Politica
ottobre, 2007

Alla mafia ho detto no

L'imprenditore che ha deciso di non pagare più il pizzo. Il commerciante che ha denunciato i boss. Il giornalista che racconta la criminalità. Ecco la vita blindata di chi si è ribellato a Cosa Nostra

In fondo è una questione di segnali. Più che le auto bruciate, le saracinesche divelte, la colla a presa rapida che blocca le serrature, sono i segnali che ti dicono che la guerra è qui. Che si sta combattendo casa per casa, negozio per negozio, nelle redazioni dei quotidiani locali e negli uffici delle imprese, nei consigli comunali e nelle associazioni antimafia. Per questo oggi chi in Sicilia, Calabria e Campania ha deciso di resistere, i segnali ormai sa interpretarli. E lo fa ogni giorno, spesso da solo, perché dei 'nuovi partigiani', i grandi giornali scrivono troppo poco, le televisioni dicono quasi niente.

I segnali, come le loro storie, però restano. Ci sono quelli grandi e buoni, quelli che vedono tutti, come la Confindustria che il primo settembre finalmente dice chiaro e tondo: "Espelleremo chi paga il pizzo". E ci sono quelli piccoli, impercettibili, ma cattivissimi: un furto da poche migliaia di euro in un magazzino controllato dalla polizia e dalle telecamere; il fratello del boss che in piazza scende dall'auto, saluta tutti, bacia, stringe le mani e, quando viene il tuo turno, ti salta guardandoti fisso negli occhi; e ci sono le gemme del vigneto confiscato a Cosa Nostra che qualcuno si è preso la briga di staccare ad una ad una. E allora capisci che davvero è solo una questione di rabbia e di segnali. Perché dopo ogni segnale, la paura, ma anche la rabbia, aumenta. E anche se non te ne accorgi ti cambia dal di dentro, se non ti piega, ti trasforma.

Prendete un uomo come Stefano Italiano, il presidente della cooperativa Agroverde di Gela. Lui da più di un anno vive sotto scorta. È uno dei 25 imprenditori che in Italia, secondo i calcoli del presidente onorario della Federazione antiracket, Tano Grasso, vengono controllati a vista perché finiti nel mirino della criminalità organizzata. Non ha scritto un romanzo cult come Roberto Saviano. Non ha dietro di sé l'ombra protettiva di Luca Cordero di Montezemolo, come Andrea Vecchio, l'industriale di Catania che in agosto ha visto la propria ribellione punita con quattro bombe in quattro giorni. Già a Palermo il cognome di Italiano dice poco o niente. Ma qui a Gela, tra gli 80 mila abitanti di una cittadina che pure la mattina di sabato 29 settembre si è ritrovata a contare i danni causati da sette attentati incendiari in una notte, il presidente di Agroverde viene considerato la dimostrazione che con la mafia si può non convivere. È stato lui, assieme al sindaco Saro Crocetta, a spingere con l'esempio altri 70 commercianti gelesi a denunciare.

Sì, perché Stefano Italiano la mafia ce l'aveva in casa. L'uomo a cui per anni aveva versato la mesata era suo cugino. L'aveva addirittura scelto lui, pensando di poter così evitare il continuo via vai di boss e carusi che negli anni Novanta facevano credere a molti che la Agroverde fosse una cooperativa collusa: "Non volevamo pagare. Ma non si poteva. Le pressioni erano forti. E così, sbagliando, cedemmo. All'inizio erano solo 500 mila lire al mese. Ma c'era sempre un sacco di gente che veniva. E io mi rendevo conto che pure i soci ci guardavano male. Sa, qui si tace, ma non è che si approva. Per questo chiesi a mio cugino, che era appena uscito di prigione, se poteva pensarci lui". Risultato: il via vai di malavitosi in azienda finisce, ma l'importo della mesata raddoppia perché il cugino fa parte della Stidda che a Gela poi divide le entrate con Cosa nostra.

