Politica
2 febbraio, 2026Il leader di Azione, dato ciclicamente per politicamente disperso, è rientrato nel grande gioco con una mossa studiata: salire sul palco del teatro Manzoni di Milano, all'evento di Forza Italia. Dietro le quinte i contatti si moltiplicano. Non per costruire un nuovo centro, bensì per usarlo
Il nome di Carlo Calenda torna a circolare nei palazzi con una frequenza sospetta, di quelle che non nascono per caso. E infatti non è un caso. Il leader di Azione, dato ciclicamente per politicamente disperso, è rientrato nel grande gioco con una mossa studiata: salire sul palco giusto, nel momento giusto, davanti al pubblico giusto. Teatro Manzoni di Milano, evento di Forza Italia organizzato da Letizia Moratti per celebrare la discesa in campo del Cavaliere. Una passerella che vale più di cento dichiarazioni. E che non è sfuggita a Palazzo Chigi.
Ufficialmente nessuno conferma nulla. Ufficiosamente, Giorgia Meloni osserva e annuisce. Perché l’asse Calenda–Forza Italia, più che un’alleanza politica, è un’operazione di ingegneria elettorale. Di quelle fredde, ciniche, efficaci. L’ex ministro si dice “felicissimo” di collaborare con gli azzurri, Fi nicchia, prende tempo, smentisce accordi organici. Ma dietro le quinte i contatti si moltiplicano. Non per costruire un nuovo centro, bensì per usarlo.
Il punto non è governare insieme. Il punto è far superare ad Azione la soglia di sbarramento alle Politiche 2027. Un obiettivo che conviene a tutti, tranne che al centrosinistra. Per Calenda significa sopravvivenza parlamentare. Per Meloni significa un doppio colpo: indebolire l’opposizione e trasformare Azione in un alleato “funzionale”, utile più per sottrazione che per addizione.
Nei corridoi si parla apertamente di un’operazione da manuale calderoliano. Riecheggia il fantasma del Porcellum e della sua clausola più furba: il “miglior perdente”. Dentro una coalizione vincente, anche chi restava sotto la soglia poteva essere ripescato. Uno schema che, adattato ai tempi moderni, consentirebbe di portare Calenda in Parlamento senza dargli troppo potere. Presenza garantita, voce controllata.
A Forza Italia l’idea non dispiace. Il partito orfano di Berlusconi cerca sponde, centralità, ruolo. Calenda è incompatibile sul piano ideologico? Dettagli. Qui contano i seggi, non i sentimenti. E poi l’ex ministro di Matteo Renzi ha un pregio: parla a un elettorato che Fratelli d’Italia fatica a intercettare e che il Pd rischia di perdere definitivamente.
Chi mastica amaro è la Lega. Salvini incassa in silenzio, ma i suoi non dimenticano anni di attacchi frontali di Calenda, soprattutto su Ucraina, Russia e politica estera. Favorire il leader di Azione suona come un boccone indigesto, l’ennesimo sacrificio sull’altare della stabilità meloniana. E infatti il malumore cresce. Sottotraccia, ma cresce.
Per ora è tutto tattica. Nessun patto scritto, nessuna foto ufficiale, solo segnali. Ma nei palazzi c’è chi scommette che Calenda, da eterno battitore libero, stia per diventare il "miglior perdente" perfetto: troppo debole per comandare, troppo visibile per essere ignorato. E soprattutto utile. Molto utile.
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