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Politica
gennaio, 2007

Così si fa il vero riformismo

Crescita economica con equità e conti pubblici in equilibrio. Liberalizzazioni, riforma della pubblica amministrazione, del welfare e delle pensioni: le decidiamo insieme alle parti sociali

Cara e illustre direttrice,

non è frequente assistere ad un esercizio di fantasia così copioso come quello che ha preceduto, accompagnato e seguito il seminario di Caserta.

Si è arrivati anche a criticare l'aspetto "lussuoso e costoso della riunione", alludendo pure all'elevato affitto che il governo avrebbe pagato.

Tutto questo senza tener conto che il Seminario si è svolto nella francescana, ancorché efficiente, sede della Scuola superiore della pubblica amministrazione, che, guarda caso, è di proprietà della presidenza del Consiglio la quale, guarda caso, non può pagare l'affitto a se stessa.

Il fatto che il Seminario fosse ad un passo dalla favolosa Reggia di Caserta non è stato altro che una conseguente pubblicità per un monumento che lascia senza fiato i visitatori e che, essendo più bello di Versailles, meriterebbe un flusso turistico pari alla sua bellezza. Ci è stato anche chi si è spinto oltre, sostenendo che a Caserta abbiamo semplicemente trascorso un week end di chiacchiere.

Non mi sembra il caso di soffermarmi su questi aspetti. Mi basta sottolineare come queste giornate di lavoro e di approfondimento dei problemi siano indispensabili per costruire una squadra di governo affiatata e consapevole e per rafforzare le relazioni tra il governo e la maggioranza che lo ha espresso e lo sostiene.

Ma, forse, era proprio questa l'interpretazione che si voleva evitare per cui è stato molto più agevole insistere sulle differenze e sui ruoli dei singoli tralasciando di sottolineare la visione e l'impostazione unitaria e collegiale del Seminario.

A Caserta erano governo e maggioranza che si riunivano per analizzare, discutere e decidere strategie ed azioni: se lo avessero fatto anche il governo e la maggioranza precedenti avrebbero forse evitato gli errori che hanno portato, nonostante lo strapotere mediatico e la schiacciante prevalenza di seggi in Parlamento, alla loro sconfitta elettorale. In un Paese in cui tutta l'attività di governo viene ridotta a proporre e varare leggi senza alcun interesse per le modalità di applicazione delle leggi stesse, l'aver impiegato alcune ore a individuare le 'modalità' per mettere in atto la legge finanziaria e i provvedimenti relativi, mi sembra un fatto concreto ed importante. Così come importanti sono le proposte immediate venute fuori a Caserta. E non sono proposte da poco se misurate con il metro del riformismo che significa guardare alla coerenza dei risultati rispetto agli obiettivi che il governo stesso si era proposto. Ed è proprio la parola riformismo che è stata usata come una clava, riempiendola di ambiguità, come se il riformismo non fosse il perseguimento di obiettivi semplici e condivisi attraverso strumenti tra di loro coerenti. Riformismo non è la moltiplicazione delle decisioni, come si vantava il precedente governo quando annunciava di aver approvato 53 leggi in pochi mesi. Leggi mai discusse collegialmente ma affidate a chi più ne aveva interesse.

Alla Lega era stata appaltata la legge elettorale. A Previti la 'riforma' della giustizia. A Berlusconi, ovviamente, la riforma del sistema televisivo mentre Igor Marini e Mario Scaramella si attribuivano l'onere della ricostruzione di importanti capitoli della storia d'Italia.

Essere riformisti significa invece per noi perseguire crescita ed equità in una situazione di conti pubblici in equilibrio. Con il Dpef, con il decreto Bersani di giugno e con la legge finanziaria abbiamo avviato un paziente lavoro riformista e a Caserta lo abbiamo proseguito. In quella sede ho tra l'altro annunciato decisioni 'riformiste' forti e condivise che, da sole, potrebbero costituire già un elemento di grande progresso per l'Italia. Ne elenco alcune perché si possa valutarne la portata.

La prima è l'unificazione degli Enti di previdenza con un risparmio di quasi due miliardi di euro all'anno e con il passaggio dell'Inail dal metodo a capitalizzazione a quello a ripartizione essendo ormai l'unico ente in Europa che non ha attuato questa trasformazione.

La seconda è la riconduzione di Sviluppo Italia al suo scopo iniziale di attrazione degli investimenti esteri. Anche in questo caso riducendo sprechi enormi a partire dalla già avvenuta drastica riduzione dei consigli di amministrazione.

La terza è l'affiancamento al lavoro che l'onorevole Capezzone sta facendo con le Commissioni parlamentari rendendo davvero possibile costituire un'azienda in un giorno con la riduzione all'essenziale degli adempimenti burocratici.

