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Politica
maggio, 1996

Prodi, alla larga dalle cause perse

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Meno deficit? più lavoro? più Europa? Per il nuovo governo, nulla è facile. Ma il Parroco può farcela. Anzitutto evitando gli errori di Berlusconi...

Fa bene Romano Prodi a dire che «la lotta alla disoccupazione sarà l'ossessione del governo». Non soltanto perché questa è la priorità in tutta Europa, tanto più in una fase in cui l'economia ristagna. Ma soprattutto perché l'Italia è piena di personaggi che sembrano esistere al solo scopo di allontanare la politica dagli interessi profondi del paese. Proprio così: il cammino del nuovo governo è disseminato di ostacoli impropri, di questioni mal poste, di cause sbagliate o perse. Quanto prima il presidente del Consiglio riuscirà a liberarsene, concentrandosi sui problemi veri, tanto più avrà successo. Per scoprire quali sono le cause perse non c'è da fare molta fatica. Basta ripensare agli sciagurati sette mesi del governo Berlusconi, nel 1994. E soprattutto alle prime settimane, purtroppo decisive. Fu allora che il capo forzista, con una serie di mosse scriteriate, gettò le basi del proprio fallimento. Alcuni sbagli erano dovuti all'impreparazione politica si chi si vantava, futilmente, di provenire «dalla trincea del lavoro»; altri alla sua incapacità di separarsi da affari e affanni personali. Prodi, per sua e nostra fortuna, non è un ignorante, né ha scheletri nell'armadio. Fu ministro nel 1978, e per sette anni presidente di enti pubblici. Non ha procuratori della Repubblica alle calcagna. Ma ciò vuol dire soprattutto una cosa: che un'eventuale falsa partenza del suo governo sarà senza attenuanti.

1. Le pose da unto del Signore
Due anni fa, Berlusconi commise fin dall'inizio due grossolani errori di valutazione. Anzitutto ritenne di aver stravinto le elezioni, mentre la sua coalizione alla Camera era forte ma disunita, e al Senato nemmeno aveva la maggioranza. Poi immaginò che in Italia avesse già trionfato quella che Angelo Panebianco chiama, con infelice enfasi, «rivoluzione del maggioritario», se non addirittura una riforma presidenzialista. Le due cantonate ispirarono una politica di decisionismo impotente. Il Parroco, oggi, è in una condizione assai simile. La vittoria del 21 aprile è stata netta ma risicata. Il centro-sinistra è un'alleanza fra diversi. L'Italia è sempre una democrazia parlamentare, nella quale l'elezione diretta del premier non c'è. Il capo del governo, dunque, non può posare da unto dal Signore: deve costruire giorno per giorno le condizioni della sua leadership. Quando Prodi snocciolava nomi di ministri e sottosegretari prima ancora di aver ottenuto l'incarico, snobbando il presidente della Repubblica, sbagliava. Auspicando «un dialogo continuo fra la maggioranza parlamentare e il governo», ha mostrato di aver capito.

2. L'ossessione della Grande Riforma

Davanti alle prime difficoltà, Berlusconi se la prese con i meccanismi istituzionali: strepitò che non aveva il volante per guidare, attaccò la legge elettorale, vagheggiò il presidenzialismo all'americana; partì insomma per la tangente, cercando scusanti per la propria inconcludenza. Il pericolo è sempre in agguato. E Prodi deve guardarsene. Dai duri del Polo a Mariotto Segni che ripropone un patetico «movimento trasversale» per il sindaco d'Italia (13 maggio), dagli editorialisti del "Corriere" alla lobby di "Liberal", il paese rigurgita di teorici delle riforme istituzionali. Il guaio è che di riforme costoro hanno in mente soltanto quella del Supremo Comando della Nazione: meno potere al Parlamento, più potere a un tizio eletto dal popolo. Altro ai super-riformatori non interessa. Dagli anni di Randolfo Pacciardi a oggi, a quanto pare, nessun nuovo bisogno meritevole di attenzione è affiorato. Il federalismo può attendere.

