Pubblicità
Politica
novembre, 2021

«Il Pd è fermo all’epoca pre-digitale: internet dà fastidio ai suoi micro-notabili»

«Chi controlla il digitale non si occupa di comunicazione, è il capo dell’organizzazione del partito, come accadeva un tempo. E questo provoca resistenze». Parla il professor Mauro Calise

«Sono un illuminista digitale», si definisce il professor Mauro Calise, inventore di creature politologiche (il Partito personale, i micro-notabili...) e precursore del digitale nell’education con Federica, il centro di innovazione, sperimentazione e diffusione digitale dell’università Federico II di Napoli (federica.eu). Calise dirige ora la nuova rivista del Mulino, Rivista di Digital Politics, con l’obiettivo di una riflessione intellettuale sulla platform society che ha cambiato le nostre vite. Con attenzione particolare alle forme della politica: l’organizzazione, la comunicazione, la leadership. Il secondo numero, in uscita nei prossimi giorni e già in rete, è dedicato ai tecnopartiti. Marco Valbruzzi studia il caso dei democratici americani, così lontano dal Pd italiano, che Calise conosce molto bene.


Lei ha studiato, ricordo, il sistema di consenso della Dc nelle campagne del salernitano negli anni Settanta. Che collegamento c’è con la politica digitale?
«Nel 2013, dopo le dimissioni di papa Ratzinger, un alto prelato fece autocritica in tv. Disse, più o meno, che la Chiesa si era sbagliata a pensare che la comunicazione fosse un fattore del nostro tempo, la comunicazione è il nostro tempo. Un importante manager ha aggiunto, facendo irruzione nel campo teologico, che il digitale è Dio. La pandemia ha accentuato la centralità del digitale, impone di ripensare le categorie di pensiero e l’organizzazione della nostra vita collettiva e individuale, dalla scuola al lavoro con lo smartworking. E impatta sulla politica, sulla formazione e dissoluzione delle leadership e sul funzionamento della democrazia. Tra il 2004 e il 2010 è cominciata la nuova era in cui siamo immersi. Da un lato le corporations, i giganti del web, costruiscono un neo-capitalismo superando gli Stati nazionali, dall’altro vanno definitivamente in crisi le macchine dei partiti con cui si raccoglieva il consenso».


Lei distingue tra un atteggiamento strumentale, i vecchi partiti che usano il digitale per aggiornare la loro organizzazione, e costruttivista, la nascita di nuovi movimenti che guardano al digitale come il loro essere, la loro ragione sociale.
«Il caso di scuola sono gli Usa. A differenza di quanto si ostinano a pensare in molti in Europa e in Italia, sono gli Stati Uniti la culla delle moderne macchine di partito, già dall’Ottocento. Ora le campagne elettorali si fanno in rete. I democratici con Howard Dean sono partiti prima che nascesse Facebook, Dean fu sconfitto ma fu cooptato con tutto il suo staff al vertice del partito di cui divenne chairman, l’equivalente del nostro segretario. Il ciclone Trump ha poi invertito i rapporti di forza. In Italia il Movimento 5 Stelle con Gianroberto Casaleggio ha usato il digitale come piattaforma con una gestione centralizzata e ha lanciato un comunicatore come Beppe Grillo che non aveva nessuno, prendendo tutti in contropiede. Mi sono chiesto per anni chi ci fosse dietro la Casaleggio. Mi sono risposto che non c’è nessuno. In una ecosfera così fragile è bastata un’aziendina a entrare nel burro».


Nel Pd discutono da anni di app (senza farle davvero), di piattaforme digitali, ora ci sono anche le agorà di Enrico Letta. Mi pare che non riescano né nell’approccio strumentale né in quello costruttivista...
«Il Pd è fermo all’epoca pre-digitale. C’è l’idea astratta di un cittadino che svolge l’intero tempo della sua vita sul digitale e che poi dovrebbe partecipare alla vita del partito in un tempo parallelo, in sezione. Non è così, ovviamente. Se parli la lingua digitale riesci anche a entrare in connessione con le marginalità. Il nodo politico che impedisce al Pd di essere protagonista digitale è la centralizzazione. Chi controlla il digitale non si occupa di comunicazione, è il capo dell’organizzazione del partito, come accadeva un tempo. E questo provoca resistenze, dà fastidio alla rete dei micro-notabili di cui è composto il Pd. Il secondo punto è che devi accettare la dinamica partecipativa, ti può sfuggire di mano, devi saperla governare».


