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Caro artista ti rubo l'anima

Luigi Ontani opera vivente tra le sue ceramiche. Marco Tirelli nell'ex pastificio popolato di atelier. Jacques Monory più noir dei suoi dipinti. I ritratti d'autore di Maurizio Valdarnini di pittori, scultori, grafici fotografati nella solitudine della loro creazione. Da Roma a Parigi

Li ha guardati dall'alto in basso. Tecnicamente s'intende. Giusto il tempo di uno scatto. Nell'animo invece sentimenti del tutto diversi: ammirazione, soggezione, timidezza, a volte paura. Ma l'immagine dall'alto era necessaria a ritrarre non tanto l'artista quanto la sua solitudine.

Per questo Maurizio Valdarnini si è arrampicato su quel che trovava negli studi. Uno sgabello, un tavolo, una sedia e, quando era molto fortunato, una scala. Innalzato quel che basta a riprendere una fuga del pavimento, uno sguardo angolare, uno scorcio del fondo o un vuoto nel pieno dell'abituale casino d'atelier, Valdarnini ha cominciato col fotografare gli artisti più vicini. Al cuore e alla porta di casa. Cercando il vuoto e il pieno, la luce e il ritmo, il neutro e il colore.

"Come si fa un ritratto professore?", gli si chiede visto che lui una scuola, anzi un Istituto Superiore di Fotografia lo dirige. In quello strano palazzo romano detto il Pastificio di San Lorenzo, dove gli inquilini sono solo artisti, fotografi e galleristi. "Ci vuole tempo. Un sacco di tempo", risponde. Un anno intero per insegnare come si dispongono le luci, come si scelgono gli obbiettivi, come si evitano gli errori di ortografia più banali. Ogni volto ha i suoi chiaroscuri e le sue inquadrature. Una volta insegnato tutto questo, non si è ancora imparato niente. Il resto è istinto, chimica che si accende fra il fotografo e la sua vittima.

Per questo il nostro non è tranquillo quando entra in casa dell'artista. Se lo conosce (magari per ragioni di condominio come è il caso di Marco Tirelli o Piero Pizzi Cannella) teme di essere troppo intimo per creare la giusta distanza. Se non lo conosce teme invece di non avere abbastanza tempo per capirlo e catturarlo.
E allora prima studia e si documenta ("come fate voi giornalisti nel preparare un' intervista", spiega). Poi sale sugli sgabelli, sui tavoli, sulle scale (questo per fortuna a noi giornalisti non serve). Appollaiarsi come un gufo sul ramo dell'albero lo aiuta ad avere le idee più chiare e lo sguardo d'insieme che riesce a impastare l'uomo e l'opera in quell'unione di corpi e cose che chiamiamo ritratto.

Dei suoi rimase entusiasta Jean -Michel Arnold presidente del Cict (Patrimonio dell'immagine Unesco) quando vide i diciotto artisti italiani immortalati dall'obiettivo di Valdarnini. Tanto entusiasta da scrivere, con enfasi tutta francese, parole importanti su quella tradizione delle "visites" che "non sono ritratti ma incontri". E, trascinato dall'entusiasmo Monsieur le President citando Bernini, Poussin, i futuristi nella Bugatti e le riprese di Alain Resnais negli studi degli amici pittori, gli chiede di fare altrettanti ritratti ad artisti parigini. Stesso numero: diciotto, non uno di più né uno di meno più un progetto di libro ("Solo-portrait d'artistes" edizioni Postcart) e mostra nel Pastificio di via degli Ausoni (dal 7 settembre galleria Pino Casagrande).

Ottima proposta, ma non così facile. Perlomeno non facile come andare nel centro della Roma Barocca a trovare Luigi Ontani, sempre perfetto nei suoi completi di raso cuciti dal sarto indiano su suo disegno, "ton sur ton" con le scarpe complete di ghette e bottoncini che si fa fare su misura. Ontani che già di per sé è un'opera, tableaux vivant delle sue opere, che si confonde tra le erme smaltate in ceramica di Faenza, identico nella postura e nei colori. Oppure entrare in casa Kounellis e rubare al maestro un attimo della sua quotidianità per scoprire che anche quando beve una tazzina di caffè riesce a trasformarlo in gesto assoluto e sacerdotale, con quello sguardo severo e antico, e la schiena dritta "proprio come le sue opere, dove un dettaglio povero diventa eterno", dice il fotografo.

E poi c'è il mattino in cui si bussa alla porta di Marco Tirelli, lì al Pastificio e lui ti guarda un po' infreddolito e ripiegato come le sue ombre di carboncino, anche lui nero e seppia, solo e metafisico nello studio, dove va a lavorare mattina e sera come un impiegato, anche se spesso non dipinge niente ma pensa, sistema vecchi progetti o ascolta musica, da solo perché è dalla solitudine, dice, che nascono le opere. Enzo Cucchi invece lo prende per mano e lo porta nel laboratorio del suo marmista. Uno spazio che gli piace tanto e dove lui, tra tutti quegli aggeggi e quella polvere, si sente davvero a casa perché è un posto antico e vero, fatto di quella stessa materia che Cucchi cerca in ogni opera.

Già ma qui si gioca in casa. A Parigi invece bisogna bussare e chiedere permesso. Ci vuole coraggio a chiedere permesso a uno tosto come Jacques Monory, che sembra uscito da un fumetto di Dick Tracy: cappello in testa, occhiali da sole e foularino al collo che non si toglie mai neanche dentro casa. Del resto il noir è la sua ragione di vita. Lo ha usato come una clava negli anni Sessanta quando leader del movimento di Figurazione Narrativa rivendicava contro l'astrattismo una pittura più seducente, cinematografica, letteraria, piena di tensione come un film noir di Jean Pierre Melville. Eccolo ora in mezzo a quadri che ha intitolato "Meurtres" ("Omicidi"), "La voleuse" ("La ladra"), "Folies de femmes" ("Follie di donne"). Eccolo con occhiale scuro e panama bianco protagonista dei suoi dipinti.

Tutt'altra pasta d'uomo dal buon Ljuba Popovic, surrealista sincero perso nei miraggi e negli incubi di un dipingere visionario che le luci tenute basse apposta da Valdarnini lasciano un filo sognante e stordito. Per non parlare di Julio Le Parc, franco argentino con l'aria da scienziato o puro matematico, in uno spazio pulito e ortogonale esattamente come il suo sguardo. Per fortuna che c'è Kiki Picasso, illustratore, giocherellone, membro di un collettivo che alla fine degli anni Settanta fu chiamato Bazooka da soci che avevano nomi ancor più strani Loulou, Olivia, Lulu e lui Kiki. Situazionisti, agitatori creativi, fumettari, graffitari, artisti-artigiani. Un ragazzone che a quel fotografo arrampicatore deve avere detto. "Ma che ci fai lassù? Scendi!". E gli ha sorriso. Allora Maurizio Valdarnini è sceso, lo ha guardato, ha scattato una foto e ha preso l'anima anche a lui.

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