3. La camicia di forza per Bossi
A rovinare Berlusconi fu anche il suo modo maldestro di tenere i rapporti con Umberto Bossi. Lo riteneva un pazzo: o lo ignorava, o tentava di mettergli la camicia di forza; in ogni caso, non teneva in alcun conto le esigenze di cui il capo leghista era a torto o a ragione il portatore. Oggi il problema Bossi condiziona meno il tran tran quotidiano, perché Prodi in Parlamento ha la maggioranza anche senza di lui. Ma la questione settentrionale, dopo il fiasco di Berlusconi e il lungo traccheggiamento di Lamberto Dini, è più acuta. Per questo suona stonato il discorso di Luciano Violante sul possibile uso della forza contro la Lega, ed è sacrosanto che Massimo Cacciari lo definisca «limitato». Sono anni che Bossi alterna grandi sparate verbali a improvvisi ammutolimenti, mentre i concreti atti politici non sono particolarmente dannosi, e a volte (vedi il rovesciamento di Berlusconi) risultano provvidenziali. Chi grida allo scandalo per ogni battuta sulla secessione, senza cogliere il lato spettacolare e goliardico della politica leghista, spreca il suo fiato. Per fortuna né Prodi né Massimo D'Alema sembrano vedere in Bossi il pericolo pubblico numero uno.

4. Gli alterchi con i giornalisti

Il primo passo falso di Berlusconi fu l'assalto alla Rai, accompagnato da meschine polemiche contro la grande stampa. La duplice sceneggiata fu al tempo stesso turpe e noiosa. Da allora l'inclinazione dei giornalisti al pettegolezzo è rimasta inalterata; e così il loro tasso di cialtroneria, non maggiore né minore di quello che si riscontra in altre categorie, politici inclusi. Eppure la tentazione di abbandonarsi ad alterchi con i professionisti dell'informazione è per molti potenti incoercibile, benché sia di una banalità scoraggiante, e possa generare soltanto guai. C'è da sperare che i leader dell'Ulivo non cadano anch'essi nella trappola. L'insofferenza davanti alle indiscrezioni sugli incontri Prodi-Scalfaro, sulle trattative per la scelta dei ministri, sugli attriti all'interno della coalizione non è stata un buon inizio. Già nei mesi scorsi c'erano stato qualche nervosismo di troppo. Dare meno dichiarazioni può essere un modo di evitare battibecchi inutili. Carlo Azeglio Ciampi docet.

5. Il complesso di Tangentopoli
La grande stupidaggine di Berlusconi fu il decreto salva-ladri (13 luglio 1994). Poche settimane prima, Forza Italia alle europee aveva superato il 30 per cento dei voti; dopo quel goffo provvedimento, adottato per paura di arresti nel gruppo Fininvest, non è più andata oltre il 20. Oggi decreti di quel tipo sono impensabili. Ma il fronte giustizia è in continuo e spesso inconsulto movimento. Mentre la giurisdizione soffre di distorsioni gravi, a cominciare dall'insopportabile lunghezza dei processi, molti continuano a fingere che l'unico problema sia Tangentopoli: nel senso non già che la corruzione va punita, ma che i colpevoli vanno tratti in salvo. Parole a vanvera vengono pronunciate ogni giorno sul presunto giustizialismo, sui presunti sconfinamenti della magistratura, sul necessario riequilibrio fra i poteri. Invettive contro le Procure vengono scagliate dai più diversi pulpiti. Chiunque difenda l'indifendibile acquista il diritto al nobile titolo di garantista. Gli ultrà addirittura dicono di voler trasformare il caso Berlusconi, mediocre vicenda di un gruppo avvezzo alle mazzette, nell'affaire Dreyfus del Ventesimo secolo che finisce. La tormentata scelta del nuovo Guardasigilli ha reso evidente che le idee non sono ancora chiare. Dietro le quinte l'incubo di Tangentopoli, cioè la sistemazione dei guai giudiziari di Berlusconi, continua ad assorbire quantità assurde di tempo e di energie. «Una soluzione si deve trovare», dichiarava domenica 12 Gerardo Bianco, «c'è il problema degli imprenditori, bisogna dare tranquillità all'economia...». Ma andiamo. In Francia le inchieste hanno portato alla destituzione di personaggi del calibro di Pierre Suard, ma né il colosso Alcatel né il capitalismo sono morti per questo. Caro Prodi, alla larga dai decreti Biondi, dai colpi di spugna ad personam. Pensiamo all'occupazione, allo Stato federale, all'ingresso in Europa. E buon viaggio.

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