Politica
26 agosto, 2016

C'era una volta la politica da Nord

Nella Seconda repubblica tutto partiva dal settentrione. Adesso l’Italia si rovescia

Come nel trono di spade, Roma è un grande ingranaggio. Una ruota dentata che incastra tutto, il Nord con il Sud, e muove lo scacchiere politico. Se il meccanismo era piuttosto arrugginito dai tempi di Gianni Alemanno e Ignazio Marino, dopo la vittoria di Virginia Raggi, cigolio più cigolio meno, torna a girare. E l’effetto che fa, e di cui il Paese non s’accorge, è rivoluzionario: addio vecchio “Regno del Nord”, dove tutto si faceva e disfaceva nella Seconda repubblica. E “Benvenuti al Sud”.

Un inedito film è in uscita dopo vent’anni di narrazione identica a se stessa, quella di un settentrione iperattivo, fatto di industria e laboratori elettorali, guidato da più o meno riusciti emuli di Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. E conteso da una sinistra che si “apre” non si capisce bene a che cosa. Un Nord, insomma, produttivo e contrapposto a un Mezzogiorno immobile, sprecone, infestato di guai e nostalgico della Prima repubblica. Tutto finito.

Mentre su twitter impazza lo scontro sì-no (consentite lo sbadiglio), le regioni chiave della vecchia politica scompaiono dal mappamondo. Tutto si sparpaglia. Basti pensare al Pd. Vince - è vero - a Varese, ma quasi senza accorgersene. Vince senza bisogno del partito del Nord o del PdR di Renzi. Vince per i guai degli altri, non per i meriti suoi. Con la stessa indifferenza perde a propria insaputa Torino, riavvolge la pellicola del Friuli indietro fino ai berlusconiani del ’94 e, udite udite, a modo suo perde pure Milano. Già. Perché Giuseppe Sala va a palazzo Marino ma grazie a Giuliano Pisapia che erge una diga e frena la fuga a sinistra. Altrimenti a quest’ora guardavamo un’altra partita.

Nella noiosa padania Matteo Salvini, poi, vive la crisi più pesante dall’ascesa al soglio del Senatùr. Va in vacanza a Cesenatico, ma sull’arenile è lontano anni luce dalla canottiera bianca dell’Umberto nazionale, che fu capace con i suoi grugniti di fare il bello e il cattivo tempo nella ben più esclusiva villeggiatura di villa Certosa. Detta papale papale, il Nord spompato di oggi fa rimpiangere le estati roventi di Silvio, raccontate fin nei più intimi dettagli, ma dove restava pur sempre – a giorni alterni, magari - un pizzico di politica. C’era ogni tanto un vertice segreto, anche se tanto segreto non era. C’era l’approdo del sommergibile che ricordava Putin, c’erano le riunioni per nottambuli che poi finivano come finivano. Ma almeno c’erano.

Qualcuno dirà: al Nord ci pensa Stefano Parisi. Sì, sarà pure l’ultimo baluardo della destra moderata, il tentativo di rimettersi in gioco mentre il sipario scende su Berlusconi e la di lui dinastia. Ma, diciamocelo, pure Parisi annoia come il Nord di questi tempi. È intelligente, perbene, moderno, tutto quello che volete. Ma la sua costituente è fuori dal tempo, non ha ritmo, non convince davvero. Si trascina come questo sole d’agosto.

Mentre i cattolici di Cl a Rimini, quelli che ai tempi d’oro del berlusconismo applaudivano Formigoni, fanno il coro per il sì al referendum. Insomma, rifugiamoci nella letteratura e prendiamo atto che la locomotiva del Paese lascia posto alla pianura immobile di Gianni Celati, quella che rispecchia l’anima profonda di un altro settentrione: «Dappertutto quest’aria di attesa che il tempo scorra e passi il giorno, venga un’altra stagione, che non si sente in città».

Ci rimane solo il Sud per aggrapparci alla politica d’autunno. Caduti come siamo nell’Evo medio del renzismo, in carenza di feudi sicuri e di europeistico coraggio (ad esempio il coraggio di abbassare l’Irpef anche se - o proprio perché - la Ue nicchia e il ministro Padoan non vuole). A Sud si danza. Stanno allestendo il vero campo di battaglia, popolato di strani, ma suggestivi personaggi. La battaglia è quella per la Sicilia, nuova Roma da espugnare nell’immaginario collettivo. Fra Masaniello e Don Chisciotte, eroi e antieroi, barbari e Borboni che decideranno, piaccia o no, chi governerà domani l’Italia.

I Cinquestelle proveranno a vincere, perché dopo la capitale, Palermo sarebbe la prova generale per il governo del Paese. I Dem lo sanno e si giocheranno tutto, fra renzismo purista e “una certa idea di sinistra” fatta di programmi più idealisti, imbevuti di sociale e futurologia, ma improvvisamente in sintonia con i tempi. La strada imboccata da Michele Emiliano che proverà a capire se questo “Frankenstein” si può davvero animare, senza buttare dalla torre il nuovo. La destra, infine, giocherà l’ultima carta, forte di un medagliere a Sud che l’ha vista trionfare per anni.

Non sappiamo chi vincerà, ma sappiamo cosa cambierà: la visuale. Le figure chiave della politica e il loro equatore. Come ci racconta Marco Damilano nell'articolo con cui inauguriamo il nuovo spazio di approfondimento de “l’Espresso”: “Ingrandimento”. Un film che comincia, una lente puntata. Addio caro vecchio Nord, dunque, e benvenuti al Sud.

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