Politica
3 marzo, 2026Se il voto inciampa, qualcuno deve assorbire l’urto. Meloni osserva, pesa, calibra. Difendere il ministro fino all’ultimo significherebbe trasformare il referendum in un plebiscito personale. Scaricarlo prima del voto suonerebbe come un’ammissione di paura. Dunque si temporeggia
Altro che minimizzare. A Palazzo Chigi si fanno i conti col pallottoliere mentre in pubblico si ostenta aplomb istituzionale. La parola d’ordine è blindare il governo, costi quel che costi. E se il referendum dovesse trasformarsi in un boomerang? La risposta, sussurrata tra anticamere e chat cifrate, è una sola: cambiare l’interprete, non il copione. Il nome che circola è quello del Guardasigilli Carlo Nordio. Ufficialmente respinge le accuse di aver incendiato i toni. «Non ho mai alzato la voce», giura, ringraziando il Colle e Sergio Mattarella per aver riportato il dibattito sui contenuti.
Ma nei piani alti la questione non è lessicale, è matematica: se il voto inciampa, qualcuno deve assorbire l’urto. La premier Giorgia Meloni osserva, pesa, calibra. Difendere Nordio fino all’ultimo significherebbe trasformare il referendum in un plebiscito personale. Scaricarlo prima del voto suonerebbe come un’ammissione di paura. Dunque si temporeggia. Si separano i destini: il governo da una parte, il ministro dall’altra.
Nordio ha legato il suo nome a una battaglia identitaria, evocando riforme mancate e padri nobili come Giuliano Vassalli. Narrazione alta, quasi epica. Ma i pragmatici sussurrano: il referendum non premia le genealogie, premia o punisce chi ci mette la faccia. E la faccia, fin qui, è stata la sua. «Si è esposto troppo», rimbalza tra corridoi e salotti. Non per i contenuti – quelli restano la linea ufficiale – ma per l’enfasi e i toni fin troppo sopra le righe per un ministro della Repubblica.
La campagna doveva essere tecnica, chirurgica, a prova di dossier. È diventata simbolica, identitaria, un derby tra curvaroli. E quando la partita si carica di simboli, il risultato pesa il doppio.
Così l’ipotesi dimissioni in caso di sconfitta referendaria comincia a prendere piede. È nel cassetto delle soluzioni rapide di Palazzo Chigi: sacrificio mirato per disinnescare l’effetto domino. Si salva l’impianto, si cambia il volto. Anche perché Nordio non ha una corrente o un partito pronto a fare quadrato. Tecnico, indipendente, dunque più esposto.
Intanto il Guardasigilli tira dritto, rivendica il merito, respinge le etichette, invoca il perimetro costituzionale. Ma nei Palazzi il merito è necessario, non sufficiente. Conta la tenuta del racconto. Se il vento gira, il copione è già pronto: responsabilità personale, continuità politica, rilancio immediato. Un tagliando presentato come gesto di ascolto, non come resa. Perché la regola è antica: si vince insieme, si perde da soli. E oggi, tra stanze ovattate e simulazioni notturne, il parafulmine perfetto ha un nome e un cognome.
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