Poco male. La Agroverde fattura 20 milioni di euro l'anno. Non ha problemi a versarne anche 20 mila: "Ma ogni volta che pensavamo di ingrandirci, loro si rifacevano sotto. A un certo punto avevamo in ballo un investimento da 70 miliardi di lire. Sono arrivati in ufficio i vertici dell'organizzazione. Erano come sempre gentilissimi. Mi hanno fatto i complimenti, mi hanno detto che mi avrebbero aiutato in qualsiasi cosa, poi hanno chiesto il 3 per cento. Erano più di 2 miliardi. Io mi sono sentito umiliato e ho sentito crescere la rabbia. Ho detto no: la Agroverde ha rinunciato all'investimento e alle nuove assunzioni. Per chi stavamo lavorando, noi?". Così, dopo le ultime richieste, Stefano Italiano si ribella. Non dice niente a casa, niente alla moglie, niente al consiglio di amministrazione e si infila in un commissariato. Denuncia tutto e tutti. Poi, per un anno attende gli arresti. Siamo nel 2005. Lui è ancora senza protezione, lo accompagnano in cooperativa i suoi fratelli. Stanno uniti, si muovono in gruppo. Sperano così di sfuggire al piombo mafioso. Poi il caso esplode. Diventa pubblico e il figlio del signor Italiano si trova a fare a botte con un compagno di liceo che lo apostrofa dicendo: "Tuo padre è un pentito". Sono momenti duri. Si aprono ferite difficili da rimarginare. Ancor oggi il presidente dell'Agroverde cerca di non chiamare il figlio sul cellulare. Non gli va di sentirsi rispondere: "Papà che c'è? Che cosa è successo?". L'ansia, per quanto può, preferisce risparmiargliela.

Il clima nell'isola, del resto, è quello che è. Anche i muri hanno orecchie. Stefano Italiano lo sa bene. Un giorno, quando tutto questo non era era ancora cominciato, quando il problema era ancora solo la guardiania che la mafia voleva imporre agli associati, lui e gli altri produttori si erano ritrovati a discuterne per caso nella veranda dell'abitazione di uno dei soci. La mattina dopo però quella casa non c'era più. Qualcuno le aveva dato fuoco nella notte. E allora paghi. Come fanno il 70 per cento dei commercianti siciliani (dati Confcommercio): una regione dove contro ogni evidenza il governatore Totò Cuffaro, ancora nel 2005, sosteneva che "quelli che versano la tangente saranno il 5-10 per cento"; dove l'associazione palermitana di Addiopizzo finisce sulle pagine di tutti i giornali perché riesce a raccogliere le adesioni di circa 200 tra imprenditori, artigiani e negozianti, disposti addirittura a mettere orgogliosamente la loro faccia su un calendario 'pizzo-free', ma circa altri 10 mila liberi imprenditori si voltano silenziosamente dall'altra parte. Perché adesso minacciano anche gli avvocati che assistono nei processi le parti lese, come è accaduto a Stefano Giordano, legale dei proprietari della Antica Focacceria San Francesco di Palermo: un locale storico che, dopo le denunce dei proprietari, ha dovuto persino fare i conti con le dimissioni di tre dipendenti e l'entrata in malattia di altri quattro. Perché i soldi, per quanto tanti, sono sempre pochi. Perché in fondo il pizzo vero lo verseranno i consumatori che magari, come insegna l'esperienza dell'Agroverde di Gela, vedranno il prezzo dei pomodori aumentare, ma solo un poco: qualche centesimo a cassetta, mica di più. Poi però i centesimi si moltiplicano. Perché nel Sud il libero mercato spesso non esiste. È la mafia che ti impone i fornitori, che ti dice a quali magazzini e a quali imprese devi rivolgerti. Visto da fuori è tutto legale. Ti serve un camion? Contatti un'agenzia che si prende una commissione del 10 per cento di ogni trasporto. E dato che la Agroverde di Tir ne caricava più di 1.300 all'anno, alla fine i centesimi diventano centinaia di migliaia di euro. Rivolgersi ad altri non si può. Gli altri camionisti in questa zona non ci vengono. Sanno che i loro mezzi faranno una brutta fine, sanno che le loro merci a destinazione arriveranno, se arriveranno, avariate.

