Bello il gesto di recarsi a Ventotene. Bello e parecchio impegnativo per Matteo Renzi. Non si va nel luogo dove l’idea di un’Europa federata è sbocciata in uno dei momenti più bui della recente storia continentale se non si ha in mente di perseguire fino in fondo il cammino tracciato allora da lungimiranti visionari quali Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Guai, insomma, se l’omaggio ai precursori del grande progetto non fosse seguito da una forte azione politica per contrastare le crescenti derive nazionalistiche e riaprire la strada a una maggiore integrazione fra i paesi dell’Unione. Peggio ancora, poi, se tutto dovesse risolversi in un espediente mediatico per destreggiarsi nel confronto in atto su questioni contingenti quali i decimali di disavanzo o le sofferenze bancarie.
Lo spirito di Ventotene indica che questi e altri problemi del momento debbono essere inquadrati in una visione più alta, europea appunto. Dietro la querelle sui disavanzi, per esempio, c’è un nodo di fondo che va affrontato a viso aperto. Si tratta di decidere se l’aggiustamento dei conti pubblici vada perseguito soltanto con politiche di austerità, ancorché mitigate a tratti da capricciose concessioni di flessibilità, ovvero occorra spingere con forza la crescita economica attraverso una robusta strategia di maggiori investimenti. Si fa presto a dire che sarebbe un bel passo “federale” la nomina di un ministro delle Finanze dell’Unione (Come hanno chiesto i governatori delle Banche centrali di Germania e Francia). Ma con quale investitura e per seguire quale politica economica? E ancora: si tratta di chiedersi con urgenza quanto possa reggere un’unione monetaria nella quale ciascun membro è libero di manipolare i prelievi fiscali facendo concorrenza sleale agli altri soci e così favorendo fenomeni clamorosi di evasione tributaria (vedi pag. 18). Per non dire poi di un’unione bancaria tuttora incompiuta o delle regressioni tribali in tema di accoglienza dei migranti.
Ecco i temi alti e cruciali da squadernare ai vertici comunitari da parte di chi voglia davvero impegnarsi nel recupero del grande ideale europeo. La costruzione di un’Europa federale non è un pranzo di gala nel quale fare sfoggio di belle parole e buoni sentimenti. Oggi si tratta di imbarcarsi in una lotta dura, una vera e propria guerra politica, contro le rivendicazioni nazional-populiste che un allargamento precipitoso dell’Ue sta alimentando a dismisura. Come testimoniano le inclinazioni di alcuni paesi dell’Est a considerare Bruxelles come un bancomat dei loro interessi domestici. Ma come prova soprattutto la tentazione del paese più forte di sfruttare l’attuale frammentazione per riproporre all’Europa intera una versione aggiornata dell’antico disegno svevo: Ein Volk, Ein Reich, Ein Führer.
In questo scenario suonano francamente patetici i diffusi richiami al galateo della tavola comunitaria. Oggi non si tratta di rispettare il corretto uso delle posate ma di rimettere in discussione l’intero menù. Ciò comporta che si riscoprano anzitutto le armi della politica. Cominciando con il riconoscere i limiti gravi del compromesso raggiunto fra popolari e socialisti a Strasburgo per dare vita alla Commissione Juncker. Un’intesa spiegata con l’esigenza di arginare le forze più antieuropee ma che ha ottenuto l’effetto opposto avendo trasformato Bruxelles in una palude politica nella quale prospera un potere burocratico inevitabilmente orientato a seguire la voce dell’azionista più forte, la Germania appunto.
Occorre quindi smascherare l’obliquo inganno della fine delle ideologie e dell’indifferenza fra destra e sinistra al riparo del quale prospera da tempo la visione di un’Europa come mappa di confini e poteri nazionali. Come ci insegna il Manifesto di Ventotene l’essenza della politica sta nell’incessante confronto/scontro fra le diverse concezioni del mondo che il fertile pensiero politico europeo ha sedimentato nei secoli. Giunto, perciò, è il momento di ricordare ai socialisti di Francia e Germania che la loro sudditanza alle ragioni di Stato nazionali è oggi la principale causa della crisi del progetto europeo.