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Politica
giugno, 2021

Giorgia Meloni, il programma vago di una leader pop

La capa di Fratelli d’Italia, in bilico tra novecento e contemporaneità, vola nei sondaggi grazie ai down di Salvini, ha un cerchio magico di coetanei cresciuti con lei nell’Msi-An, un apparato teorico fluttuante, gioca a fare la destra contro il resto del mondo. Come modello avrebbe Orbàn (per chi ci crede)

Il fenomeno è appena compiutamente esploso, pur andando in crescita da anni. Metà influencer stile Fedez, metà onorevole Angelina stile Anna Magnani nell’omonimo film, post-finiana, post-berlusconiana, per certi versi post-salviniana, post insomma quasi tutto, senza essere ex praticamente di niente, al suo trentesimo anno di politica, Giorgia Meloni ha infine imboccato una strada che prima nessuna mai. Lei, 44 anni, leader di Fratelli d’Italia, modello politico l’Ungheria di Orban, è pronta a diventare premier: «Mi preparo a governare la nazione», ha detto incalzata da Lucia Annunziata, proprio nel giorno in cui i sondaggi hanno certificato l’ennesimo sorpasso del suo Fdi (secondo partito, a un’incollatura dalla Lega).

E ci sarebbe da preoccuparsi se non fossimo in Italia, terra nella quale tra sventolare Orban e realizzarlo passa in mezzo, per lo meno, un Papeete. Comunque per ora c’è il consenso, notevole e in crescita, per quanto virtuale, così come lo sono quelli elettorali (2 per cento nel 2013, 3,7 alle Europee 2014, 4,4 nelle Politiche del 2018, 6,5 alle Europee 2019). E che negli ultimi due anni, ha fatto un deciso balzo in avanti, soprattutto in due occasioni: la crisi del governo gialloverde, nella tragica estate del 2019, e adesso, con il governo Draghi alla cui opposizione si è collocata, unico partito, celebrandolo in Aula con un Bertolt Brecht che ha pronunciato col gusto iconoclasta tipico di via della Scrofa, storica sede del Msi e ora di Fdi: «Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati».

Bravissima in effetti a occupare i segmenti vacanti, a beneficiare e poi prosperare su situazioni politiche create da altri, Meloni che come racconta lei stessa ebbe per esempio nel 2006 la vicepresidenza della Camera perché Gianfranco Fini aveva il «grosso problema di mettere d’accordo i colonnelli del partito che ambivano a quel posto e io gli ero utile per spegnere le diatribe e dare un segnale di rinnovamento», quindici anni dopo deve i suoi balzi in avanti nei sondaggi anche alle scelte e soprattutto agli errori di Matteo Salvini, un po’ sodale e un po’ competitor a seconda dei momenti, come si conviene al tempo liquido della politica contemporanea. Di fatto, nel disorientamento dell’elettorato leghista tante sono le preferenze transitate da lui a lei, capi iper-social della nuova destra. Adesso, ha calcolato Alessandra Ghisleri di Euromedia research, Fratelli d’Italia ha guadagnato 5 punti in tre mesi, arrivando al 19 per cento (in media triplicati i consensi rispetto a due anni fa) invece la Lega di Salvini ha perso tra il 30 e il 60 per cento e sta due punti sopra Fdi. Tutto un altro film rispetto a quando, nel marzo 2014, Meloni fu eletta con le primarie a presidente di Fratelli d’Italia, creatura politica fino a quel punto guidata da Ignazio La Russa, sorta con l’obiettivo della sopravvivenza, e dall’incrocio della necessità di allontanarsi da Berlusconi ma anche di salvaguardare il patrimonio di An dalle altrimenti prevedibili diatribe interne alla Fondazione.

A Fiuggi, nel suo primo discorso da presidente del partito, Meloni si tolse il peso di rispondere a Gianfranco Fini, suo mentore fino a tre anni prima, che aveva apostrofato l’operazione come quella di «bambini cresciuti, viziati, che vogliono imitare i fratelli maggiori», dicendogli che casomai «siamo figli costretti a crescere in fretta, come quei ragazzi abbandonati dal padre che scappa di casa e va in giro per il mondo». Non era noto, allora, quanto fosse autobiografico quel dettaglio ficcato dentro il discorso di inaugurazione di una leadership, indirizzato peraltro a colui che, politicamente, proprio a Meloni aveva fatto in qualche modo da padre, indicando il suo nome per la candidatura alla Camera, alla vicepresidenza di Montecitorio, al governo con Berlusconi come ministra.

