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Politica
dicembre, 2013

Primarie Pd, l'alfabeto dalla A allo Zero

Le parole chiave per non perdersi nella corsa alla segreteria democratica: i candidati, le regole, le leggi elettorali, il rapporto con Berlusconi. Il breviario a una settimana dalla competizione che cambierà il centrosinistra italiano

Apparato. In queste primarie, per la prima volta a livello nazionale ma seguendo una sindrome nota (“Regola di Tafazzi”, vedi alla voce), l’apparato del Pd sta per la stragrande maggioranza con il candidato non favorito, ossia Gianni Cuperlo, arrivato secondo nella consultazione tra gli iscritti: nei suoi listini, a testimonianza, ci sono D’Alema e Franco Marini, Stefano Fassina e Matteo Orfini a Salerno. Pier Luigi Bersani, i cui uomini innervano ancora lo stato maggiore democratico, ha fatto il suo endorsement pro Gianni. E’ pur vero che anche Renzi, vincitore più che probabile per la segreteria, alla fine taluni ne ha tirati su, provocando il j’accuse di Pippo Civati, col quale cominciò l’era della rottamazione: “Passare dal voler rottamare i vecchi dirigenti al candidarli è una scelta inspiegabile”.

Berlusconi. Il Cavaliere aleggia su queste primarie ancor di più di quanto non facesse ai tempi in cui s’ambiva smacchiare il giaguaro. Decaduto dalla scena parlamentare, come un’anima dannata di Spoon river si appresta alla vendetta politica via campagna elettorale: e si sa che, se il consenso non crolla, il prossimo segretario dovrà vedersela di nuovo con lui (per ora i sondaggi danno Fi testa a testa con il Pd). Ma il berlusconismo aleggia anche in un altro senso: il segretario probabile cioè Renzi, già sospettato di simpatie berlusconiane per aver accettato l’invito ad Arcore un’era geologica fa, viene accusato da Cuperlo di essere “una versione di sinistra del berlusconismo”. Definizione che D’Alema trova “non priva di fondamento”: “Ha una concezione populistica della leadership”. Ulteriore elemento di somiglianza: tornare presto a votare potrebbe convenire sia a Berlusconi che a Renzi.

Candidati. Mai così pochi, mai così giovani: Renzi ha 37 anni, Civati 38, Cuperlo 52. Il che ha reso il confronto su Sky più divertente ma meno titanico. Nelle primarie tra gli iscritti, il sindaco di Firenze ha preso il 45 per cento (molto meno di Bersani), Cuperlo il 39, Civati il 9 per cento.

Dati audience. Bassini quella del confronto tra i tre candidati su Sky: 2,7 per cento contro il 6 dello scorso anno per la premiership con cinque candidati. La tv non fa i voti, però il numero ha dato la stura ai malumori circa un presunto basso impegno dell’apparato Pd per garantire una degna partecipazione alla consultazione. In sostanza, Cuperlo è accusato da Renzi di voler “recintare” il popolo delle primarie in modo da aumentare le proprie chance di vittoria. Gianni risponde con sdegno.

Elettorale, legge. Universalmente indicata come conditio sine qua non per concepire il voto anticipato, la riforma del Porcellum stenta davvero a vedere la luce in Parlamento. Adesso Matteo Renzi, dopo vaghi accenni a modelli tipo sindaco d’Italia, mette sul tavolo anche la sua proposta: il 75 per cento di parlamentari eletti coi collegi uninominali come nel Mattarellum, il restante 25 (cioè in pratica il premio di maggioranza) in un secondo turno in cui si sfidano le due coalizioni arrivate per prime. Dice che sarebbe il modello perfetto per tutti, ma naturalmente ciascuno lo dice del proprio.

Finish. Una delle versioni con le quali in questi giorni Renzi sta lanciando i suoi ultimatum (sempre più forti) al governo Letta. Un’altra è quella dei tre paletti: “Nel 2014 servirà uno scatto su riforme, lavoro ed europa, o il Pd separerà i suoi destini da quelli della maggioranza”. L’agenda va concordata anzitutto coi democratici, perché “Alfano ha trenta deputati, noi trecento”.

Gazebo. Uno dei sistemi coi quali i renziani cercano di aumentare la partecipazione alle primarie. Un altro è l’antico “ditelo a dieci amici”. Si vedrà.

Incarico (doppio). Matteo Renzi dice che, se eletto segretario, continuerà a fare il sindaco di Firenze. Il che indigna Cuperlo (“così non rispetta i cittadini”). Erano altri tempi, ma nell’ottobre 2007 Walter Veltroni, pur eletto segretario, non si dimise da sindaco di Roma: lo fece solo nel febbraio 2008, per potersi candidare premier alle politiche.

