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Politica
gennaio, 2022

Due giorni per salvare Draghi. Salvini e Letta temono le sue dimissioni: «Rischiamo il caos»

Primo giorno di voto e di tanti incontri. Il presidente del Consiglio resterebbe al governo soltanto con un capo dello Stato eletto ad ampia maggioranza. I leghisti rifiutano il Mattarella bis. E Casini non basta. Perciò il premier rimane il candidato più forte per il Quirinale

Ci sono due giorni per non perdere il governo di Mario Draghi e non congedare lo stesso Mario Draghi dalla politica italiana. Due giorni. Era ovvio da mesi. Adesso se ne sono accorti i partiti. La litania «Draghi resti a Palazzo Chigi» non inchioda Draghi a Palazzo Chigi.

Come ha appreso Matteo Salvini nel suo colloquio proprio col premier, Draghi resta a Palazzo Chigi soltanto con un capo dello Stato eletto da una larga maggioranza. Quella che sorregge il suo governo. Può accadere con un secondo mandato di Sergio Mattarella, per esempio. Però Salvini rifiuta ancora l’opzione bis che gli propongono il Pd di Enrico Letta e i 5S di Giuseppe Conte (e Luigi Di Maio). Al momento non ci sono candidati che possano ottenere la maggioranza richiesta da Draghi. Non è Pier Ferdinando Casini. Non è Giuliano Amato. Non è Marta Cartabia. Quindi si è innescato un subdolo meccanismo politico che può portare Draghi al Quirinale, confermare Draghi a Palazzo Chigi, spingere Draghi alle dimissioni.

Ci sono due giorni per sventare un «potenziale cortocircuito istituzionale» come la pensa Enrico Letta. Due giorni a giovedì. Quando per eleggere il capo dello Stato scatta la maggioranza assoluta. Al buio. Protetti. Con una matita usa e getta. Le mani igienizzate. Con nessun segretario di partito – esclusa Giorgia Meloni, ma sono pochi le sorelle e i fratelli d’Italia – che controlla davvero i suoi grandi elettori o con qualcuno ne controlla un quarto come Giuseppe Conte per i Cinque Stelle.

La «sintonia» che Matteo Salvini e Giuseppe Conte, Enrico Letta e Matteo Salvini eccetera si scambiano nei comunicati ufficiale è la paura di non riuscire a determinare gli eventi. La paura di mostrare una profonda fragilità. E invece Draghi li incontra e pone le sue ineludibili condizioni per non farsi stritolare nella campagna elettorale che da domani, da subito, condurrà al voto fra un anno. Salvini, Letta e neppure Conte possono permettersi di rimuovere Draghi dalla politica italiana. Perciò il premier è sempre il candidato più forte. Perché somma le debolezze di ciascuno.

Con le urne già aperte sul Quirinale, il trasloco ben avviato (e mostrato) di Mattarella, i positivi al virus trasportati in ambulanza, i deliri dei deputati contro il vaccino, i corridoi della Camera pullulanti di amuchina, adesso, i partiti hanno capito che il tempo è quasi scaduto. Ricordano un po’ lo stupore che colse l’anziano kaiser Guglielmo II quando di ritorno da una vacanza in crociera non si capacitò delle intenzioni belliche dell’impero austroungarico. Alla partenza sembravano tutti così sereni. Non finì bene.

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