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Politica
settembre, 2022

«Con Kiev e con la Nato»: così Meloni ha portato Fdi lontano dall’ex modello Putin

Nei primi giorni di guerra in Ucraina, Fratelli d’Italia con direttive orali e scritte - dai dirigenti fino ai militanti – si è adeguata alla linea del partito al fianco degli alleati americani ed europei: una scelta che ha mietuto consensi e messo in imbarazzo gli esitanti forzisti e leghisti. In passato invece per “Giorgia” la Russia era addirittura di ispirazione, ma l’Ue continua a non fidarsi

Che fatica rovistare nella memoria. Quella cosa lì, no dai, per davvero è successa? E però che noia, scusa, ti ricordi pure di quel giorno infausto? I politici non frequentano con piacere la memoria. La propria soprattutto.

Oggi Giorgia Meloni indossa una politica estera impeccabile, ben stirata sulle posizioni degli Stati Uniti, in tinta con l’alleanza militare Nato. L’ha presa in prestito da Mario Draghi. Oggi. Ieri era diverso. Non più tardi di ieri. «Putin ha idee molto più chiare di Renzi in politica estera, difende l'interesse nazionale mentre Renzi è in balia degli eventi». Parole chiave: “idee molto chiare”. «Complimenti a Vladimir Putin per la sua quarta elezione a presidente della Federazione russa. La volontà del popolo appare inequivocabile». Parole chiave: “volontà del popolo”. «Guardiamo con interesse a realtà come la Russia di Putin o all'India di Modi. Serve un coordinamento, sapere che non siamo soli e che altri condividono le nostre idee. Propongo l'adesione all'associazione “The Movement” di Steve Bannon. È una grande occasione per mettere in relazione le nostre idee con quello che sta accadendo nel resto del mondo. L'idea di una confederazione di Stati liberi e sovrani che decidono di cooperare su materie comuni senza il giogo dei burocrati che vogliono normare tutto». Parole chiave: “grande occasione”. E i modelli di società, l’Ungheria di Viktor Orban, la Polonia di Mateusz Morawiecki, i neofranchisti spagnoli di Vox, l’Europa di «nazioni indipendenti» che Fratelli d’Italia propugna a Bruxelles e Strasburgo.

La politica estera sgangherata è preziosa per mietere consensi, la politica estera convenzionale - tralatizia - è necessaria per governare. Et voilà. Quando l’armata di Mosca ha invaso l’Ucraina con i primi scarponi dei parà all’aeroporto di Kiev, lo stesso 24 febbraio 2022, Meloni ha trascinato Fdi nel gruppone americano contro l’ex ispiratore Putin. Una rapida giravolta che ha denudato le contraddizioni e ancora di più le esitazioni dei vecchi amici di Vlad, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e i rispettivi partiti. Meloni ha sfruttato la “grande occasione”, non si è consegnata più alle teorie di Bannon, nel frattempo arrestato per frode, graziato da Donald Trump e di nuovo incriminato, ma ha fornito una prova di assoluta lealtà a Washington. Ordinata la manovra di inversione, c’erano i militanti da avvisare, quelli che fino a ieri, appunto, erano invitati a “guardare con interesse” alla Russia di Putin. Così l’esecutivo nazionale e locale di Fdi ha diffuso la bolla papale - Meloni è sovrana di un partito sovranista - nei territori di competenza.

 

L’onorevole uscente e sicuro rientrante Marco Silvestroni, consulente di Meloni quand’era ministro per la Gioventù, capo di Fdi per la provincia di Roma, il 24 febbraio 2022 ha emanato una direttiva per esporre la linea di Giorgia (ci si chiama per nome) e impedire qualsiasi tipo di contestazione. Alcuni hanno scelto la formula orale, Silvestroni ha preferito scrivere e con rigore: «La scelta della Russia di attaccare in Ucraina costringe ad una assunzione di responsabilità che una forza patriottica come la nostra non può eludere. Di fronte a un attacco militare all’Occidente, al di là delle responsabilità, ci si schiera con i propri alleati. La ferma condanna espressa da Giorgia - si legge nel documento visionato dall’Espresso - non lascia spazi a equivoci o distinguo che non potrebbero essere tollerati. Informate tutti che la linea del partito è questa e non condividerla avrà conseguenze immediate. Per tanto è necessario monitorare le azioni dei propri iscritti, per non incorrere in azioni disciplinari». Silvestroni si ritiene soddisfatto. La meticolosa sorveglianza ha funzionato. La base ha accettato, ha compreso, ha approvato. Non ha protestato.

