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Opinioni
maggio, 2016

Se gli italiani hanno smesso di inventare

Non c’è solo la rigidità europea. Sulla crescita scarsa pesa anche la bassa produttività. Perché  le imprese investono e innovano troppo poco

Dice Matteo Renzi che avrebbe voluto anche di più. Ma stavolta è un fatto che l’Italia, quanto a flessibilità dei conti pubblici, ha ottenuto più di quanto sia stato riconosciuto ad altri paesi dell’Unione. Il margine di sforamento consentito per quest’anno sarà dello 0,85 per cento. Vale a dire circa 14 miliardi che da soli spazzano via, per esempio, la minacciosa tagliola degli aumenti di Iva e accise previsti dalla pregressa e non trascurabile “clausola di salvaguardia”. Andare in Europa a chiedere indulgenza contabile in nome di un paese pesantemente indebitato come il nostro non era impresa semplice. Occorre dare atto al governo - segnatamente al ministro Padoan - di aver negoziato con duttilità e intelligenza riuscendo a farsi prendere sul serio a Bruxelles, come all’Italia non capitava dai lontani tempi di Carlo Azeglio Ciampi. Bene, dunque: si è superato un ostacolo che altrimenti avrebbe compromesso i primi germogli di ripresa in atto. Non c’è, però, da farsi illusioni. Vinta questa difficile battaglia, la guerra continua: sul fronte esterno, come su quello interno.

Quanto al primo, va ricordato che un conto è aver strappato concessioni pur importanti in termini di elasticità di bilancio, mentre tutt’altra cosa sarebbe ottenere una revisione dei criteri di cieca austerità contabile che restano scolpiti nella pietra del trattato di Maastricht e del “fiscal compact”. Sarà, come diceva Richelieu, che fare una legge e non farla rispettare equivale ad abrogarla. Ma l’Europa di oggi è assai diversa da quella dei tempi del Cardinale. Non solo perché questo non pare proprio il momento politicamente più favorevole per proporre ai singoli parlamenti nazionali la ratifica di una riforma dei Trattati. Ma anche perché il paese oggi egemone nell’Unione - la Germania - non perde occasione per ribadire che il pareggio di bilancio deve restare comunque impegno cruciale per tutti i soci dell’euro. E prima che Berlino si acconci a una svolta su questo snodo chissà quanti cammelli dovranno passare per la fatidica cruna dell’ago. Insomma, se già non è stato agevole per l’Italia strappare uno sconto sul bilancio 2016, figuriamoci quanto più faticoso sarà negoziare per l’anno prossimo. La guerra continua, appunto.

Riguardo al fronte interno, le cose sono non meno complicate. Dopo i primi passi di fuoriuscita dalla lunga recessione ora emerge, trimestre dopo trimestre, che la nostra ripresa resta fragile e comunque più debole di quella degli altri maggiori soci europei. Sembra così venire alla luce una sorta di gap strutturale che diventa sempre più arduo spiegare soltanto con il noto elenco dei nostri handicap più dibattuti: pressione fiscale, credito stentato, lentezza della giustizia civile e così via. Sui quali, per altro, il governo si dice impegnato a intervenire.

Anche a causa delle difficoltà delle nostre esportazioni diventa, piuttosto, legittimo il dubbio che qualche serio intoppo vada individuato nei meccanismi dell’economia reale. Dove nicchie di eccellenza mondiale convivono in un corpaccione industriale composto in larga misura da imprese restie all’innovazione e avare di investimenti.

Né basta riconoscere che il nodo principale dell’economia italiana è oggi quello della bassa competitività, se poi questa viene attribuita soltanto agli intralci della cornice fiscale e legislativa o al costo del lavoro.

C’è un male più sottile e profondo col quale confrontarsi: in molte imprese domestiche si è attenuata o persa la volontà di inventarsi prodotti e processi produttivi in grado di intercettare al meglio i cambiamenti in corso nella domanda mondiale. È un po’ come se il grosso del nostro sistema produttivo non abbia ancora fatto fino in fondo i conti con la svolta impressa dal combinato disposto di globalizzazione dell’economia mondiale e di abbandono delle svalutazioni facili. Un serio problema non solo per Renzi e Padoan, ma per il paese. Anche perché, quando il cavallo non beve - ammoniva il vecchio Cesare Merzagora - non è che gli si possa fare un clistere.

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