Ho sempre percepito la Repubblica come una forma sbarazzina di Monarchia. Lì regnava uno so lo, qui lo fanno in tanti. Il criterio è ancora quello, c’è chi comanda su indicazione del popolo che non comanda mai. Non è dibattito, ma un dato inconfutabile. Noi facciamo la festa a chi governa rivendicando l’adesione alla bandiera. Per chi non vede differenze tra gli esseri umani, l’appartenenza è un surrogato della reclusione. E questo può accadere. La cosa che non quadra è celebrare un gruppetto che dispone e una maggioranza che si adatta.
Avrei preferito una Repubblica dove comandavano tutti tranne uno, un esempio sublime di democrazia che rovescia il principio stesso della Monarchia: solo uno, il più ramingo, non può dire la sua e deve adeguarsi al volere degli altri. Una vera minoranza, la minoranza autentica: uno. Però è poco prudente, perché se quell’uno riuscisse nel colpo di Stato, si troverebbe nella scomoda posizione del sovrano che tiranneggia su ogni prototipo di democrazia passata.
L’unica possibilità è comandare tutti in simultanea e spedire in esilio colui che sottostava, generando il più alto modello di Nazione auspicabile: il dominio in mano a tutti che, non potendo esercitarlo poiché nessuno lo patisce, rinunciano allo scettro e se ne vanno in proscrizione altrove, dando vita alla Repubblica per eccellenza, quella del paese senza chi ci vive. È il mio pronostico, ma non credo di azzeccarlo entro il 2 giugno corrente. E allora spazio ai ricordi di quando da piccolo, nel periodo dei festeggiamenti, assistetti alla parata militare presso la Caserma di Polizia Santa Barbara a Nettuno, dove mio padre era in quel tempo Brigadiere.
Rammento i battaglioni procedere con passo solenne, un piede dopo l’altro e l’altro ancora, mia madre indicava il Presidente in carica Giovanni Leone, mia sorella, condannata dall’infanzia a essere bassa, non vedeva i corazzieri, le armate si esibivano in pose innaturali, con le gambe levate verso il cielo a rallentare il movimento. E mi chiedevo che bisogno c’era di camminare come n on avrebbero mai camminato, di agitare le braccia a segmenti e la testa a scatti paralleli, mi domandavo se in battaglia ci fosse tempo per l’estetica, ammesso che l’incanto sia in un piede che dà la caccia al successivo.
E poi gli alpini, mortificati a sfilare in pianura, sull’asfalto rovente, proprio loro che siedono quasi alla destra del Padre. A un certo punto i cani saltarono dentro i cerchi di fuoco, situazione assai improbabile, perché nella vita di tutti i giorni o dai fuoco al cerchio in attesa che il randagio si appalesi, oppure adotti una bestiola aspettando che qualcuno infiammi il disco. Gli unici normali erano i bersaglieri, a parte la trombetta che sdrammatizza la tragedia, correvano affannati col pennacchio e davano l’idea di voler togliere il disturbo quanto prima. Come avrei voluto anche mio padre in mezzo a loro. Lì ammiro i bersaglieri, perché sono gli unici a capire di averla fatta grossa.