Secessionismo addio, ha intonato il capo leghista Matteo Salvini all’indomani del referendum catalano. Quando il 22 ottobre si voterà in Lombardia e Veneto «per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori e particolari forme di autonomia», come si legge nel quesito, il referendum avverrà «nel quadro dell’unità nazionale» e ai sensi dell’articolo 116 della Costituzione. Due notazioni che servono a rendere costituzionale un voto puramente consultivo. Così, nell’ottobre della rivoluzione di Barcellona, la Lega costruisce la richiesta ai cittadini lombardi e veneti di più autonomia nel modo più moderato, senza strappi costituzionali, senza lo “sbrego” della Carta che tanti anni fa invocava il politologo Gianfranco Miglio. Da tempo, in effetti, la Lega non parla più di Padania, autodeterminazione dei popoli, secessione, macro-regioni, devolution alla scozzese e modello catalano, che negli anni Novanta suonava come versione soft dell’autonomismo hard. Forse perché quella bandiera è in mano al fondatore - oggi nemico di Salvini - Umberto Bossi, l’uomo della marcia del Po. Forse perché il nuovo vento separatista sorprende la Lega al momento di compiere il passaggio opposto, da Lega nord a Lega Italia, da partito del settentrione a movimento nazionale. Da partito che vorrebbe il Nord con la parte forte dell’Europa a formazione che vuole l’Italia fuori dall’euro. O forse perché, e non ce ne siamo neppure accorti, in Italia lo sbrego è già avvenuto. Da tempo.
Tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, i “trenta gloriosi”, i trent’anni in cui le società europee sono cresciute a ritmi da capogiro (industrializzazione, piena occupazione, Stato sociale, benessere diffuso), era lo Stato nazionale a costituire lo spazio delle politiche pubbliche che favorivano e accompagnavano il miracolo economico. Mentre la mediazione tra le istituzioni centrali e la società in cambiamento era svolta da una rete di soggetti, i mitici corpi intermedi: sindacati, associazioni di categoria, cooperative. E, più di tutti, i partiti. Toccava a loro, i grandi partiti nazionali di massa, mettere in collegamento i cittadini con lo Stato, portare le masse nel cuore delle istituzioni, come si diceva all’epoca. Succedeva così in tutta Europa, nell’Inghilterra laburista e nella Germania della socialdemocrazia e del modello renano cattolico e democristiano, l’economia sociale di mercato.
E così, ancor di più, nell’Italia della Repubblica dei partiti. Dove la giovane unità nazionale (solo nel 2011 sono stati celebrati i 150 anni dello Stato unitario), lo sviluppo del sistema industriale e delle infrastrutture produttive garantito dai grandi enti pubblici, l’Iri e l’Eni, la pedagogia civica delle masse affidata alla scuola dell’obbligo e alla televisione di Stato (la Rai), avevano consegnato al sistema dei partiti che tutto questo controllava in modo diretto il potere e il ruolo di rappresentare lo Stato presso i cittadini.
Diffusi, onnipresenti, capillari. Una sezione in ogni comune, con i suoi organi direttivi, i partiti erano il vero ufficio di collegamento sul territorio tra lo Stato centrale e le periferie, tra Roma e la base. «La sezione Dc di Casalserugo ha aperto un ufficio di assistenza in via Umberto I n. 7, tutti i giorni, escluso il sabato, dalle 18 alle 19.30. Tutti i cittadini possono usufruire di questo servizio», avvisava un volantino della Dc che in Veneto negli anni Settanta superava stabilmente il 50 per cento dei voti.
Chiedete e vi sarà dato. Invasivi, soffocanti. Banche, istituti di credito, casse rurali, concessionarie, autostrade e acquedotti, enti di bonifica. Cura del collegio, lettere di raccomandazione, clientele. Tutto era controllato in modo ferreo dai partiti. Il consenso era la moneta di scambio rispetto alla capacità di soluzione dei problemi. Ma anche la dimostrazione che i partiti di massa, non solo quelli governativi egemonizzati dall’eterna Democrazia cristiana, sapevano ascoltare le istanze dei cittadini, anche quelli più lontani dai centri del potere, e riportarli verso su, nel cuore dello Stato centrale, fino a Roma.
Anche nel resto d’Europa funzionava così. I deputati di collegio inglesi. I notabili francesi che continuavano a essere sindaci dei loro piccoli comuni anche quando arrivavano agli incarichi ministeriali. Le classi dirigenti dei Länder tedeschi che salivano fino al vertice del sistema federale. E, sempre, in ogni caso, i partiti con le loro strutture elefantiache a far da camera di compensazione, a evitare che gli interessi particolari disgregassero il corpaccione statale anziché assicurarne il funzionamento. Erano i partiti la mano visibile dell’assistenza e dell’intervento pubblico, alternativa alla mano invisibile del mercato.
È stato così nei gloriosi trent’anni. E nel resto d’Europa il sistema dei grandi partiti nazionali è sembrato reggere ancora a lungo anche dopo la recessione degli anni Settanta e la caduta del muro di Berlino. Oggi è in crisi ovunque. L’ultimo paese in cui è venuto giù, una settimana fa, è stata la Germania dei partiti-Stato, delle grandi fondazioni che costituiscono il motore di Cdu-Csu e di Spd. All’epoca della prima Grosse Koalition, nel 1966 con il cancelliere democristiano Kurt Kiesinger, i due partiti avevano raccolto il 90 per cento dei voti e sommavano nel Bundestag 447 seggi su 496, nel 2005 il 70 per cento e 448 su 614, nel 2013 il 66 per cento e 504 seggi su 631, dal voto del 24 settembre escono entrambi al minimo storico e insieme fanno appena il 53 per cento dei voti.
