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Cultura
novembre, 2007

Pignasecca e Pignaverde

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L'avaro anziano e quello giovane. Il padre di una figlia da maritare e il futuro genero. Ma il cuore ha delle ragioni che il portafoglio non conosce...

I grandi attori comici spesso soffrono di quella che potremmo definire "sindrome di Monsieur Jourdain", dal nome del protagonista del "Borghese gentiluomo" di Molière, il ricco signore che vuole nobilitarsi con la cultura. Giunto al culmine della propria carriera, il comico gentiluomo - almeno da Petrolini in poi - cerca di gratificarsi e di legittimarsi come grande interprete agli occhi del suo pubblico misurandosi con qualche classico del teatro, e proprio Molière è l'autore più giusto. Anche Gilberto Govi fu contagiato da questa sindrome e progettò di interpretare "Il medico per forza" tradotto, all'epoca, in genovese antico. Troppo antico, a rischio di riuscire incomprensibile e Govi rinunciò al suo Molière, preferendo un succedaneo più casalingo e meno impegnativo, nel caso Emerico Valentinetti, l'autore della commedia "Pignasecca e Pignaverde", protagonista Felice Pastorino, ennesima variante sul tema dell'avaro che l'autore raddoppia affiancando al vecchio tirchio, Pignasecca, uno più giovane, Pignaverde. Valentinetti non rinuncia a intrecciare ai tic e alle paranoie del suo protagonista il tema sempre funzionale della figlia del vecchio avaro promessa a uno sposo di gradimento del padre, nel caso l'avaro giovane.

Ma il cuore ha delle ragioni che il portafoglio non conosce e le convenzioni del lieto fine salvano la ragazza dalle nozze di volontà paterna per consegnarla al suo innamorato, per giunta disposto a rinunciare alla dote per ingraziarsi il futuro suocero. Govi è perfettamente a suo agio infilato nel personaggio di Felice Pastorino che indossò anche in un film, "Che tempi!" girato nel 1947 con Paolo Stoppa nella parte di Pignaverde, Walter Chiari come giovane amoroso e Alberto Sordi nel ruolo, per lui inconsueto, di un argentino in viaggio d'affari a Genova. Poco disposto al cinema - solo quattro film nella sua carriera - Govi lo era ancor meno nei confronti della televisione, a cui comunque si arrese nel 1957. Accettò di farsi riprendere, ma protetto dal suo teatro, con il pubblico e le risate vere. Diffidava della "camera" - come la chiamava lui - «che ti legge i pensieri» e voleva che tenesse le distanze, che se ne rimanesse in platea come uno spettatore, senza disturbare e ad ammirare le sue straordinarie interpretazioni con il valore aggiunto di un trucco, denso e significativo come una maschera. La ripresa televisiva di "Pignasecca e Pignaverde", ad opera del regista Giancarlo Galassi Beria, è rispettosa e discreta: in quel bianco e nero commovente e lattiginoso delle origini, che rende tutto e tutti un po' simili a ectoplasmi, registra a futura memoria un reperto straordinario di teatro, e non solo dialettale. Il sipario si apre con un tenero cigolio, la "camera" fa ricorso per lo più a un rispettoso e doveroso campo medio che s'immedesima nello sguardo di uno spettatore - diciamo collocato in decima fila - e inquadra i personaggi nel loro habitat, in quelle scenografie dettagliate e circostanziate come un saggio antropologico: carta da parati fiorita, buffet e controbuffet, piatti, piattini, bicchierini, centrini e perfino quei marsupi da appendere alle pareti per esporre le cartoline ricevute, parafernalia di emozionante valenza nostalgica. Altro che vintage!

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