flaccida, obesa e impotente che oggi Londra si accinge ad assestare il colpo finale.
In questo scenario minaccioso chi abbia ancora a cuore il sogno federale ha il dovere di gettarsi alle spalle le futili retoriche unitarie e di rimettere i piedi nella realtà. In primo luogo riconoscendo che la sopravvivenza del progetto antico rende necessaria per l’Unione attuale una severa seppur dolorosa dieta dimagrante. Gli sforzi per far muovere assieme 28 paesi sono diventati insostenibili. Occorre ritornare e presto alla formazione di un nucleo ristretto di Stati che, accelerando sul cammino della reciproca integrazione, forzino il passo verso la meta storica della federazione. Tocca, in particolare, ai maggiori paesi che hanno già messo in comune la loro moneta ritrovare quell’audacia di scelte che è propria della grande politica. Si spalanca per l’Italia una straordinaria opportunità di iniziativa: Matteo Renzi ne è consapevole?