Dell’infanzia sappiamo solo adesso, visto che Meloni, lontanissima dagli esordi di Fdi, ha prodotto quella che Guia Soncini ha chiamato «biografia di un’influencer» (“Io sono Giorgia”, Rizzoli) e nella quale si possono individuare una serie di elementi diciamo classici: disagi, padre assente o problematico, punti di riferimento nei nonni, difficoltà circa il peso e/o l’estetica in genere. Tratti che si ritrovano, oltre che nel libro di Meloni, anche nella recentissima autobiografia di Rocco Casalino, portavoce di Giuseppe Conte, come pure in quella storica di Barack Obama, presidente degli Stati Uniti. Meloni come Casalino e Obama, per dire quanto siano radicati i topoi di una fatica letteraria (supervisione della sorella Arianna Meloni e dell’ideologo Giovan Battista Fazzolari) che, nel caso della presidente di Fratelli d’Italia, segna senz’altro un passaggio importante nel marketing della costruzione del personaggio, della leader. Ed è, come ha notato Sofia Ventura su The Huffington Post, la chiave d’accesso emozionale-privata attraverso la quale Meloni trasla poi una visione decisamente populista, dove esiste una manichea contrapposizione tra la sua destra e il resto del mondo, praticamente uno sterminato campo tutto di sinistra (ai tempi del governo gialloverde dipingeva come uno di sinistra persino Luigi Di Maio), ma dai contenuti decisamente vaghi nella proposta politica generale; a tratti per lo meno lunari, come quando, parlando del globalismo, Meloni proclama essere «incredibile come la visione comunista si sia rafforzata nel mondo da quando il socialismo reale è stato sconfitto dalla storia», o quando spiega che le «politiche immigrazioniste» della sinistra sono il nuovo volto «delle deportazioni di massa d’epoca sovietica».

Proprio la vaghezza di quest’armamentario, la notevole dose di improvvisazione, unita alla volontà di non farsi misurare troppo direttamente dalle prossime amministrative (di qui la scelta di candidati civici, l’orientamento verso nomi come quello del carneade romano Enrico Michetti), stanno a indicare secondo alcuni quanto in realtà sia lungo (più di quanto sembri) il cammino che Meloni deve ancora percorrere, se vuol essere credibilmente in corsa per Palazzo Chigi - sempre che davvero lo voglia.

«Il rischio che non si sedimenti nulla c’è, le fiammate straordinarie sono una caratteristica del nostro tempo, non sarebbe la prima volta», dice Alessandro Campi, docente di Scienza politica all’università di Perugia e direttore della Rivista di politica, che però nel ragionare su quali siano i punti di leva dell’intera faccenda indica da un lato l’abilità di Meloni nel costruirsi una «rete di relazioni» nella quale si è «sganciata dal fronte sovranista e ha cercato per tempo un accreditamento con il mondo repubblicano statunitense», dall’altro proprio la struttura di Fratelli d’Italia: «Ha un’organizzazione politica che in questa fase fa la differenza, un gruppo dirigente che si muove in modo unitario, una catena di comando che funziona». Proprio questo, ad esempio, è un elemento di differenza con altre leadership, quella di Fini in An, ma anche quella di Enrico Letta nel Pd: «In entrambi i casi ci sono capi frutto di un accordo tra gli oligarchi del partito. Meloni è in posizione diversa: i vecchi di An stanno con lei gratificati di essere stati ripescati, gli altri sono tutti di nuova leva, quasi tutti legati alla leader, con uno spirito di corpo generazionale molto forte».

Novecentesco ma contemporaneo, piantato nella tradizione dell’Msi-An (anche quanto a sedi e fiamma) ma animato poi dalla generazione degli oggi trentacinque-cinquantenni, Fdi riflette in effetti la stessa ambivalenza della sua leader, che è stata capace di dotarsi di un comparto di social-media manager tale da far concorrenza alla bestia di Salvini, ma anche di un ufficio studi come quelli di una volta, con sede a via della Scrofa e coordinamento in mano a Francesco Filini. E che, soprattutto, ha costruito la sua attuale classe dirigente pescando soltanto dal gruppo militante di sempre, quello dei tempi in cui era presidente dei giovani dell’Msi-An. Nel cosiddetto cerchio magico, a parte la figura dell’ex forzista Guido Crosetto, che pur dietro le quinte continua ad essere un importante punto di riferimento, ci sono infatti solo personaggi dalla militanza pluridecennale: il senatore Giovanbattista Fazzolari detto Spugna, figlio di un diplomatico, che oggi è consigliere ascoltato e responsabile del programma di Fdi ma, per dire, sostenne Meloni già nel congresso in cui fu eletta presidente di Azione giovani nel 2004; il capogruppo alla Camera Francesco Lollobrigida, l’altro punto di riferimento, che era responsabile nazionale degli studenti del Msi nel 1995, quando Meloni era responsabile provinciale, e che è anche poi diventato cognato di Giorgia, avendone sposato molti anni dopo la sorella Arianna - secondo una tendenza endogamica che è sempre stata tipica del mondo missino; ci sono poi l’eurodeputato Carlo Fidanza e il deputato Giovanni Donzelli, anche loro presenti con vari ruoli sin dai tempi di Azione giovani (Fidanza fu il vice di Meloni), così come Nicola Procaccini e tanti altri. Una estrema continuità e, quindi, compattezza, che riguarda anche le figure cui si guarda come emergenti: non solo presidenti di Regione come Francesco Aquaroli che guida le Marche, ma anche una consigliera data in crescita come la capogruppo in Regione Chiara Colosimo, anche lei militante in Azione giovani fin dai tempi del liceo e ora alla terza legislatura. Un gruppo insomma tutt’altro che inesistente, ma per ora prudentemente dietro le quinte. Che riesca poi a farsi largo davvero, è tutto da vedere. 

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