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Politica
luglio, 2007

Torna a casa Tony

Delega «Gli italiani devono poter scegliere in modo lineare, pieno, consapevole chi li governerà per cinque anni». Il 27 giugno Walter Veltroni, nel candidarsi alla guida del Partito democratico, sfiora anche il tema della legge elettorale. Ma pensa al modello Westminster o a quello dell'investitura popolare del capo, in uso da noi per Regioni e Comuni? Le due ricette sono diversissime. «Nel sistema britannico», spiega Valerio Onida, «c'è una maggioranza che esprime il premier e lo può cambiare; nel sistema a elezione diretta c'è un premier che governa la sua maggioranza». L'ex presidente della Consulta sottolinea «la differenza che passa fra un sistema democratico-parlamentare e un sistema di tipo populista». E non fa mistero di preferire il primo, giacché nel secondo «il rito dell'elezione si trasforma in una cambiale in bianco a favore di una sola persona».

Blocco  All'elezione diretta del premier è contrario anche il politologo Giovanni Sartori: non è un caso, dice, che nessun paese al mondo vi ricorra. La formula introduce nelle istituzioni un dannoso fattore di rigidità, in quanto implica che il premier si possa sostituire soltanto attraverso nuove elezioni. Invece a volte si impone un avvicendamento rapido, per esempio quando scoppia uno scandalo: è la sorte toccata nel 1963 all'inglese Harold MacMillan e nel 1974 al tedesco Willy Brandt. Altre volte il primo ministro va licenziato a causa di un grave errore, come Anthony Eden dopo l'avventura di Suez nel 1956, ma non per questo bisogna troncare la legislatura. Oppure il partito al governo, in crisi, opta per un indolore cambio di cavallo: ecco Gordon Brown che manda a casa Tony Blair, ecco che in Giappone a Junichiro Koizumi subentra Shinzo Abe. Una sana flessibilità è tipica dei migliori regimi parlamentari.

Pericolo L'elezione diretta all'italiana, inoltre, consegna al plebiscitato un potere senza limiti. Il sindaco eletto dalla gente, infatti, ottiene in regalo il controllo del Consiglio comunale; ma neppure il presidente degli Stati Uniti ha un simile privilegio, visto che il Congresso è indipendente da lui e spesso lo osteggia. A Washington il principio dell'equilibrio fra i poteri viene preso molto sul serio. Perché a Roma resta di moda il cosiddetto “sindaco d'Italia”, bizzarria lanciata anni fa da Mariotto Segni sul mercato delle riforme?

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