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Mondo
luglio, 2009

Dieci, cento mille Tibet

I violenti scontri con gli uiguri hanno aperto un nuovo fronte. Pechino non rinuncia alla repressione. Ma si apre a Internet e cerca alleati. E la lotta tra regime e minoranze si inasprisce

Sono bastati pochi minuti perché la notizia degli attacchi agli operai uiguri di una fabbrica nel Guangdong, che hanno provocato la morte di almeno due di loro, arrivasse, ingigantita dal silenzio delle autorità locali, nella lontana provincia settentrionale dello Xinjiang a parenti e amici che, in meno di dieci giorni, sono scesi in piazza protestando. E sono sempre bastati pochi minuti perché, una volta scoppiati i tumulti a Urumqi, la capitale provinciale in cui hanno perso la vita almeno 184 persone (centinaia, secondo il Congresso mondiale degli uiguri), l'agenzia di stampa cinese Nuova Cina battesse la sua versione dei fatti affinché fosse immediatamente ripresa dalle agenzie di mezzo mondo, cinesi incluse.

A tre mesi dal sessantesimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare di Cina (primo ottobre), le modalità del confronto tra oppressi e oppressori, tra rivoltosi ed esercito, tra chi ha il controllo sulle armi e chi non ce l'ha nemmeno sul proprio futuro, ha compiuto un balzo in avanti. Non più unicamente violenza, ma soprattutto pubbliche relazioni, strumenti multimediali e attenzione a una audience globale e tecnologicamente sofisticata.

Gli uiguri, prima una minoranza musulmana semisconosciuta che, con tecniche da guerriglia, lottava per l'impossibile indipendenza dello Xinjiang, si sono trasformati in un popolo oppresso che ha ripudiato le istanze separatiste e che ora lotta pacificamente per il rispetto delle proprie tradizioni etniche e religiose, e per un'autonomia che al momento esiste solo sulla carta. "Hanno abbracciato la piattaforma tibetana e stretto con i tibetani una forte solidarietà", spiega Dru Gladney, un esperto degli uiguri cinesi all'Università di Pomona in California: "Il Dalai Lama ha anche scritto la prefazione della biografia 'Dragon Fighter' di Rebiya Kadeer". A questa donna 59enne tanto minuta quanto determinata, quattro volte candidata al Nobel per la pace, è attribuita la svolta del Congresso mondiale degli uiguri, un movimento con sede a Monaco che fino al 2006, quando lei ne ha preso le redini e unificato la voce, si era dimostrato poco preparato e coordinato. La rivolta del 5 luglio, ovvero lo scontro tra protestanti ed esercito con il maggiore numero di vittime dal 4 giugno 1989, ha fatto il giro del mondo e ha sensibilizzato la comunità islamica internazionale. Il primo ministro turco Tayyip Erdogan ha definito l'oppressione cinese nello Xinjiang un genocidio. A Sydney, Parigi e Ankara la comunità uigura ha protestato di fronte alle ambasciate cinesi. I blog iraniani hanno paragonato l'occupazione cinese in Xinjiang a quella israeliana in Palestina.

Dopo le rivolte in Tibet dell'anno scorso e adesso quelle di Urumqi, il mondo sta scoprendo che i problemi degli uiguri hanno poco a che fare con il conflitto religioso o con l'estremismo islamico e molto con l'ingiustizia sociale, le relazioni etniche e le pari opportunità. Come in Tibet, così in Xinjiang, le popolazioni locali hanno scarso accesso alle posizioni nella pubblica amministrazioni e ai lavori remunerativi e, grazie alla brutale propaganda nazionalista di Pechino, sono considerati 'retrogradi', 'ingrati' e, nel caso degli uiguri, 'violenti terroristi e ladri impietosi'.

Gli scontri del 5 luglio erano infatti scoppiati dopo che una ragazza han era inavvertitamente entrata nello spogliatoio maschile di una fabbrica del Sud che aveva mandato di assumere soprattutto uiguri, provocando, in tempi di crisi economica, un accresciuto risentimento han. Sono bastate due urla perché gli han accusassero di stupro la comunità uigura e ne uccidessero due operai. Come avviene solitamente in questi casi, la polizia locale ha ignorato l'omicidio, stendendo un velo di silenzio sull'accaduto e così alimentando la rabbia e il sospetto di un bilancio ancora più pesante tra i parenti degli emigrati in Guangdong. Da lì alla protesta (inizialmente pacifica, e poi insanguinata da anni di incomprensioni etniche istigate da Pechino) il passo è stato breve, anche se inaspetatto.

