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Opinioni
settembre, 2023

Quanto manca Mario Tronti alla sinistra

Mario Tronti
Mario Tronti

L'intellettuale se ne è andato un mese fa. Ma rimane il vuoto lasciato dal suo pensiero e dalla sua scrittura, così eleganti e capaci di andare alla radice delle cose

È quasi un mese che è venuto a mancare Mario Tronti. È stato detto molto sul suo pensiero. Seppure in uno spazio ridotto rispetto al peso che oggettivamente ha avuto dalla seconda metà del secolo passato.

 

Sono riemerse sottovalutazioni e incomprensioni; perfino sulla sua scelta di iscriversi al Pd: da alcuni considerata come opportunista, piuttosto che una presa d’atto di una sconfitta storica, che impone di agire nello spazio che rimane decente e produttivo.

 

In generale, tuttavia, è stata riconosciuta la forza di un gruppo di intellettuali comunisti che, attraverso un processo di solidarietà e amicizia, a metà degli anni Sessanta hanno aperto la stagione dell’operaismo, che tanto influenzò anche i sommovimenti operai e studenteschi del ’68-’69.

 

Alcuni di questi non ci sono più: Umberto Coldagelli e Alberto Asor Rosa, tra i primi che mi vengono in mente Altri, fortunatamente, continuano a produrre; penso a Massimo Cacciari che, sugli argomenti che davvero gli interessano, mantiene una potenza e una profondità di visione davvero grandi. In queste quattro settimane, Tronti mi è molto mancato. Avevamo l’abitudine di telefonarci spesso; di inviarci i rispettivi scritti, commentandoli prontamente; di scambiare parole affettuose sulle nostre vite.

 

Prima della sua morte (forse un presentimento?), gli feci un lungo elogio sull’Unità in occasione del suo 92° compleanno. Mi rispose: «Carissimo Goffredo, intanto un grazie di cuore. Scusa il ritardo della risposta, ma ho voluto gustare e meditare lo scritto, come merita. È bellissimo e non c’è da aggiungere altro, né da modificare. Non mi è mai capitato di leggere su di me cose così precise ed esaurienti. Un grande abbraccio, Mario».

 

Non sapevo della sua malattia, ma credo che abbia preso il mio intervento come un addio; pieno di stima, di considerazione e di gratitudine. Cosa veramente mi manca di lui?

 

In fondo tutte le sue opere sono bene in evidenza nella mia libreria. Spesso le riprendo in mano e le sfoglio. Non sono loro che mi mancano. Mi manca la sua presenza. Ciò che ha racchiuso e trasmesso. Negli ultimi due anni ci siamo confrontati sulla fine delle “forme”. La “forma mondo” capitalista ha disgregato tutte le altre “forme”. Le “forme” sono vitali e allo stesso tempo potenzialmente oppressive. Ma noi viviamo attraverso di esse: nominiamo il mondo, lo ordiniamo, diamo a esso un senso.

 

Ecco l’assenza che avverto! Mario era una “forma”. Rivoluzionaria e ordinatrice. Teorica e vissuta nel concreto: il suo modo di parlare calmo e tagliente; di scrivere, come avesse tra le mani una clava in grado di colpire con precisione chirurgica; di coltivare le sue radici (i mercati generali, l’empatia per gli operai, il quartiere popolare); di condurre la quotidianità (l’uso della metropolitana, dei bus o l’abitudine di passeggiare); il fastidio per l’ansia piccolo borghese, per le merci e il denaro; la compostezza dei suoi movimenti, il disgusto per la volgarità.

 

Questo manca a me; ma soprattutto alla sinistra italiana, ancora così incerta.

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