Inoltre si è decisa la costituzione di un fondo rotativo per le opere pubbliche in cui mettere i soldi non spesi nelle opere che non vengono attuate nei tempi dovuti. E un chiaro programma di riforma delle Autorità che sovrintendono il governo dei mercati, con la creazione delle autorità dei trasporti e il compattamento delle Autorità finanziarie.

Infine ci sono gli incentivi alla ricerca e la costruzione in ogni provincia di poli tecnico-professionali, percorsi triennali e istituti tecnici superiori. E non dimentichiamo il deciso avanzamento nella elaborazione della nuova 'lenzuolata' di liberalizzazioni che presto il Consiglio dei ministri approverà. Cose concrete, semplici e che tendono allo stesso obiettivo di sviluppo ed equità. Quindi proposte certamente definibili come riformiste e che, come tali, non possono che essere interpretate ed accettate da tutta la coalizione.

E perché, invece, da parte della Confindustria si parla della vittoria della sinistra frenatrice? Non dovrebbero essere riforme che interessano in senso positivo gli industriali? E la stessa valutazione non dovrebbe riguardare anche il modo rigoroso e corretto con cui stiamo costruendo un futuro per Alitalia?

Io credo profondamente nella capacità regolatrice del mercato e credo che tali regole non dovrebbero essere applicate soltanto dal governo, ma dovrebbero diventare patrimonio comune anche delle imprese. Ho seguito ad esempio con attenzione e favore la ormai annosa proposta di quotazione in Borsa del 'Sole 24 Ore', fatto che sarebbe un segno di progresso nel mondo dei media. All'annuncio però non è seguito nulla. Eppure non credo che questo positivo processo riformista sia stato bloccato dal conservatorismo di Rifondazione comunista. Forse da qualcun altro.

Non sarebbe allora più produttivo che, ciascuno nel proprio campo, facesse con la dovuta pazienza un passo in direzione del riformismo, visto che tutti sembrano condividerne gli obiettivi?

E, visto che parliamo non solo di sviluppo ma anche di equità, c'è qualcuno che mi spiega perché venti anni fa ci scandalizzavamo del fatto che tra la remunerazione dei dipendenti e quella dei massimi dirigenti vi era un rapporto tra 1 e 40 mentre oggi che il rapporto è passato tra 1 a 400 nessuno sembra preoccuparsene? E che si parli con tranquillità di 500 milioni di stock options solo nel corso del 2006?

Se sollevo con serenità, ma con chiarezza, questi problemi debbo davvero sentirmi "schiavo dell'estremismo di sinistra"?

Queste mie posizioni sono il frutto di una duplice preoccupazione: quella di sviluppare la nostra economia e quella di non spaccare il Paese in due.

Ancora una volta, quindi, crescita ed equità. E vogliamo applicare questi criteri anche al problema della riforma dello stato sociale di fronte alla quale ho due obiettivi cui non posso e non voglio rinunciare: garantire una pensione decente ai giovani che entrano ora nel mondo del lavoro, e aumentare le pensioni più basse in un Paese in cui due milioni di persone ricevono meno di 400 euro al mese.

Il trattamento dello scalone, la correzione dei coefficienti, gli incentivi alla permanenza nel mercato del lavoro, il pensionamento graduale e gli ammortizzatori sociali e tutti i capitoli che compongono lo stato sociale non possono che essere armonizzati agli obiettivi di crescita ed equità che ci debbono continuamente fare da guida.

Per ottenere questi risultati abbiamo evidentemente bisogno di risorse, ed è per questo che vogliamo mettere insieme gli Enti previdenziali e produrre profonde innovazioni nella Pubblica amministrazione. Per mettere in atto questo progetto serio ed ambizioso non si può certo prescindere dal coinvolgimento delle parti sociali che devono in buona parte attuarlo.

Per questo fin dai prossimi giorni con il sindacato e con le altre forze sociali ci confronteremo sul futuro del sistema previdenziale e sulla riforma della Pubblica amministrazione: lo faremo con lo spirito della concertazione che ha sempre caratterizzato l'azione del nostro governo.

E allo stesso modo dobbiamo affrontare con il mondo delle imprese i temi della loro crescita dimensionale, della loro internazionalizzazione, della ricerca e dell'innovazione. Intendiamo anche insistere sulla necessità di affrontare a tutti i livelli il problema del costo della politica.

Tutto questo lo possiamo mettere in atto anche perché a Caserta abbiamo discusso molto. Per la gioia dei commentatori ma anche per la nostra gioia perché per noi la discussione è il sale della politica vera, della politica riformista.

Con molta amicizia,

Romano Prodi

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