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Politica
febbraio, 2013

Il grande bivio di Pier Luigi lo sconfitto

Il suo progetto storico, trasformare il Pd in governo, è fallito. Ora deve scegliere se tornare subito alle urne, passando la mano a un altro leader, oppure tentare la strada delle grandi intese con Berlusconi, baciando il giaguaro a costo di macchiarsi

Alla fine il terremoto è arrivato, anche se i vecchi edifici in apparenza restano in piedi. Nel 2008, cinque anni fa, il Pdl e il Pd insieme raccoglievano il 70 per cento dei voti, più di 25 milioni di italiani. Oggi mettono insieme il 46 per cento e quindici milioni di voti.

C'era una volta il bipolarismo, i due poli fondati sui due partitoni, dalle elezioni del 24-25 febbraio esce un tripolarismo, due coalizioni che a stento sfiorano un terzo dell'elettorato, e un terzo polo che coinvolge un quarto dell'elettorato, e non è stato costruito da Casini e da Fini, quello era una chimera politologica, un'araba fenice da chiacchiera di Palazzo estiva, in ogni caso non esiste più. Il terzo polo lo fa Beppe Grillo, il suo Movimento 5 Stelle è il primo partito italiano. Lo sopravanzano le due coalizioni progressista e berlusconiana, piuttosto malridotte. Consegnando all'Italia, la povera patria, l'ennesimo frutto avvelenato: il Senato bloccato, l'ingovernabilità, nel bel mezzo di una recessione feroce.

Come tutti i terremoti, anche questo arriva da lontano. Volete una data simbolica? Il 12 gennaio 2012.

Quel giorno, nel giro di un'ora, arriva il no della Corte costituzionale ai referendum che volevano cambiare la legge elettorale, per cui erano state raccolte le forme di un milione e 200mila cittadini, e il no a voto segreto all'arresto del deputato Pdl Nicola Cosentino. Doppia vittoria per il sistema dei partiti. Doppio suicidio. Perché per arrivare al trionfo di Grillo bisogna attraversare anni di deserto della politica. Impunità delle classi dirigenti. Lontananza dalla società. Assenza dai luoghi del dolore. Vuoto assoluto della rappresentanza.

Nel novembre 2011, poi, il centrodestra berlusconiano è costretto a lasciare la guida del governo. Ma poiché un'alternativa non è pronta, arriva il governo tecnico di Mario Monti e dei professori, tutti scelti fuori dal Parlamento e dai partiti.

Se ci fosse stata una riforma elettorale ora staremmo a parlare di un risultato diverso. Invece il Porcellum ci lascia con l'Italia sgovernata. E con una classe politica estenuata. Berlusconi sembra aver vinto e in effetti ha raggiunto il suo obiettivo: non voleva vincere, sapeva di non essere in grado di farlo, non voleva governare, non poteva farlo in questa situazione, il suo obiettivo era interdire il gioco dell'avversario, mettersi seduto a tavola, far valere il suo pacchetto azionario al tavolo delle trattative. Le quote sono più numerose del previsto, al Senato valgono 114 seggi, uno in più del centrosinistra.

E Berlusconi, una volta per tutte, stracciando Monti dimostra che venti anni non sono passati invano: non ci sono più i democristiani, i moderati, esiste un elettorato che si può definire nel bene e nel male berlusconiano, come i peronisti in Argentina o, se si preferisce, i gollisti in Francia, movimenti sopravvissuti ai padri fondatori proprio per la loro capacità di plasmare un pezzo di società.

Il risultato del Pd, il partito-perno della coalizione di sinistra che vince sia pure di un soffio (0,4, 124mila voti di distacco) alla Camera e in voti assoluti anche al Senato (dove però è indietro nel numero dei seggi), è nettamente inferiore al Pd di Veltroni del 2008, sotto quel 30-33 per cento che è lo zoccolo duro storico del principale partito della sinistra. Eppure tutto dedicato al mantenimento dello storico blocco sociale era stato lo sforzo di Bersani: i tic verbali, la Ditta, noi e loro, il martellare sull'identità e sul sentimento di appartenenza, «voglio portare il partito al governo», aveva ruggito il segretario nell'ultimo comizio all'Ambra Jovinelli.

Ma la conclusione è stata una campagna elettorale tutta sulla difensiva, sulle barricate, a impedire che il consenso conquistato nelle settimane delle primarie si sfarinasse. Errori di comunicazione (il tragicomico spot sul giaguaro da smacchiare), errori di valutazione («vinceremo perché abbiamo diviso il fronte populista tra Berlusconi e Grillo», mi aveva detto alla vigilia uno dei più stretti consiglieri del leader, senza accorgersi che invece Grillo avrebbe diviso la sinistra), soprattutto un'imbarazzante assenza di progetto, di una visione del futuro.