In Francia, alle presidenziali di maggio, i socialisti sono usciti quasi azzerati e i repubblicani eredi del gollismo fuori dal ballottaggio, al loro posto brilla la stella di Emmanuel Macron, un senza partito. La Spagna, fino a due anni fa considerato il sistema politico più stabile d’Europa, quattro premier in quarant’anni di democrazia in alternanza tra destra e sinistra (Felipe González, José Maria Aznar, José Luis Zapatero, Mariano Rajoy), la formula perfetta, è alle prese al centro con la fragilità dei partiti (due elezioni politiche in sei mesi tra il 2015 e il 2016, un governo di minoranza) e nelle regioni con la rivoluzione territoriale della Catalogna, dove governa una strana coalizione centro destra-estrema sinistra tenuta insieme dalla bandiera dell’indipendenza, che potrebbe riaccendere altri separatismi, a partire dai paesi baschi su cui lo scrittore Fernando Aramburu ha scritto il suo capolavoro “Patria” (appena pubblicato da Guanda).
La crisi degli Stati-nazione, l’impossibilità degli Stati di rispondere alle richieste di società divenute più ricche ma anche più esigenti e a rischio impoverimento, coincide in tutta Europa con la crisi dei partiti nazionali. Sostituiti da due nuove creature che l’Italia ha anticipato da decenni e poi esportato. Il territorio senza politica. E l’anti-politica senza territorio.
Il territorio senza politica è stato anticipato dalla Lega Nord di Bossi che si chiama così dal 1989, anno non casuale, ed è ormai il più antico partito italiano. Alle elezioni europee dell’89 aveva conquistato in Lombardia l’8,9 per cento dei voti. L’anno dopo, alle regionali del 1990, aveva raggiunto il 18,6 per cento, con oltre un milione e 183mila voti, secondo partito della regione più ricca d’Italia dopo la Dc: vent’anni dopo, nel 2010, con la Lega partito cardine del governo e alla conquista delle regioni del Nord i voti assoluti saranno meno, un milione e 117mila. È il territorio che si organizza senza ideologie politiche, senza identità di destra e di sinistra, «una forza trasversale e interclassista», la definisce all’epoca il sociologo Giancarlo Rovati, tenuta insieme dal protagonismo del Nord e dalla rivolta contro Roma ladrona: fiscale, sociale, politica. La Lega è di destra quando parla di immigrati e di sinistra quando si atteggia a erede della Resistenza contro la «porcilaia fascista» alleata con Silvio Berlusconi. La Lega è il territorio pronto ad allearsi con chiunque per difendere gli interessi del Nord: è questa la sua politica.
È poi arrivata, più di recente, l’anti-politica senza territorio. Il boom elettorale del Movimento 5 Stelle nel 2013 è il trionfo di una formazione eterea, di organizzazione virtuale, che nelle elezioni politiche del 25 febbraio raccoglie un quarto dei voti e arriva primo in cinquanta province e in undici regioni, da Trapani e Ragusa alla Lombardia forza-leghista o nelle Marche governate dal Pd. Un «partito senza territorio», l’ha definito Ilvo Diamanti, senza radici e senza culture politiche alle spalle, nato sull’onda della rivolta, il vaffa contro la politica tradizionale.
In entrambi i casi, Lega e M5S, nel 1992-93 e nel 2013, a uscire sconfitti sono stati i partiti nazionali, organizzati sul territorio sulla base di identità politiche riconoscibili (il cattolicesimo democratico, il socialismo, il comunismo, la cultura laica liberale o repubblicana, la destra post-fascista), sostituiti da partiti come Forza Italia o Alleanza nazionale che mettevano il riferimento alla nazione o alla patria nel nome all’inizio degli anni Novanta, proprio quando il ruolo dello Stato-nazione si andava perdendo. E dunque c’è da chiedersi, ancora una volta, se l’Italia non abbia anticipato di anni i fenomeni che ora sconvolgono il panorama politico europeo: i partiti delle piccole patrie regionali, come quelli catalani, le formazioni senza passato alle spalle tenute insieme sulla rivolta contro il sistema come l’Afd in Germania. Mentre la sinistra di origine socialista e socialdemocratica, nata alla fine dell’Ottocento sulla spinta internazionalista e diventata nella seconda metà del Novecento il motore della nuova Europa fino a governare negli anni Novanta quindici paesi su 17 nell’Unione europea, risulta la famiglia politica più in crisi, perché la più legata allo spazio delle politiche pubbliche nazionali. Sempre più angusto e ridotto, destinato a essere spazzato via dalla doppia rivolta, dei territori e dell’anti-politica. Tentati da una santa alleanza contro l’Europa. Per questo, in Italia, il governo M5S-Lega, Di Maio-Salvini, che per ora è pura fantapolitica, potrebbe ritrovarsi tra qualche mese come l’ennesimo prodotto del laboratorio italiano destinato a fare scuola nel resto dell’Europa, con la storia e la geografia impazzite.