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Politica
febbraio, 2021

Mario Draghi, il banchiere è diventato cittadino

Il presidente del Consiglio smette i panni del professore nel suo discorso per ottenere la fiducia. Cita Cavour e papa Francesco, tocca temi non scontati. Difende le identità politiche dall'accusa di aver fallito e le chiama a ritrovarsi nel meglio della loro tradizione

Un discorso non breve, ma lungo. Non tecnico, ma politico. Non algido, ma appassionato. Al suo debutto da premier, Mario Draghi smette i panni del professore e del banchiere centrale. La vera sorpresa è l'emozione. Trattenuta, nascosta, l'opposto dell'ostentazione prevista dagli strateghi del marketing politico e dunque autentica. Dichiarata in un soffio: «Vorrei dirvi che non c'è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa». E poi tradita dalle mani che artigliano i fogli spillati da leggere, dall'incrinatura della voce, l'imprecisione sul numero dei ricoverati in terapia intensiva, lui che di numeri e cifre ha vissuto, dal rispetto dimostrato verso un'assemblea che appena tre settimane fa era la bolgia dei Ciampolillo. Dal primo pensiero: per le vittime della pandemia e per chi soffre per gli effetti della crisi economica.

 

Ore dieci del 17 febbraio, Senato. Aula prima distratta, poi silente, la presidente Casellati indaffarata, l'omaggio allo scomparso Franco Marini, «un uomo del popolo di poche parole, concrete, incisive», il saluto a Pier Ferdinando Casini, ricoverato per il Covid-19. Draghi è seduto tra il leghista Giancarlo Giorgetti, uno dei registi dell'operazione, e Stefano Patuanelli dei 5 Stelle. L'aula di Palazzo Madama ha visto negli ultimi anni numerosi absolute beginners da premier, non parlamentari arrivati alla guida del governo, al loro primo intervento al Senato. Mario Monti si affacciò qualche giorno prima, nominato senatore a vita da Giorgio Napolitano, quasi a prendere le misure del terreno di gioco. Matteo Renzi parlò con una spavalda mano in tasca e sfidò i senatori: «Vorrei essere l'ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest'Aula. Mi hanno detto che siete vivaci, ci divertiremo...» (oggi invece voterà da senatore la fiducia al nuovo governo). Giuseppe Conte (uno) recitò il ruolo che si era assegnato di avvocato del popolo.

 

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L'aula del Senato ne ha viste tante, ma questa ancora no. Perché Draghi decide di presentarsi nel modo più imprevisto, perché fin troppo frequentato, se non usurpato, dai populisti di ogni genere. Siamo cittadini punto e basta, recitava un tempo l'inno del Movimento 5 Stelle, ma nel frattempo i cittadini-portavoce sono diventati una nuova casta di ministri, ex ministri, aspiranti ministri. E dunque nel ribaltamento tocca oggi a Draghi, per anni rappresentato nell'immaginario complottista come l'uomo dei poteri forti, incarnare il cittadino comune, l'italiano chiamato a dare una mano perché la casa brucia. «Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il proprio Paese». Tutti cittadini, i tecnici e anche i politici.

 

Seguono cinquantadue minuti per nulla neutrali, anzi. Di passioni fredde. Di verità scomode: «Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche». Di affermazioni non scontate per un uomo di numeri. Per esempio, che la crescita dell’economia non dipende solo da fattori economici, ma dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini, dalla condivisione di valori e di speranze (diciamo quei valori che secondo Robert Kennedy il Pil di un paese non riusciva a misurare). Di realismo, perché non di svolte epocali e verbali ha bisogno e le istituzioni e i partiti e le persone restano quelle che sono. Le riforme, nel linguaggio di Draghi, sono le cose da fare. «Il Governo farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza». Perché altrimenti sei fuori dalla realtà.  

 

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La parola debito compare in tutto l'intervento una sola volta: per dire che ogni spreco è una risorsa strappata alle future generazioni. La parola Pil, una volta. Così come la parola moneta, utilizzata per uno dei pochi slogan, frasi a effetto, quasi una concessione ai social: «Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta». E invece spazio ai diritti dei giovani, la transizione ecologica, la mobilità sostenibile, la scuola, la formazione e la ricerca, la salute. La didattica a distanza da limitare. La sanità di territorio, i consultori, i centri di salute mentale. Le aree interne. La Caritas, il volontariato, il terzo settore. La disuguaglianza: il coefficiente di Gini, caro agli studiosi e al nostro amico Fabrizio Barca. Quella forma di disuguaglianza ancora più odiosa che colpisce i giovani e le donne, su cui arrivano le parole più dure: «Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Puntiamo a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro». Farisaico: ovvero ipocrita, falso. Come quasi tutte le parole spese negli ultimi anni sulla questione.

