Pubblicità
Politica
dicembre, 2021

Perché il centrodestra non vuole Casellati al Quirinale

La presidente del Senato sarebbe una candidata naturale al Colle, ma i suoi la osteggiano. Sono pentiti di averla scelta? O c’è da temere che spunti una sua copia?

L’ultima volta al Quirinale, per lo scambio di auguri del capo dello Stato con le alte cariche, ha parlato 15,40 minuti, uno e mezzo meno di Sergio Mattarella, sfiorando l’incidente diplomatico (lui è arrivato a 17,30). Spumeggiante come sempre, Maria Elisabetta Alberti Casellati, 75 anni, presidente del Senato, si è avventurata a mutare quello che doveva essere un semplice «indirizzo di saluto» in un messaggio di fine anno: «Orgogliosi della nostra risposta alla pandemia» ma «la guerra non è finita» e «serve cautela», ha detto, galoppando poi dalla «biodiversità» allo «spazio» come «quinta rivoluzione industriale», dal «violenza di genere» alle «riforme» che servono a «semplificare», con vetta lirica finale («mi accingo alle conclusioni», ha proclamato grave al quindicesimo minuto) dedicata al «percorso di rinascita» e alla «prospettiva della speranza». Ecumenica, quasi papale.

Un entusiasmo al limite dell’invadenza che sembra l’altra faccia di un dramma umano, del quale occorre farsi carico: perché per il Colle vanno tutti bene e lei no? Nella caccia al candidato qualsiasi che si è aperta nel centrodestra (Cavaliere a parte) Salvini, Meloni e i forzisti hanno pensato a chiunque. C’è Letizia Moratti, c’è Marcello Pera, i vecchi arnesi d’area sono stati estratti fuori tutti: manca solo la seconda carica dello Stato, peraltro donna ed eletta tre anni fa, con numeri che non si vedevano dai tempi di Spadolini, grazie all’asse che fu il prodromo del governo gialloverde e che oggi, cambiato il mondo, potrebbe tornare goloso.

Né può dirsi che in questi anni Alberti Casellati, pur aliena da gesti memorabili, si sia mai persa d’animo. Non quando - che volgarità - attaccavano la casualità del suo fare visite ufficiali, prima, in luoghi del mondo ove, dopo, suo figlio direttore d’orchestra si sarebbe esibito; non quando s’è indugiato sui suoi ben 128 voli di Stato in un anno; non quando per un banale errore da copia-incolla il profilo social del Senato ha finito per sostenere la teoria della pista anarchica nella strage di piazza Fontana. Lei del resto alle gaffe è abituata, per quello sì che a Palazzo la ricordano. Non ha fatto un piego neppure quando uno del suo staff, Filippo Paradiso, è finito agli arresti con l’accusa di corruzione. Mai ha rinunciato a presenziare, dichiarare, twittare, cambiando mascherina con una frequenza simile a quella con cui ha cambiato portavoce (siamo a sette in tre anni e mezzo: record). Lo testimonia il tappeto di foto social, lei in primo piano: entra alla Camera, sorride con Lina Wertmüller, incontra i Vigili del fuoco: «Buona santa Barbara», augura lei, peraltro così scaramantica da comprendere il De Nicola che non volle stare sul Colle per tema della «maledizione del Quirinale». Tanta eroica ambizione, che strano, non basta a riesumare tempi in cui proprio alle alte cariche si guardava, per il Colle. Perciò le opzioni sono due: o il centrodestra emargina un ottimo nome, che sarebbe ora di mettere in campo; o s’è pentito della scelta del 2018, e allora c’è da preoccuparsi, anche per le selezioni future: e se, per dire, al Colle spuntasse un’altra Casellati? 

L'edicola

La pace al ribasso può segnare la fine dell'Europa

Esclusa dai negoziati, per contare deve essere davvero un’Unione di Stati con una sola voce

Pubblicità