Il Pd che doveva essere il partito del cambiamento si è trasformato nel partito della moderazione, della conservazione, del mutare ma solo «un po'», come da intercalare bersaniano. Un po' poco per vincere bene le elezioni, appunto.

Ecco. Il terzo bersaniano e il terzo berlusconiano, divisi in tutto, hanno dimostrato di avere almeno una cosa in comune: una campagna elettorale giocata con la testa all'indietro, rivolta a quell'elettorato spaventato dalla perdita dei suoi privilegi o dei suoi diritti acquisiti, la tutela (sacrosanta) degli esodati e del pubblico impiego a sinistra, la restituzione della rata dell'Imu a destra. Nessuna visione del futuro, soprattutto per quell'elettorato giovanile che non ha mai avuto privilegi e neppure diritti e che è stato depredato del suo avvenire.

Un'idea di domani poteva averla il premier Monti, ma non è riuscito a esprimerla come poteva, perdendosi nei demenziali consigli di comunicazione dei suoi spin doctor americani, un'impossibile operazione simpatia condotta a colpi di tweet, faccine, cani in braccio, birre.

Il Pd bersaniano che voleva cambiare, ma solo un po', e il Pdl berlusconiano, con il suo decrepito umorismo pre-legge Merlin, il suo rivolgersi a un'Italia periferica e arretrata, hanno lasciato le praterie alla novità Grillo, l'unico a intestarsi sia pure scompostamente e perfino pericolosamente il futuro di una fetta di Paese.

Seguendolo un mese e mezzo fa nelle piazze meridionali, a Lecce, Napoli, Caserta, nella Taranto della tragedia Ilva, nei luoghi abbandonati, incustoditi da partiti e sindacati, mi era sembrato di capire il suo segreto: modulare rabbia e speranza, laddove i partiti tradizionali preferiscono ostentare serenità e depressione.

Bastava mescolarsi per qualche ora tra la folla che lo andava ad ascoltare per fare giustizia di tanti luoghi comuni, come ha scritto- unico a farlo – il quotidiano vaticano “L'Osservatore Romano”. Una moltitudine: «Pensavamo di essere soli, invece eravamo una moltitudine», ha detto il Capo sul palco di San Giovanni.

Ispirato? Fanatico? Potrà sembrare, ma la moltitudine è un concetto molto moderno, l'opposto delle masse, come spiega Carlo Freccero nel suo “Televisione” (Bollati Boringhieri), il migliore trattato di filosofia politica uscito negli ultimi anni, travestito da saggio sulla tv: «La moltitudine è un insieme di singolarità, riesce a coniugare quantità e individualità».

La moltitudine di Grillo invade il Parlamento. Potrebbe paralizzare la macchina oppure involgersi in un interminabile processo autoreferenziale (davvero i parlamentari a 5 Stelle perderanno tempo a rieleggere ogni tre mesi il loro capogruppo mentre ci sono cose molto più urgenti da fare?).

Di certo il primo effetto è già ottenuto. Perché da questa mattina Bersani, l'uomo che voleva smacchiare il giaguaro, si trova di fronte a un dilemma indigesto. Ritornare subito alle urne, passando la mano a un altro leader (Matteo Renzi: ma forse ora è tardi anche per lui)? Oppure tentare la strada del governo delle grandi intese con Berlusconi? In questo caso, altro che smacchiare: Bersani dovrà baciare il giaguaro, abbracciarlo, a costo di macchiarsi. Assegnando a M5S per intero il ruolo dell'oppositore.

Il primo banco di prova è il governo, il secondo sarà il Quirinale: la maggioranza di centrosinistra per eleggere un presidente da soli non c'è, anche in questo caso bisogna trovare un accordo con Berlusconi o con Grillo.

E le riforme? In campagna elettorale si è fatto buio pesto sul tema, ma questo sistema politico è arrivato ormai alla canna del gas, Grillo sarà la nostra guerra di Algeria (come quella che portò alla Quinta Repubblica francese, ma doveva già esserlo Tangentopoli vent'anni fa) che costringe a riformare le istituzioni e dare il via alla Terza Repubblica. Sbrigatevi a farlo, amici del Pd, e poi passate la mano subito a una classe dirigente giovane, fresca, contemporanea, che non si infili nelle polemiche sulla nascita del Pci (1921). Prima che Grillo diventi anche il nostro De Gaulle

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