Nella generosa arca di Diego tra mare e collina, il cibo è al centro della liturgia. "Prenda un pomodoro, viene dall'orto". Barattoli di minacciosi peperoncini: "Bomba pugliese", bidoni di pasta, mortadelle, vino, cani, bambini, mogli, zii e confusione. All'ombra di Morciano di Romagna, con le cicale esauste, gli ulivi, le pareti gialle, la barba imbiancata e un agosto che rispetta ruolo e tradizioni, i 56 anni di Abatantuono navigano verso Venezia. Il Festival ha invitato "Cose dell'altro mondo". Il film di Francesco Patierno con Valerio Mastandrea e Valentina Lodovini in cui si immagina una città del Nord, autoctona e tacitamente xenofoba, alle prese con l'improvvisa dipartita degli stranieri. Abatantuono è Mariso Golfetto, imprenditore e localistico predicatore tv che grida all'invasione dei barbari e invita i mediorientali a riprendere masserizie e cammelli e a far ritorno al luogo d'origine. Se comparando la stagione della "viuulenza" fai balenare la nèmesi interpretativa, Abatantuono reagisce. "Un attore è solo un soldato. Esegue e va in trincea, anche quando non è convinto". Rischio evitato, perché la terza opera di Patierno lo ha persuaso. "Sono molto contento del risultato. A patto che, una volta al Lido, non mi picchino".
Luca Zaia ha protestato. Veneti e leghisti sono arrabbiati. Sul Web circolano durezze assortite.
"Non più dell'uno per cento del totale, ho controllato. Un paradosso".
Perché?
"I campioni della pubblicità involontaria sono all'opera da settimane ma nessuno di loro ha visto un fotogramma".
Cosa si aspetta?
"Che piaccia, perché è una fiaba morale. Quando mi hanno proposto la parte ho chiesto se, oltre alla riflessione, volessimo anche far ridere".
Risposta?
"Consolante. I modelli di Patierno erano alti. "Signore e signori" e "Miracolo a Milano". Germi e De Sica. Il film di denuncia civile in senso stretto, le dico la verità, mi interessava relativamente".
I veneti però l'hanno presa sul personale.
"Mi dispiace. "Cose dell'altro mondo" ha temi seri trattati in maniera grottesca che esulano dalle coordinate geografiche. Intolleranza e integrazione difficile non battono bandiere e Treviso è solo la metafora di un Nord egoista. Avremmo potuto girare anche in Piemonte".
Resta l'egoismo.
"Lamentarsi del fatto che il Nord Africa e Lampedusa siano vicini non somiglia a un lampo di genio".
Il suo personaggio ha qualcosa dell'ex sindaco trevigiano Gentilini?
"Quando Patierno mi disse: "Abbiamo preso spunto da..." lo fermai. Non amo l'imitazione. Prenda Corrado Guzzanti. È il più grande in assoluto, ma non scimmiotta nessuno. Appoggia la sua comicità a un tipo umano. È una cosa diversa. Ho contribuito, come sempre, a riscrivere alcune battute del copione".
La Lega di Bossi è stata una novità?
"Un leader in canottiera, in effetti, non l'avevamo ancora visto".
Perché i politici abbaiano allo straniero?
"È l'espediente più semplice per mantenere il comando. La paura produce voti. Ieri vedevo il tg. Servizi sul caldo e strilli su Venezia invasa dai Vù cumprà. Mentre Gheddafi crolla, la Borsa sprofonda e l'uranio è diventato un condimento, gli ambulanti rappresentano una grave minaccia. Capisco, ci mancherebbe".
Ironico.
"Se accetti l'ipotesi della Padania, c'è spazio per tutti e i confini dell'immaginario si dilatano. Monete locali, scissioni comunali, il fai da te elevato a sistema. Io la libera Repubblica di Morciano, comunque, l'ho fondata quasi trent'anni fa. Credo che allo stato, non abbia protestato nessuno".
Torniamo in tema. La Chiesa fa abbastanza per i migranti?
"Non sono un politologo. So solo che in Italia le gerarchie ecclesiastiche non pagano le tasse e possono fare concorrenza a chiunque".
Duro.
"Ma no, si fa per ridere. È terapeutico sa? Ad esempio, se un vignettista dovesse disegnare una gara di corsa tra nazioni, ritrarrebbe l'atleta italiano con un prete sulle spalle. Correre con quel peso sarebbe arduo per chiunque. In ogni caso, dia retta, l'Italia è un Paese meraviglioso".
Dice?
"Mancano le strade in Sicilia, la Salerno-Reggio è un incubo a cielo aperto e noi pensiamo al ponte sullo Stretto di Messina. Ci vuole del genio, ammetterà".
Negli Ottanta, al cinema, Abatantuono incarnava un certo orgoglio sudista.
"Faccio l'attore. Interpreto storie. In "Io non ho paura" sequestravo un bambino. Non per questo il film incensava la categoria dei rapitori".
In cose dell'altro mondo il suo accento veneto però è perfetto.
"L'ho imparato a Verona, durante l'università di strada intrapresa con i Gatti di Vicolo Miracoli. Ho avuto delle fidanzate veronesi. Bellissime".
Anni preziosi?
"Venivo dalla scuola del Derby di Milano. Mia madre faceva lì la guardarobiera e appena tramontava il sole, io mi fiondavo in via Monte Rosa 84. Di giorno facevo finta di andare a scuola e mi affascinava la politica. La sera, al Derby, dialogavo con Jannacci, Beppe Viola, Cochi e Renato, con il Bistecca, con Dario Fo".