 

Il salto più spettacolare non è, soltanto, quello che va da Conte al conte, ovvero fino a Camillo Benso conte di Cavour, nume tutelare, padre della patria laica. E neppure da Cavour a papa Francesco, gli unici due citati nel pantheon di Draghi che con ironia tutta romana unisce l'uomo della separazione Chiesa - Stato insieme al papa gesuita (ma pur sempre sabaudo di origine). Il salto è dal 1850, l'anno cui di riferisce il discorso citato, al 2050, dal governo del connubio, l'alleanza tra Cavour e Rattazzi, la prima larga intesa e convergenza al centro della storia nazionale, alle emissioni zero di Co2 e di gas «clima-alteranti», previste dall'Unione europea per metà secolo.

 

In mezzo, in questi due secoli c'è la nostra storia recente. La ricostruzione del Paese nel dopoguerra, il modello di riferimento, già presente nell'ormai famoso articolo di Draghi sul Financial Time di un anno fa. Se la pandemia è una guerra, servirà un dopoguerra e un cambio di mentalità. «Quando usciremo, e usciremo, dalla pandemia, che mondo troveremo? Alcuni pensano che la tragedia nella quale abbiamo vissuto per più di 12 mesi sia stata simile ad una lunga interruzione di corrente. Prima o poi la luce ritorna, e tutto ricomincia come prima. La scienza e il buon senso suggeriscono che potrebbe non essere così».

 

Editoriale
L’opportunità e il rischio
11/2/2021

Serve una Nuova Ricostruzione, uniche maiuscole in un discorso dove l'ambizione è sussurrata, l'orizzonte suggerito. E nella Nuova Ricostruzione serve coraggio, visione, «l’espressione più alta e nobile della politica», perché «prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza». In una parola: lo spirito repubblicano. Che qualche volta ha animato gli inquilini di Palazzo Chigi e più spesso gli abitanti pro tempore del Quirinale. Fondamentale in Francia e ancor più negli Stati Uniti e considerato invece retorico in Italia. Un'arma spuntata nel paese in cui ogni singolo interesse è una piccola patria da difendere contro tutte le altre.

 

È la sfida più difficile del governo Draghi, che delle piccole patrie partitiche comincerà a conoscere gli umori e le resistenze già nelle prossime ore. Una sfida immateriale, di quel tessuto invisibile di cui è fatto un Paese, senza il quale la tela si lacera e si strappa. «Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere», dice il nuovo premier riferendosi al ruolo dell'Italia in Europa, con un avvertimento alla Lega di Matteo Salvini sull'irriversibilità dell'euro e dell'Unione. Ma non si riferisce solo ai sovranisti, il cittadino Draghi. Perché nella rivendicazione di ogni particolare, nella frammentazione, nella disgregrazione ognuno è più solo e più debole.

 

Così, è l'ultimo paradosso della mattinata, lo spirito pubblico è chiamato a risorgere per bocca di un banchiere che difende le identità politiche dall'accusa di aver fallito e le chiama a ritrovarsi nel meglio della loro tradizione e non nel peggio. La giustizia sociale e l'uguaglianza per la sinistra, l'unità e la coesione per il centro, il senso del dovere per la destra, la cittadinanza per quel che fu il Movimento 5 Stelle. Qui la salita si fa ancora più ripida. Perché il terreno è allagato e il capo del terzo governo in tre anni di legislatura con tre maggioranze diverse lo sa meglio di chiunque. Se il sistema non versasse in profonda crisi, Draghi non sarebbe qui. E il sistema, nonostante la crisi, ha già dimostrato di essere in grado di divorare speranze, aspettative, leadership che si presentavano come invincibili. Il perimetro di gioco è questo. Il governo Draghi si presenta senza aggettivi, ma ne ha almeno uno sottotraccia, robusto e antico. La terra dove si gioca la partita. Per la vita, in tempo di covid, e per il futuro. Un tempo si chiamava, semplicemente, riformista.

 

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