Le ultime correzioni dell’Istat ai dati dell’economia e della finanza pubblica gettano luci ?e ombre sulla manovra che il governo prepara per il 2017. Dicono, per esempio, che l’Italia aveva cominciato a uscire dalla recessione già a fine 2014 ovvero nel primo anno del governo Renzi, che così può sentirsi legittimato a rivendicare la provata utilità del discusso decreto sugli 80 euro. Non meno significativa è la variazione del rapporto fra debito e Pil, cresciuto lo scorso anno mezzo punto percentuale in meno di quanto stimato finora. D’altra parte, però, l’Istat ridimensiona di un decimale - da più 0,8 a più 0,7 - l’incremento del Pil nel 2015 con effetti frenanti a cascata sulle aspettative per quest’anno e per il prossimo.
Ciò che più interessa, al di là degli specifici dettagli, è che anche queste ultime statistiche confermano un dato di fondo: la fragilità sia del bilancio pubblico sia del sistema produttivo. Nell’altalena fra decimali in più o in meno queste cifre mettono così a nudo una realtà che un po’ tutti preferiscono far finta di non vedere. Il governo perché impegnato a diffondere semi ?di fiducia nella speranza che possano tradursi in germogli di ripresa. Le opposizioni perché forse più spaventate che allettate dall’idea di doversi trovare in mano una patata bollente che, a giudicare dai loro abborracciati propositi, non saprebbero nemmeno come gestire.
Questa scomoda realtà nascosta è molto semplice da riconoscere: la crisi nella quale l’Italia è entrata tra il 2007 e il 2008 richiede anni e anni di duro lavoro. Anche perché aggravata, oltre che da una congiuntura esterna sfavorevole, da un dibattito politico interno riluttante a discernere la complessità dei problemi. Si prenda uno dei temi ricorrenti nelle polemiche politiche, quello dei tagli a una spesa pubblica sicuramente eccessiva. È stucchevole che il confronto in materia oscilli, da un lato, fra chi sostiene quanto di più si poteva fare e non è stato fatto e, dal lato opposto, da un governo che replica - lo ha appena fatto il ministro Pier Carlo Padoan - sottolineando come, negli ultimi anni, la spesa in termini reali sia diminuita in Italia e invece aumentata nel complesso dell’Unione europea.
Il punto che sembra sfuggire - sia al governo sia ai suoi critici - è che di tagli alla spesa pubblica in Italia si dovrebbe discutere non tanto in termini quantitativi quanto qualitativi e redistributivi. E ciò, a maggior ragione, perché da tempo l’economia del Paese sta attraversando una fase regressiva sul versante dei consumi e degli investimenti, in particolare privati. L’impegno a prosciugare le paludi di spreco sedimentate nel bilancio pubblico resta sacrosanto. Tanto più alla luce del debito che lo Stato si trova sul groppone. Ma attenzione: ogni riduzione delle uscite pubbliche comporta un calo della domanda interna. In fasi congiunturali espansive l’operazione avrebbe soltanto effetti positivi perché renderebbe più solido il bilancio moderando anche il rischio di avvitamenti inflattivi. Oggi la situazione è assai diversa: la crescita langue in un contesto minacciosamente deflattivo.
Perciò i tanto invocati tagli di spesa avrebbero certo qualche effetto utile per il controllo ?del debito ma rivelandosi più compiutamente profittevoli soltanto qualora le risorse risparmiate fossero indirizzate a sostegno della crescita economica. Ovvero fossero impegnate vuoi in maggiori investimenti vuoi in riduzione delle imposte soprattutto su lavoro e attività produttive. Ciò comporta che gli interventi sulla spesa pubblica debbano obbedire non a obiettivi di risparmio indifferenziati - tagliare per tagliare - ma a una logica selettiva che punti a ridimensionare il rapporto fra debito e Pil, evitando che la diminuzione del primo agisca da freno sulla ?crescita del secondo.
Una rotta non facile da percorrere in un Paese nel quale anche il dibattito sulla politica economica e di bilancio si è ormai imbarbarito riducendosi a sterile terreno di scontro tra fazioni pro ?o contro Matteo Renzi