Prima del dibattito. È giusto lavarsi e pettinarsi prima di entrare in uno studio televisivo, o è solo una forma di ipocrisia che serve a dissimulare il vigoroso afrore che ogni essere umano ha il diritto, anzi il dovere di emettere? Se vi ritrovate faccia a faccia con un cacciatore di crotali ancora madido di sudore e polvere del deserto, o con un biker neonazista che ha appena cambiato l’olio alla sua Harley, che figura ci fate vestiti come un professore di Harvard e freschi di acqua di colonia? La gente penserà che voi siete l’establishment, loro il popolo. D’altra parte, non sareste credibili con un chiodo borchiato, o vestiti con pelli di coniglio. Meglio, dunque, rimanere voi stessi, ma mantenendo un deciso understatement. Se indossate una giacca, deve essere moderatamente brutta, con tendenza al pacchiano, e avere almeno uno strappo, ben visibile dalle telecamere. Basta con le camicie appena stirate, gli esperti suggeriscono una media stazzonatura e, possibilmente, qualche macchia di sugo, possibilmente ketchup.<
Durante il dibattito. Il vostro avversario irrompe in uno studio televisivo su un gippone, sventolando una bandiera sudista e sparando in aria con la sua Colt. Variante (tipica degli stati del Sud): irrompe nello studio cavalcando un toro da rodeo e tentando di catturarvi con il lazo. È sbagliatissimo scappare urlando «arrestate quel pazzo!», sarebbe solo l’ennesima dimostrazione che non avete alcuna dimestichezza con le tradizioni popolari. Molto meglio rimanere educatamente seduti e lasciarsi travolgere, partecipando all’evento con una serenità che l’elettorato moderato apprezzerà sicuramente. Importante, anche, salutare con cordialità gli altri ospiti all’inizio del dibattito, mantenendo il sorriso anche se il locale portavoce del Ku Klux Klan vi afferra per i genitali sibilando «inginocchiati, verme» (se siete maschi), vi deride per l’aspetto fisico e vi intima di tornare ai fornelli (se siete femmine), tenta di impiccarvi (se siete neri).
Lunghezza delle frasi. Le frasi composte da più di sette parole vanno evitate, perché rivelano la volontà di escludere il popolo dalla discussione. La frase che avete appena letto, per esempio, è composta di ben diciassette parole, dunque è comprensibile solo dagli abitanti dei centri storici con reddito superiore ai 2800 euro mensili. Naturalmente ci sono le eccezioni: anche Robert Bagginasca, imprenditore leghista che vive in un centro rurale e ha un reddito annuo (in nero) quadruplo di quello di un rettore universitario, non è in grado di leggere frasi superiori alle due righe perché non sa che si deve andare a capo, e cerca il seguito della riga sul retro della pagina. Ma sono eccezioni che confermano la regola: le frasi lunghe vanno evitate se non si vuole sembrare un professorino saccente, o un borghesuccio con la puzza sotto il naso. Esempio di frasi brevi, consigliate come incipit per un dibattito televisivo, il modo giusto per entrare in sintonia con tutti i settori dell’elettorato: «Voglio bene a papà e mamma», «Ehi amico, facciamoci una birretta», «D’inverno fa freddo, d’estate caldo», «Mi piace il mare, ma anche la montagna», «L’Italia agli italiani».
Opposti estremismi. Vecchia categoria di giudizio politico, già in vigore ai tempo di Caino e Abele, che fu molto lodato dagli analisti del tempo per non essere sceso allo stesso livello di Caino, evitando così la trappola degli opposti estremismi. La regola vale, identica, anche oggi: se rispondi per le rime a un energumeno che ti dice “stronzo”, sei un opposto estremista, e ci sarà subito un analista che te lo fa notare, con grave danno alla tua reputazione democratica.