Letta. Alla guida di un governo messo in piedi per salvare il salvabile, adesso che si ritrova come competitor interno un uomo che rappresenta il suo opposto psicologico e che in passato non ha mai sostenuto, rischia di fare la fine dei tanti premier che la sinistra si è mangiata. Il pensiero, nonostante le diversità di composizione del governo, corre all’ultimo governo Prodi. Ma per ora Letta risponde alle bordate a colpi di calma e gesso.

Maggioranza. Da quando, col passaggio di Forza Italia all’opposizione, le larghe intese si sono ristrette a “governo di emergenza” o simili, le responsabilità del Pd si sono moltiplicate: quanto lo sia anche la sua capacità di indirizzare l’azione politica, è da vedersi.

Nuova investitura/  nuovo centrodestra. In un delirio di nuovismo, la prossima settimana, eletto il nuovo segretario del Pd, Letta procederà a una verifica parlamentare della sua nuova maggioranza (Napolitano l’ha chiamata “nuova investitura” per rendere la faccenda poco poco più soft), nella quale determinanti saranno fra l’altro i voti del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano (che per ora risponde ai cannoneggiamenti di Renzi con altrettanti ultimatum).

Otto dicembre. Per il Pd, il giorno delle primarie. Per votare bisogna avere almeno 16 anni, un documento, la tessera elettorale, due euro da versare (contributo minimo). Si verrà iscritti nell’albo degli elettori del partito.

Otto dicembre/bis. Per Forza Italia, è il giorno in cui Berlusconi festeggerà la nascita dei primi mille club “Forza Silvio”.

Prodi. Dopo il voto dei 101 che ha affossato la sua corsa al Quirinale, è una specie di fantasma della cattiva coscienza del Pd che attraversa anche le primarie. Un po’ Mozart (convitato di pietra), un po’ Springsteen (Tom Joad), molto shakesperiano, del tutto irrisolto.

Quarta volta (o quinta). La prima chiamata per il popolo delle primarie, in epoca pre Pd, fu per eleggere Romano Prodi candidato premier: era il 2005, andarono a votare oltre quattro milioni di persone, Prodi prese il 74 per cento. Poi è stata la volta di Veltroni, ottobre 2007, eletto segretario con il 76 per cento di voti, e una partecipazione di oltre tre milioni e mezzo di persone. Nel 2009, Bersani è diventato leader del partito con il 53 per cento, su 3,1 milioni di votanti. Nel 2012 sempre Bersani è stato scelto candidato premier dopo aver preso il 60 per cento al turno di ballottaggio (votanti sempre intorno ai tre milioni).

Regola di Tafazzi. Si attendono i risultati dell’otto dicembre (e le sue conseguenze) per capire quanto il Pd del momento voglia seguire la sua regola storica dell’autolesionismo, magnificamente espressa dalla sintesi di Corrado Guzzanti: “Siamo il primo partito ad aver introdotto le primarie in Italia, l’unico al mondo capace di perderle”.

Schede. Il Pd ne ha stampate quattro milioni, per 8500 seggi (gli stessi del 2012). Quanto ai votanti, al momento si spera che siano due milioni (Cuperlo), o addirittura tre (Civati). Renzi, almeno a parole, si fa bastare anche un milione mezzo (“ma sotto quella soglia c’è il Vietnam”, dicono i suoi). In effetti, riferisce Roberto Weber, giovedì scorso gli intenzionati a votare erano giusto un milione e mezzo (2,7 un mese e mezzo fa).

Timori. Una “vittoria dimezzata” è quella che teme Renzi, nel caso in cui fosse eletto con una percentuale bassa. Cambierebbero fra l’altro anche gli equilibri dell’Assemblea Pd eletta contestualmente al segretario. Secondo le proiezioni dell’Ansa, se Renzi prendesse il 65 per cento, otterrebbe 650 delegati, di cui 310 della sua corrente, 220 di Areadem, 40 lettiani, 50 veltroniani; col 55 per cento, invece, i suoi sarebbero 230, 180 di Areadem, 20 lettiani, 30 veltroniani.

Unità (del partito). Gianni Cuperlo ritiene che la campagna aggressiva messa in atto da Renzi, a suon di strattoni al governo, “metta a rischio l’unità del partito”. Una scissione in questa fase è tuttavia improbabile. Più che altro, vista la scomposizione in atto nel centrodestra, è da monitorare in prospettiva cosa accadrà al centro dello schieramento.

Veleni. Scorrono a fiumi, al solito.

Zero. Le donne. Stavolta non c’è né una Rosy Bindi, né una Laura Puppato. 

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