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Politica
febbraio, 2025

Fuori dall'Opg il vero pericolo è la solitudine

Con “Luce è libertà” Fondazione Messina offre percorsi per reinserire in società persone con disturbi mentali che abbiano commesso reati. Un modello contro l’ergastolo bianco degli internamenti

Ezio da solo non ce l’avrebbe mai fatta», parla così Giancarlo Cavallaro, operatore per quasi trent’anni dell’Ospedale psichiatrico giudiziario (Opg) di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Ezio è un ex terrorista dei Nuclei armati proletari, affetto da una patologia mentale e dipendente dall’alcol, che ha passato la sua vita tra carcere e manicomio. «Anche dopo avere scontato la sua pena – dice Cavallaro – per colpa di un sistema che non crea percorsi di cura, che fa terra bruciata intorno e spinge a restare una persona considerata socialmente pericolosa per sempre». E quindi a rimanere rinchiusi. Come lui, tanti altri che con l’entrata in vigore della nota legge ribattezzata con il nome di Franco Basaglia – che ha portato alla chiusura dei manicomi – andavano «ricollocati», spesso in uno stato mentale e fisico peggiore di quello che avevano al momento del loro internamento.

 

I più vanno nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), ma a Ezio e a una sessantina di malati dell’ormai ex Opg di Barcellona le cose vanno diversamente. Finiscono nel circuito virtuoso di “Luce è libertà”, un progetto messo in campo dalla Fondazione Messina – su richiesta dell’allora governo Prodi – talmente dirompente e innovativo da diventare oggetto di pubblicazioni scientifiche. La Fondazione, attiva sull’isola da tempo con iniziative all’avanguardia, non si limita, infatti, a proporre misure-spot, bensì avvia «percorsi di vita personalizzati» sul lungo periodo dove al centro ci sono le libertà individuali. Aiuta, insomma, i malati a tornare a vivere, lavorare e abitare in luoghi scelti in una logica di economia sociale, di cui anche la Sicilia e i suoi abitanti traggono giovamento.

 

“Luce è libertà” si basa sul concetto di «capitale di capacitazione», per cui «per ogni malato viene stanziato un budget una tantum che la Fondazione investe per realizzare un parco fotovoltaico», spiega Gaetano Giunta, presidente dell’ente. L’energia prodotta va gratuitamente ai soggetti che hanno aderito al bando (scuole, parrocchie, carceri…) e quindi hanno realizzato sui loro tetti un impianto solare; il rendimento del conto energia (l’incentivo statale iniziale) diventa una «microbudget di salute» da utilizzare per il reinserimento nella società degli ex internati. Ogni malato, cioè, avrà un tesoretto, derivante dal conto energia, per la realizzazione del suo diritto a una casa, un lavoro, una socialità. Al pari di altri. «Secondo un doppio vantaggio, perché il territorio ci guadagna in efficienza e forza lavoro, mentre abbatte i costi della sanità».

 

Ezio arriva nel manicomio siciliano che ha già scontato i trent’anni previsti per il suo reato e si trova in «regime di proroga». Alla fine di un processo, infatti, i soggetti con patologie psichiatriche possono essere assolti per vizio totale di mente o, se il vizio è parziale, condannati con pena diminuita. In ogni caso, viene fatta una valutazione sulla loro pericolosità sociale. Se questa esiste, si applica la misura di sicurezza della detenzione negli ex Opg, ora Rems, che può sommarsi agli anni della pena da scontare; se, invece, c’è stato il proscioglimento, essa diventa un periodo di internamento. Comunque la misura viene prorogata finché il giudice ritenga pericoloso il soggetto. «Il problema – dice Giunta – è che la valutazione si basa sia sul percorso del malato, che in manicomio è inesistente, sia sul contesto in cui torna a vivere». Quasi sempre una realtà ai margini in cui la persona è sola, in cui non ha nessuno che controlli che prenda le medicine o che la segua se ha dipendenze e in cui perde facilmente la testa. «Accade così che la misura di sicurezza venga prorogata tante di quelle volte da diventare una sorta di ergastolo bianco». È il caso di Ezio, che senza un punto di riferimento forte beve fino a uccidersi, di Carlo, non imputabile perché ha agito in uno stato di schizofrenia paranoide, ma che da solo non segue la terapia. E di Ernesto, ex tossicodipendente con un disturbo bipolare.

 

Ed è qui che si inserisce “Luce è Libertà”: prende in carico il malato, lo segue per 20 anni, lo aiuta a trovare una casa e un lavoro. Crea un tessuto “sano” personalizzato: mettendo a disposizione le sue strutture in una rete di rapporti dove fa da soggetto facilitatore, compensando, laddove serve, le spese con i «microbudget di salute». Ezio, per esempio, appassionato di verde, ha studiato e si è laureato in Agraria, è cofondatore di una cooperativa e protagonista di un film, “Primula rossa” (di Franco Jannuzzi), che racconta la sua vita e quella di altri internati. Carlo è tornato a fare il manutentore e abita in una delle casette che Fondazione Messina ha costruito – in modo ecosostenibile – recuperando vecchie baracche fuori città. Ernesto si è sposato: a celebrare le nozze è stato Giunta, Cavallaro, che nel frattempo è diventato volontario del progetto, era testimone.

 

E se non dovessero bastare le storie a raccontare i benefici di “Luce è Libertà”, ci sono i numeri: quasi la metà di coloro che stavano nel manicomio giudiziario siciliano abita da sola e ha realizzato un inserimento lavorativo. Solo il 7 per cento vive in una Rems. Uno studio indipendente ha dimostrato infine che, «se questo modello venisse applicato alla salute mentale regionale, ogni cinque anni la Regione risparmierebbe 250 milioni di euro», conclude Giunta. Ezio è morto per cirrosi epatica poco dopo l’uscita di “Primula rossa”, quasi lo aspettasse. Ha chiesto di scrivere e interpretare la scena finale. Sguardo vitreo sulla telecamera e poche parole: «Perdono, perdono e ancora perdono».

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