Negli Usa con Trump, e in Italia con Salvini e i 5 Stelle, il digitale è apparso come un’autostrada per i partiti populisti. Ora, però, l’establishment tira un sospiro di sollievo. Governa Mario Draghi, uno che non ha un profilo facebook, twitter, instagram, ha solo un numero di telefono che conoscono in pochissimi.
«Il caso Draghi ci dice una cosa. José van Dijck distingue tra connessioni, la “connectedness”, i rapporti e le relazioni che abbiamo intessuto per nostra volontà, possibilità, percorsi biografici, e la connettività, la “connectivity”, la capacità di stare nella rete. Sono i due livelli: l’attore che si muove nella rete e la rete che costruisce l’attore. Draghi è al vertice della “connectedness”, nessuno più di lui è “well connected”, il suo livello di specializzazione lo colloca in un club di quattro-cinque figure al mondo. Ma se dovesse partecipare alle elezioni con un suo partito avrebbe la necessità di entrare sul terreno della “connectivity”, dove basta non dico un Casaleggio, ma anche un Morisi, per farti saltare. Trump era messo bene sul primo versante, un “well connected” per censo, eredità familiare, appartenenza alla comunità degli affari e dei media, ma quando si è candidato si è spostato nel mondo nuovo, sulla connettività, come hanno fatto Bolsonaro in Brasile, Modi in India e anche Macron in Francia. I 5 Stelle sono il caso opposto: “connectivity” senza “connectedness”, hanno vinto le elezioni sulla rete senza relazioni e competenze e l’hanno pagata cara, ora stanno cercando di costruire un partito con Conte. Il Pd è a metà strada. Se hai entrambi i fattori, metti su una macchina spaventosa. Se ne hai solo uno, sei instabile, fragilissimo».


I casi che lei ha elencato dimostrano però che con il digitale si vincono le elezioni ma non si governa.
«Non è così. Si governa anche “con” il digitale. Pensi alla tweet-diplomacy di Trump, il tweet di inizio mattinata della Casa Bianca che componeva l’agenda diplomatica e ministeriale della giornata. E soprattutto a quanto fa la Cina, dove il digitale serve al potere per raccogliere i dati, sondare le preferenze delle zone anche più remote, controllare, far passare le proprie istanze di governo».


Quali sono le prossime frontiere?
«Una è quella dell’education, l’istruzione scolastica e universitaria, in cui sono da anni con Federica Web Learning. Si formerà qui la nuova classe dirigente, Cina e India lo hanno capito perfettamente, si giocano l’egemonia socio-culturale e geo-politica. L’altra sono le piattaforme costruite direttamente dai leader, come Trump con Truth, in opposizione ai giganti del web che lo hanno escluso dalla Rete, o degli Stati. Ogni Stato con la sua piattaforma, a partire da quelli autoritari o semi-totalitari».


E intanto in Italia il voto sul ddl Zan è stato accolto dai social con sconcerto: ci sono le firme digitali per i referendum e la campagne in rete, ma quando si arriva nell’aula del Senato ci sono la tagliola, il voto segreto, i regolamenti. Vince l’istituzione, con le sue regole antiche.
«È una reazione comprensibile perché non c’è un canale funzionale, intelligente in cui far esprimere la ricchezza di quanto è presente nella rete. Le istituzioni devono trovare un tempo più adeguato, se vogliono evitare di chiudersi come avviene nei sistemi autoritari. Siamo solo all’inizio. La democrazia diretta modello Rousseau è già tramontata, siamo già nell’era della democrazia digitale, che parte dalla libertà di espressione individuale. Nel Novecento c’era la nazionalizzazione delle masse, oggi siamo nell’epoca della personalizzazione delle masse. Come sempre, la questione è governare il processo. Ma io sono convinto che il punto di inizio è mettersi dalla parte del mondo nuovo. Sono un illuminista digitale».

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità