Accade dunque che instabili e ingovernabili siano adesso coloro che, per anni, ci hanno tacciato, con un certo disgusto istituzionale, di instabilità ?e ingovernabilità. Contrappassi. ?È vero, da noi la malattia ha finito per assumere nel dopoguerra caratteri di cronicità - una sessantina di governi ?e una trentina di premier, contro i 23 governi e gli otto cancellieri della Grande Germania - ma nonostante i trascorsi c’è oggi chi gioisce pensando al bue che dice cornuto all’asino, al cencio che dice male di straccio, ecc. ecc. E si prepara così al prossimo dopovoto che, secondo i sondaggi ?e le tecnicalità elettorali, difficilmente ?ci restituirà una maggioranza e un governo. Ma più che sorridere dovrebbe preoccuparsi assai.
Il virus dell’ingovernabilità dilaga in tutta Europa. In Germania, dal voto di settembre a oggi, sono stati abbattuti totem che sembravano solidi come roccia: Angela Merkel, cancelliera ?da dodici anni, è arrivata prima, ma perdendo in proporzione tanto quanto ?il socialdemocratico Martin Schultz, l’altro perno del governo sconfitto ?dalle urne; il tanto agognato sistema elettorale tedesco (do you remember ?il “tedeschellum”?) non è riuscito ?a garantire uno sbocco certo; morta una (grande) coalizione, poi, non se ne riesce a fare un’altra e a questo punto le uniche soluzioni possibili sono un governo di minoranza, che Merkel non vorrebbe, o il ritorno alle urne che non piace al presidente della Repubblica Frank-Walter Steinmeier. Che lancia ?un appello alla stabilità, manco ?fosse Giorgio Napolitano ?o Sergio Mattarella…
E non basta, ci sono paesi sgovernati per mesi che non hanno subìto per questo né scossoni né battute d’arresto. L’Olanda di Mark Rutte ha faticato 220 giorni per mettere su un governo - un quadripartito, per la prima volta - ma intanto ha segnato il record ?di crescita dal 2007, ed è riuscita pure a strappare l’agenzia europea del farmaco (Ema) all’Italia di Sandro Gozi e Beatrice Lorenzin. In Spagna si è rischiato il terzo voto in due anni e il premier Mariano Rajoy si è ritrovato spesso senza una maggioranza, ma se è vero che gli è scoppiata tra le mani la grana della Catalogna, è anche vero che la Spagna va a una velocità doppia dell’Italia. Infine c’è il caso di scuola del Belgio, record del vivere felici e contenti senza ministri né premier - due anni - di cui l’economia non sembra essersi accorta (ma forse i terroristi sì…).
Intendiamoci, una robusta scuola ?di pensiero coltiva il paradosso di un’economia che si dispieghi senza vincoli di governo. E a giudicare dalle cose di cui si parla in campagna elettorale - calo delle tasse e manovra ?in deficit (Di Maio), età pensionabile ?(Pd e sinistra), mille euro al mese alle casalinghe e doppia moneta (Berlusconi), bonus vari (tutti) - è facile capire perché la pensi così chi si misura ogni giorno con i mercati: meglio non fare niente, meglio niente governi... Ingovernabilità e instabilità sarebbero, insomma, rischi largamente sovrastimati? Certo, in Olanda, ?Belgio, Spagna, Germania il fenomeno passa quasi sotto silenzio, mentre ?qui «per dieci minuti di incertezza politica scoppia l’ira di Dio» (copyright Romano Prodi).
Giusto, ma c’è un perché, anzi non solo uno. Se è vero che il sistema italiano si è dimostrato più che stabile - le scelte di fondo su libertà, europeismo, atlantismo non sono state mai contraddette - è anche vero che il tasso di rissosità ?di partiti e movimenti vecchi e nuovi è sempre talmente alto da costituire di per sé un elemento di incertezza e da dividere gli uni dagli altri più dell’agenda di governo. Dopo settimane di trattative la frattura in Germania si è consumata su immigrazione e carbone, sui quali Verdi, liberali e Merkel la pensano in modo diverso su quantità, qualità, tempi, modi dei singoli interventi; qui alzi la mano chi ha capito cosa divida Salvini da Berlusconi o Bersani da Renzi o Di Maio, in quanto a dettagliati programmi di governo, però, non a vaghe enunciazioni politiche di principio. Non solo. Altrove, la generale qualità della classe dirigente, il buon funzionamento della macchina pubblica e un diffuso senso dello Stato mettono il sistema ?al riparo, perfino attenuano i rischi ?di stagioni senza governo. Da noi, no. ?E non dobbiamo preoccuparci?
Infine. Incertezza e ingovernabilità avevano fino a ieri origini diverse, e comunque tutto si muoveva entro un perimetro nel quale, bene o male, si garantiva sviluppo e democrazia. I partiti al centro dello schieramento politico, con il contributo delle forze riformiste, sono sempre riusciti ad arginare estremismi e populismi. Finora. Oggi, come dimostrano vicende recenti - dalla Germania alla Spagna all’Italia - non è più così. L’Europa sembra unita solo dalla sensazione comune che i governi non dispongano più dei mezzi necessari a contrastare una realtà sempre più complessa, tanto da poterne fare a meno; che le istituzioni siano malate ?e inquinate; che gli egoismi abbiano soppiantato passione civile e bene comune. Lasciando spazio alle destre xenofobe, ai movimenti sovranisti, ?ai populismi vuoti. E quel difficile equilibrio, finora preservato, sul quale ?si regge tutta l’impalcatura rischia ?di spezzarsi. Auguri.
Twitter @bmanfellotto