Questa volta però il regime cinese ha reagito con sorprendente rapidità e precisione, dimostrando di avere imparato la lezione dell'anno scorso, quando la sua gestione delle rivolte tibetane è risultata in un fallimento politico e mediatico internazionale. Non soltanto l'agenzia di Sato ha subito dato per prima la notizia della rivolta, sottolinenado l'aggressione contro innocenti cittadini han da parte degli uiguri, così soffiando sul solito fuoco del nazionalismo, ma il regime ha anche lasciato aperte le porte dello Xinjiang ai giornalisti internazionali, a differenza di quanto avvenne in Tibet. Si è preso un giorno, e poi ha invitato i giornalisti a un viaggio guidato ad Urumqi. Intanto, la televisione trasmetteva a rullo continuo le immagini degli han uccisi, facendo attenzione a non fare vedere nessun cadavere uiguro, e i giornali di regime estendavano la propaganda con articoli come questo: "Uno sguardo a quello che è successo rivela una coreografia ben orchestrata per togliere vite umane identica all'uccisione di migliaia di lavoratori al World Trade Center dell'11 settembre del 2001. I terroristi questa volta non hanno usato bombe o detonatori, ma hanno brandito mazze di acciaio e sguainato coltelli per mettere fine alla vita. La barbarie ha reso increduli la Cina e il mondo. Grazie alla nuova politica che permette ai giornalisti di raccogliere notizie sul luogo dell'evento, facoltà in precedenza ristretta, più persone nel mondo hanno potuto conoscere questi crimini insensati. Perfino durante l'età della pietra i nostri antenati, sebbene scarsamente vestiti, non facevano questo l'uno contro l'altro mentre raccoglievano ghiande e altri cibi nei boschi. (...) Secondo alcuni articoli stranieri, questa vicenda è il risultato di una lotta etnica degli uiguri contro gli han dovuta al divario di ricchezza degli ultimi anni. Ciò non è vero perché delle riforme di Deng Xiaoping hanno beneficiato tutti. Inoltre molti benefici, come quello di avere più di un figlio, non sono concessi agli han" (da un editoriale del 'Quotidiano del popolo', il giornale del Partito comunista cinese, uscito il 10 luglio).

Come ha sottolineato David Bandurski, ricercatore del China Media Project all'Università di Hong Kong, questa nuova politica di diffusione attiva delle notizie sulle sollevazioni di massa fa parte di un cambiamento fondamentale nella strategia politica del partito. Bandurski la definisce 'Controllo 2.0', ovvero la versione moderna e sofisticata del totalitarismo tradizionale. In pratica, consiste nel concedere aperture alla trasparenza nel contesto di un controllo sempre più stretto dell'informazione. Lo Stato impedisce ancora l'uscita di notizie che hanno a che fare con la corruzione politica e altri argomenti sensibili ma, per tutti gli avvenimenti che, a causa della rivoluzione digitale, non possono più essere nascosti al popolo, il governo di Hu Jintao ha scelto di appropriarsi della gestione diretta delle informazioni. Fare uscire la versione ufficiale per primi vuol dire avere il potere di influenzare la successiva copertura mediatica, nazionale e internazionale, senza generare un rilevante scarto di credibilità. Solo una settimana fa il 'Quotidiano del popolo' scriveva: "Nell'era del Web chiunque può essere una fonte di informazione e un pozzo di opinioni. Questa situazione ha innalzato gli standard delle modalità di canalizzazione dell'informazione. Di fronte a situazioni improvvise, non basta che il governo dia la notizia, ma deve anche agire velocemente per capire in che direzione le notizie si muovono su Internet e rispondere velocemente ai dubbi della gente. Ciò vuol dire che gli uffici della propaganda devono essere in grado di capire e analizzare l'opinione pubblica".

A questa nuova strategia si accompagnano varie misure. Come l'interruzione di Internet e degli sms nell'area delle violenze per ridurre il flusso di notizie provenienti da organizzazioni non governative o dall'estero, e la censura di blog, motori di ricerca e siti di social networking in tutto il Paese. Non solo. Il nuovo copione prevede anche che i giornalisti stranieri siano sì invitati nel luogo delle sommosse, ma possibilmente in gruppo e nello stesso albergo e, come è avvenuto venerdi 10 luglio nella città di Kashgar, il centro spirituale degli uiguri, rimessi prontamente su un aereo se necessario. Aspetto cruciale della strategia è poi lo sfruttamento dell'errore umano: quando i media occidentali sbagliano una citazione o la didascalia di una foto (come è avvenuto nel caso di un'immagine pubblicata da Reuters e attribuita agli scontri di Urumqi anziché a quelli di giugno a Shishou, nella provincia dell'Hebei) il governo è ben lieto di consentire alla blogosfera cinese di teorizzare sul complotto straniero e sui tentativi di ingerenza dell'Occidente nelle questioni domestiche cinesi. Salvo fermare il tutto quando il nazionalismo rischia di andare fuori controllo: lunedì 13 luglio, ad esempio, un sito anti-occidentale (www.anti-cnn.com) è stato bloccato insime ad alcuni commenti dei blogger più nazionalisti.

La Cina ha investito anni nelle relazioni con il mondo islamico e vuole evitare oggi l'ostilità di paesi come l'Iran che politicamente (nelle settimane scorse la stampa cinese ne ha difeso il risultato elettorale) ed economicamente le potrebbero essere utili. Gli interessi commerciali cinesi ormai si estendono al Medio Oriente e all'Africa: se la repressione dei tibetani non comporta dirette ritorsioni economiche, quella degli uiguri potrebbe diventare un bel grattacapo.

Probabilmente il problema delle minoranze più legate alla loro identità e tradizione religiosa (tibetani, uiguri e mongoli) potrebbe essere risolto con una vera politica multietnica. "Sarebbe ora che la Cina cominciasse a cercare un modo sostenibile per governare un paese multietnico e multiculturale", spiega Rebecca McKinnon, nel suo blog (www. RConversation.blogs.com): "Le nuove strategie di gestione dell'informazione possono aiutare a tenere insieme il Paese nel breve, forse nel medio periodo, ma nel lungo non riusciranno a sostenere delle politiche sbagliate e una cattiva governance". "Fino all'anniversario del primo ottobre sarà solo repressione", chiosa Gladney: "Poi forse si potrà aprire una discussione interna al partito su una nuova politica multiculturale". Solo una speranza?

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