Forse è la volta buona: la Sicilia ce la fa ad uscire dalla pastoia melmosa in cui si è infilata da parecchio tempo e si dà una volta per tutte un profilo credibile e contemporaneo. Parliamo di arte, di un orizzonte che può accogliere altre forme creative che ridescrivano l'identità odierna dell'isola. Dopo anni di discussioni, veti incrociati, cadute di stile e picchi di sprechi, a Palermo si è finalmente inaugurato Palazzo Riso, il museo d'arte contemporanea della città. A Catania hanno aperto due fondazioni private: Puglisi Cosentino e Brodbeck, ma già l'estate scorsa nel capoluogo regionale era nata Goca: Gallery of Contemporary Art e un'altra fondazione, Sambuca, sta per aprire i battenti.
Dunque, grande fermento nel cuore del Mediterraneo. Con palazzi storici che tornano a nuova vita in pieno centro, bonificandolo, sebbene, spesso purtroppo, mostrino i segni di un lifting pesante. Ma passi anche questo, purché il tutto, soldi e aspettative, non facciano la fine di un altro gioiello del barocco siciliano: Palazzo Sant'Elia che doveva essere il nuovo museo provinciale e che invece ha conosciuto solo finte inaugurazioni, mostre pasticciate e "longhe manus" di discutibili papabili locali.
Stiamo a Riso, quindi che, quanto a restauro, non smentisce la tendenza: una buona metà è stato pesantemente ritoccato, l'altra metà non nasconde le offese del tempo, e piace proprio per questo. La mostra d'apertura, "Lo spirito del tempo" (fino al 31 maggio, a cura di Valentina Bruschi, Salvatore Lupo, Renato Quaglia e Sergio Troisi), segue due criteri ambiziosi e piuttosto complicati: mettere in scena il collezionismo privato insieme a quello pubblico, seguendo un percorso storico che incrocia le vicende siciliane con quelle mondiali e selezionando le opere tra quelle create nell'anno preso in considerazione. Scelta non facile, insomma, che non sempre centra l'obiettivo, specie quando negli anni Ottanta, i fatti siciliani sono spesso cruenti e l'isola sembra implodere nella stretta criminale. Le opere di questi anni, tra cui un sontuoso arazzo di Alighiero Boetti e una complessa installazione di Emilio Isgrò, provengono per lo più dalla collezione di Gibellina, il paese del Belice distrutto dal terremoto del '68 per la cui ricostruzione furono chiamati artisti e architetti di fama, da Quaroni a Consagra, che lasciarono non solo opere sul territorio ma anche alle raccolte comunali, e la cui utopia, simboleggiata dal "Grande cretto" di Burri che ricopriva le macerie del paese, è però andata in fumo con il crollo di alcuni edifici, l'abbandono degli abitanti della New Town di Gibellina e lo stato pietoso della stessa opera di Burri di cui tra poco dovrebbe iniziate il restauro.
Il piano superiore appare più omogeneo soprattutto per una coerenza dello sguardo e una maggiore armonia tra le opere: compaiono, tra gli altri, Cattelan, Tony Cragg, Stefano Arienti, Giulio Paolini, Julian Opie, Louise Bourgeois, Andres Serrano, Jonathan Monk e Luca Vitone. Su tutti spicca una grandiosa installazione di Kounellis che pende dal soffitto di una sala messa per fortuna solo a norma e non toccata dal restauro. In questo piano, inoltre, l'allestimento ha maggiore respiro mentre in quello inferiore a volte appare troppo pieno e confuso. Ma, al di là, dei giudizi di merito, del fatto che si tratta della prima mostra che risente ancora di un clima di rodaggio sicuramente migliorabile, il fatto importante è che questo museo abbia aperto e che cominci a funzionare sul serio, avendo oltretutto l'ambizione di essere il punto di raccordo di un "museo diffuso" nell'intero territorio siciliano.
E se a Palermo protagonista è la mano pubblica, a Catania, città generalmente ritenuta più dinamica, la scena la occupano i privati. Alfio Puglisi Cosentino è un collezionista di arte antica che recentemente si è interessato al contemporaneao, ha acquistato lo storico palazzo Valla nel centro della città che, come molti altri, cadeva a pezzi, l'ha restaurato con fondi europei e regionali trasformandolo in un asettico white box e ora l'ha aperto al pubblico con una mostra curata da Bruno Corà: "Costanti del classico nell'arte del XX e XXI secolo". Rassegna che sembra quasi la risposta a "Italics" di Francesco Bonami che per molti mesi ha occupato palazzo Grassi a Venezia, che mette in scena pezzi importanti, tra cui Medardo Rosso, Matisse, Rothko, Mondrian, Klee e Arturo Martini, con un'incursione nell'arte degli ultimi anni che comprende Pistoletto, Anselmo, Kounellis, Fabro, Pensa, Long e Nunzio. Mette in scena, senza però mai osare veramente, ma soprattutto, e chissà perché, non presenta la propria collezione.
Diversa invece è l'idea che anima la fondazione Brodbeck. Che sorge in una delle aree più degradate del centro storico di Catania e si distribuisce su diversi ex capannoni industriali. Fatiscenti ma affascinanti. Poveri per obbligo ma, speriamo, anche per futura vocazione, evitando insomma che siano tirati a lucido. La fondazione che prende il nome dall'imprenditore svizzero-siciliano Paolo Brodbeck ha aperto con la mostra del giovane artista tedesco Michael Beutler, un'epopea di colori e gigantismi fatti di carta. Per ora l'idea è di allestire il capannone più grande per la collezione che conta circa 600 pezzi, chiamando a intervenire sulla struttura anche alcuni artisti come Alfredo Pirri e destinando gli altri capannoni a mostre temporanee. L'obiettivo è di trasformare questo luogo in un certo d'arte attivo, invitando gli artisti a stare a Catania offrendogli una residenza tra questi spazi smisurati, carichi di memoria e cintati come era nelle abitazioni arabe. Talmente evocativi da meritarsi il nome di "Fortino".