Poi?
"Al cabaret incontravo le ragazze. Tutte più grandi di me. Tornavo a casa, mettevo la testa sul cuscino e le parole in fila. Fantasticavo: 'Cazzo, ma quante cose ho imparato stasera?' Era un mondo adulto, si cresceva in fretta. I miei 18 anni sono stati una sfida continua per affermarsi, dialettica ed estetica".
Dell'infanzia cosa rammenta?
"Le vacanze in campeggio a Vieste con i miei genitori e le giornate estive trascorse in piscina. Entravamo in comitiva. Avevamo due lire. Preparavamo costume, asciugamano, pane, salame e pesche. All'ora di pranzo, i panini erano già finiti".
Rimanevano pur sempre le pesche.
"Compravamo scientemente le peggiori. Dopo qualche ora al caldo diventavano nere. Perfette per trasformarsi in proiettili. Ci si divertiva con poco nel '66".
Ricorda il primo film?
"Ero un ragazzo, mi presentai sul set di un poliziottesco e mi presero. Bisognava guidare una macchina ma, sfortunatamente, io non avevo ancora la patente".
Ma rinunciò?
"Per ottomila lire avrei baciato un interista (preferibilmente biondo e con gli occhi azzurri). Così salii, misi in moto e andai quasi a sbattere. Poi la macchina si spense. Il film lo feci lo stesso, ma l'auto la guidò una controfigura".
Dall'80 all'82 fece più di venti film.
"Non tutti buoni, non tutti belli. Quentin Tarantino, nella migliore delle ipotesi, mente. Rivede la sua infanzia e la colora di immagini che non ha mai visto. La moda del trash è insopportabile. Nell'aria si avverte uno squilibrio, una mancanza di lucidità che trasforma ogni frammento cinematografico del passato in cult. Un atteggiamento puerile".
Che fa Abatantuono, rinnega?
"No, però non rimpiango. C'erano cose divertenti ed altre francamente "meno". Avevo venticinque anni. Ero invidiato, ricercato e mi fidai delle persone sbagliate. Il mio agente e il mio commercialista mi depredarono. Mi ritrovai senza una lira, dopo aver speso tutto, con l'illusione di essere finalmente diventato ricco e il concreto rischio di finire malissimo".
Come reagì alla catastrofe?
"Percorrendo centomila chilometri l'anno. Serate minori ovunque, da Aosta a Canicattì. Lì conobbi il mio attuale socio e fratello, Maurizio Totti. Il mio salvatore. Avevo bisogno di una persona ambiziosa, intelligente ed onesta. Maurizio corrispondeva all'identikit. Fondammo una società, mi rialzai".
Poi la recuperò Pupi Avati.
"Pupi aveva un vecchio elenco telefonico. Mi trovò a casa di una mia vecchia fidanzata, per puro caso. La ruota ripartì allora, con 'Regalo di Natale' ".
Infine arrivò Gabriele Salvatores.
"Siamo agli antipodi. Culturalmente e caratterialmente. Però ci siamo incontrati senza separarci più e ci compensiamo. Rita, la madre di mia figlia Marta è la sua attuale compagna".
Famiglia allargata.
"L'operazione sentimentale fu formidabile. Io mi ero innamorato di un'altra donna, Giulia, e soffrivo. L'idea che Rita fosse felice con un mio amico mi rasserenava. Meglio lui di un capitano di vascello panamense, di un secessionista turkmeno o di un camionista ungherese". (Ride)
Ha nostalgia di tutti i Marrakech express della sua vita?
"Molta. Ma i treni, quando passano, vanno presi. Io Gabriele e gli altri ci divertivamo, viaggiavamo, ridevamo e lavoravamo molto bene. Ci piaceva stare in compagnia. Partivamo in macchina, io avevo la mia musica. Sulla cassetta c'era un'etichetta "Misturone grande libidine". Le canzoni di Marrakech, Dalla e De Gregori in testa, erano in quel nastro. Piacquero anche a lui".
L'età la spaventa?
"Ho 56 anni. Una fregatura. Bisognerebbe ibernare l'anagrafe. Rimanere eterni quarantenni. Sul tema avevo scritto un apologo anch'io, ma la falla dell'ignorante è strutturale. Per quanto inventi, non sai mai se ti ha preceduto qualcun altro. Comunque non posso che complimentarmi con me stesso per l'intuizione".
Sentimentalmente è un irrequieto?
"Non direi. Ho passato un'infanzia solitaria che mi ha dato forza. Lavorativamente ho superato le Colonne d'Ercole. Ho appena girato un film per la tv".
Da regista?
"Sì, è ambientato in un autogrill, si intitola 'Area Paradiso'. Un parto".
Ma Abatantuono non è pigro?
"Sono il più puntuale degli attori con cui ho lavorato. Però ho un modo di fare, mi accendo, discuto, odio la routine. Il mito della mia ignavia forse è una balla. Certo è che ho un carattere. Alla fine i registi vengono da me e mi dicono: 'Non credevo, sai. Con te mi sono trovato bene, mi avevano raccontato altre cose'".
Come mai questo equivoco?
"La verità è che sono alieno a un certo démi-monde romano, a certi miei colleghi ammalati di intellettualismo che parlano piano, spesso si vergognano del loro passato, fanno yoga, vanno in ferie in Patagonia o ad Ansedonia e fumano una cannetta ogni tanto, con l'aria di chi passa lì per caso. Io sono diverso, forse un po' com'era Tognazzi e com'è ancora oggi Villaggio. Ma mai bravo come loro".