Bisogna dare retta all’algoritmo. È colpa dell’algoritmo. Oddio è sbagliato l’algoritmo. Tranne i tecnici, nessuno ha una vera idea di cosa voglia dire questo termine. Ma spunta dappertutto, lo usano lo stesso tutti, c’è l’invasione degli algoritmi.
Secondo una versione impressionista da comuni mortali sarebbe un qualunque insieme d’istruzioni specifiche - in genere per la costruzione di software per computer e robot - per eseguire un’elaborazione, risolvere un problema. Per gli esperti del ramo lo è anche la sequenza della preparazione di un caffè. What else? Se non un algoritmo?
Il tutto risulta un po’ arcano, ma che importa, che sottigliezza voler capire a fondo, non è più epoca di apprendimento. È sufficiente orecchiare e memorizzare. Conta far intuire che si è sul pezzo visto che è il logos più libidinoso del momento, Orwell, Casaleggio per non parlare di Grillo approverebbero. L’algoritmo ci salverà o ci seppellirà? Non si sa. Lo si vedrà.
Dopo la post verità, dopo la scoperta dell’uso delle fake news, false notizie o balle in linguaggio terra terra - vuoi mettere dette in inglese? - l’algoritmo sale nella classifica per intensità e per frequenza, sembra impossibile respirare senza, ora si è appena saputo che ripara anche le foto sbiadite. Alcuni lo confondono con il bioritmo ma si tratta di sbadati mammuth dell’età dell’acquario, del tempo di Jesus Christ Superstar, famoso musical anni Settanta di Andrew Lloyd Webber (la nota è per i millennial).
L’algoritmo è senza cuore, perfino peggio dei padroni. Dai giornali si apprende che determina turni spietati e provoca licenziamenti (è successo all’Ikea, il colosso svedese) e quindi Bersani e D’Alema smettano d’incriminare Renzi per l’articolo 18. Che antichi, che sbiaditi, non se ne sono accorti ma il nemico è diventato altro. L’algoritmo o l’articolo 18, questo è il problema.
Per i grillini è pane quotidiano, fa parte del kit, quanto ne sappiano poi è questione esoterica. Dalle parti del Cavaliere l’affinità generazionale dovrebbe andare a braccetto più con il pallottoliere ma con Berlusconi vai a sapere. Renzi affronta la faccenda, avverte che i Cinque Stelle «non sono un partito ma un algoritmo» (a Repubblica) e che lui non vuole una sinistra dell’algoritmo. Giuliano Da Empoli intellettuale adepto segue la linea - come non potrebbe - scrivendo il pamphlet “La rabbia e l’algoritmo”.
Poi succede che il procedimento torni utile e Marco Carrai, cyber-consulente del segretario Pd nonché amico del cuore, dichiari di studiare con uno scienziato internazionale (il dottor Stranamore? Frankenstein? Archimede Pitagorico?) un «algoritmo verità che tramite artificial intelligence riesca a capire se una notizia è falsa» (così ha spiegato al “Corriere”).
Renzi combatte perché la sinistra non sia un algoritmo. L’intento è nobile ma il dubbio sorge. Se la situazione fosse gestita da un algoritmo magari il partito metterebbe la testa a partito.
Nella società dei consumi e degli algoritmi si spalancano prospettive allettanti, per esempio quella di robot programmati da algoritmi benemeriti con i quali andare al supermercato, fare shopping, vedere film romantici senza avere al fianco musi lunghi e passi strascicati. Algoritmi affidabili potrebbero controllare le badanti dedite agli anziani evitando che alcune furbacchione seducano e portino all’altare gli adorabili accuditi. Algoritmi educati alle consuetudini familiari potrebbero anche segnalare azioni fuori luogo e sospette di figli e nipoti che armeggino all’improvviso con sostanze venefiche come il tallio.
Ma in una possibile degenerazione si aprono scenari da film fantascientifici come quello citato da un lavoratore (intervistato dal “Fatto Quotidiano”) che ha evocato «la tirannia dell’algoritmo». Naturalmente l’algoritmo non sostituisce arte, creatività, talento e affetto. Ma insidia il lavoro. Più che la riesumazione dell’articolo 18 sollevata da Mdp con Bersani e D’Alema e dai grillini con Di Maio sarebbe meglio affrontare gli effetti della disoccupazione tecnologica. Forse è il caso di svecchiarsi, magari con un algoritmo.