È così dappertutto. "Il pane qui, a noi ci costa 30 centesimi al chilo più del dovuto e lo stesso accade per la carne e per le mozzarelle. I fornitori e i grossisti non ce li possiamo mica scegliere. Si faccia un giro per i bar e guardi che marche di gelati vendono. Ce ne è una sola. Secondo lei è un caso?", protesta Davide Imberbe, proprietario con i fratelli di una serie di supermercati a Portici, in provincia di Napoli. Anche lui ha cominciato a pagare negli anni '90. Aveva appena 17 anni e suo padre lo aveva voluto con sé quando si era trattato di andare a trattare l'importo della mazzetta: "Pensava che con un ragazzino vicino sarebbero stati meno duri". Ma non era servito a niente. La sedia a rotelle con cui si muoveva Imberbe senior era stata rovesciata per strada.

Era stato allora anche che Davide aveva sentito crescere per la prima volta la rabbia. Ma Portici funzionava così. La polizia era corrotta, di macchine delle forze dell'ordine sul territorio non se ne vedevano. A sera, al contrario di quanto accade oggi, poliziotti, carabinieri, finanzieri stavano rinchiusi nelle caserme. E allora non ti sembrava di poter far altro che abbassare la testa. Poi la denuncia, i primi arresti e l'amarezza di Davide che, dopo un paio d'anni, vede di nuovo per strada i propri estorsori. Ma non fa niente, perché lui denuncia ancora: persino i boss del potentissimo clan Vollaro che, organizzatissimi, negli incontri ti forniscono un modulo prestampato in cui è indicato l'importo del pizzo da versare a seconda delle tipologie e della grandezza dell'esercizio commerciale. Un servizio tutto incluso perché sono i Vollaro a offrirsi di fare da tramite con la Asl e il comune per farti ottenere le licenze in tempo record. "Io devo ringraziare i carabinieri che mi proteggono e qualche politico. Ma non tutti. Perché qui buona parte di loro strizzano l'occhio ai clan", dice Davide Imberbe che oggi continua a vivere a 800 metri di distanza dalle famiglie di chi ha inchiodato con le sue dichiarazioni.

La nuova resistenza è fatta così. Tu il nemico lo vedi, lo incontri tutti i giorni, lo conosci, spesso ci sei cresciuto assieme. E allora tutto diventa più difficile. Perché quello che è concesso ad altri, quello che chi viene da fuori può fare, a te è precluso. Non importa chi sei, investigatore, imprenditore, giornalista, per te la soglia di tolleranza è molto più bassa. Superato il limite, scatta sempre più spesso la minaccia, arriva l'attentato. "Certe cose uno le mette in conto, ma poi quando le vivi di persona è tutta un'altra storia", spiega Carlo Pascarella, nato e cresciuto a Pignataro Maggiore, un paese in provincia di Caserta, dove opera il clan Lubrano-Nuvoletta. Carlo, con il suo collega e amico Enzo Palmesano, scrive da anni di mafia e politica sui giornali locali. Ha raccontato di una villa bunker confiscata alla camorra e assegnata in uso al comune che però oggi sta andando in malora. È riuscito ad assistere ai funerali di don Vincenzo Lubrano. Insomma, non si è fatto i fatti suoi. A metà settembre gli è arrivata una cartolina da Zurigo. C'era scritto: "Stai attento". E lui ha capito: nei suoi articoli Pignataro la chiamava "la Svizzera della camorra". Due giorni dopo gli hanno incendiato un furgone di famiglia e la questura, per tutelarlo, ha cominciato a sorvegliare la sua abitazione. Segno evidente che pure a Pignataro l'articolo 21 della Costituzione, quello che garantisce a tutti la libertà di espressione, non vale. Qui, come in mezzo Sud, la migliore parola è ancora quella che non è stata detta. n

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