La politica estera di Fdi si trova al punto 25 di 25, cioè l’ultimo, del programma elettorale. Non una pagina striminzita, una metà: «Culla della civiltà occidentale, potenza economica e culturale, Stato fondatore dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica: dopo troppi anni di marginalità sotto i governi di sinistra, l’Italia deve tornare protagonista in Europa, nel Mediterraneo e nello scacchiere internazionale. Per una politica estera incentrata sulla tutela dell’interesse nazionale e sulla difesa della Patria. Pieno rispetto delle nostre alleanze internazionali, anche adeguando gli stanziamenti per la Difesa ai parametri concordati in sede di Alleanza Atlantica. Al fianco dei nostri alleati internazionali nel sostegno all’Ucraina di fronte all’aggressione della Federazione Russa. Rilanciare il sistema di integrazione europea, per un’Europa delle Patrie, fondata sull’interesse dei popoli e capace di affrontare le sfide del nostro tempo».

Ampi messaggi di conforto per gli americani, che Meloni ha conosciuto con le sue trasferte alle conferenze dei repubblicani e ha rassicurato già in ogni modo, deliziosi cioccolatini per la Nato che guerra o non guerra invita a fare incetta di baionette, munizioni, fregate, carri armati e adora lo sferragliare delle fabbriche belliche. Fdi è più timida con l’Unione. Va bene la conversione, però con prudenza, graduale, perché altrimenti si instilla il dubbio che forse era soltanto propaganda, anche a buon mercato, comoda, facile e di bella resa.

Le righe equivoche e scolastiche sull’Europa delle Patrie non bastano a intaccare (non mutare) le opinioni (o pregiudizi) di francesi e tedeschi. Per il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere Olaf Scholz, i copiloti d’Europa, Fdi rimane il partito nipote dei fascisti e un pericolo per l’Unione. Non sorprende. Ciò che sorprende, invece, è che Meloni non sia riuscita a recuperare un minimo di considerazione dei (probabili) futuri colleghi. Ha sottovalutato la questione. Per mancanza di classe dirigente e di lungimiranza. Gli americani non potrebbero accettare mai un governo filorusso o filocinese in Italia, ma possono accettare volentieri, o comunque non se ne fanno un cruccio, un governo con pessime relazioni a Berlino e Parigi. La tenuta economica italiana, però, dipende di più da Scholz e Macron che da Biden. In primavera il prossimo segretario generale del ministero degli Esteri verrà da Berlino, lì risiede da un anno l’ambasciatore Armando Varricchio dopo il mandato a Washington e l’esperienza di consigliere diplomatico a Palazzo Chigi con Matteo Renzi. Non ci sono affinità culturali fra Meloni e Varricchio, ma sanno che potrebbero condividere un percorso.

Al momento gli interpreti della politica estera di Fdi sono due ex feluche: l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, il ministro plenipotenziario (non ha ottenuto il grado più alto) Stefano Pontecorvo. Ex ministro alla Farnesina con i tecnici di Mario Monti, in passato legato a Gianfranco Fini, ambasciatore negli Stati Uniti e anche in Israele, una doppietta che definisce la sua collocazione internazionale, Terzi ha allevato i dirigenti di Fdi che si occupano del mondo, ha aderito quando il partito era piccino, e stavolta è candidato per un posto garantito di senatore. Pontecorvo ha concluso la sua carriera all’ambasciata italiana in Pakistan e poi da rappresentante “civile” della Nato in Afghanistan. S’è ritrovato all’aeroporto di Kabul nei giorni della drammatica evacuazione (fuga) degli occidentali dopo il ritorno dei talebani, sospinto dai media ne ha ricavato in visibilità, quasi protagonista di una quasi epica, interviste, seminari e di recente un libro, però lo scorso anno L’Espresso ha raccontato le inefficienze Nato proprio in quella fase. Nonostante la popolarità, a febbraio la Farnesina l’ha congedato al compimento dei 65 anni sprovvisto del titolo di ambasciatore.

Anche Adolfo Urso si prepara alla consacrazione con un corredo di agganci negli ambienti internazionali. Fu due volte viceministro nei governi di Berlusconi e sempre con delega al Commercio Estero. Dopo la dissoluzione di Alleanza Nazionale e la fugace avventura di Futuro e Libertà, Urso ha saltato una legislatura e ha ricominciato con Fdi e con la carica di presidente del Copasir, il comitato parlamentare che vigila sull’operato dei servizi segreti. Questa combinazione istituzionale e politica gli permette di ambire a un ruolo rilevante in un governo di destra. Non è un dettaglio che durante la campagna elettorale abbia svolto un viaggio fra Ucraina e Stati Uniti. Ci si attende una parte da protagonista per il diplomatico Mario Cospito, già collaboratore di Urso viceministro, ambasciatore in Romania e da un anno e mezzo vicepresidente di Avio (aerospazio). Da un paio di settimane il diplomatico Bruno Archi è arrivato alla Fao (organizzazione Onu) dopo il breve servizio col ministro Mariastella Gelmini: assai caro a Gianni Letta, ex viceministro forzista agli Esteri, in un governo di centrodestra (non destracentro) potrebbe fare un altro balzo verso gli uffici di Palazzo Chigi. Niente è precluso, niente è incoerente. Basta disattivare la memoria. 

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