Madhat sta cominciando l'attacco. Evilworks si schiera subito al suo fianco. Helel li carica: «È una battaglia personale contro un'istituzione, qualcuno che odio più dello Stato». La manovra è chiara: stanno dando l'assalto al Vaticano. Non vogliono scalare le mura di San Pietro, ma distruggerne il sito Internet. Nessuna generalità solo soprannomi, anzi nickname. E nulla di fisico: è una sfida nell'universo parallelo del Web. Quasi come se si trattasse di una scena del film "Matrix", dall'altra parte c'è già chi ha lanciato l'allarme, pronto a bloccarli. Perché ha uomini sotto copertura, infiltrati in territorio nemico, sempre virtuale, per pedinare la rotta dei pirati. Duelli del genere accadono in continuazione, ogni giorno e soprattutto ogni notte.
Nella centrale operativa della Polizia Postale e delle Comunicazioni il tempo non conta. Sono loro i nuovi guardiani della legalità: 150 agenti che si danno il cambio in una sala affollata di computer e schermi nella cittadella di fronte a Cinecittà, la Copcity italiana di via Tuscolana.
Sono poliziotti che calano vecchi metodi in realtà alternative e sono obbligati alla modernità: devono essere un passo avanti ai loro avversari. Quelli che colpiscono in nome di ideologie rivoluzionarie, quelli che vogliono arricchirsi e quelli che danno sfogo alle perversioni più crudeli: hacker libertari, ladri telematici o accaniti pedofili.
TECNO-PATTUGLIE
Gli uomini della Polizia postale sono scelti tra poliziotti che hanno passione per l'informatica e una formazione specializzata: la burocrazia lo chiama "ruolo tecnico", un canale di selezione creato per arruolare professionalità specifiche. Laureati in ingegneria, in informatica ma anche psicologi, indispensabili per definire il profilo degli incursori anonimi. L'incarico è ambito, nonostante l'assenza di orari, perché permette di acquisire un'esperienza che sul mercato vale oro: le aziende sono pronte a pagare cifre altissime per strappare allo Stato i detective del Web. E molte si alleano con loro, sottoscrivendo convenzioni per operare insieme. Lo hanno fatto società che gestiscono servizi fondamentali: la rete elettrica di Terna, il controllo del traffico aereo di Enav, i dati sulle auto di Aci, la telefonia di Vodafone e Telecom, i treni di Ferrovie dello Stato, la Consob con le quotazioni di Borsa e Banca d'Italia, la Rai e, prima tra le banche, Unicredit.
Infine c'è Finmeccanica, nel mirino dei veri 007 a cui fanno gola segreti industriali su sistemi militari come l'F35. Fargli da scudo è la missione principale del Cnalpic (Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche) di via Tuscolana. Oltre a questi presidi strategici, bisogna fronteggiare una moltitudine di questioni, tante quante quelle in cui Internet ha assunto un peso fondamentale. Antonio Manganelli aveva colto questa rivoluzione: riteneva che il reparto dovesse diventare come la Squadra Mobile, con pattuglie del Web pronte a intervenire in tempi rapidi. Ora si sta pensando a uno sportello multimediale, una sorta di 113.2, un commissariato on line per chiedere soccorso quando il crimine si fa informatico.
ANTI-HACKER
Già oggi, la sala operativa del "Polo Tuscolano" è il cuore di un quartier generale di 1.780 metri quadrati, da cui dipendono in tutto 1.800 agenti, con 20 poli regionali. Età tra i 30 e i 50 anni, preparazione ritenuta ai massimi livelli. «Vengono scelti tra tutti gli appartenenti alla Polizia di Stato sulla base di specifiche capacità e competenze. Devono essere prima di tutto poliziotti. Entrati nella specialità affrontano programmati e continuativi momenti di formazione e aggiornamento che vengono fatti attraverso master negli atenei italiani e in alcuni college e università nel mondo», spiega il prefetto Santi Giuffrè che è il direttore centrale delle Specialità da cui dipendono gli agenti del Web. «Sull'aggiornamento e sulle dotazioni tecniche e i software che rappresentano le nostre armi, investiamo quotidianamente, compatibilmente al budget che ci è stato assegnato e che viene alimentato ogni anno con due milioni di euro grazie ad una legge che è stata pensata proprio per la Polizia postale».
Quando l'unità è nata doveva scortare i furgoni delle Poste, spesso carichi di denaro per pensioni e stipendi: un bersaglio attaccato più volte da rapinatori e terroristi. Oggi mitra e pistole sono stati messi da parte, ma le minacce si sono moltiplicate. Su tre fronti principali: i social network, la difesa delle comunicazioni e dei business online, la battaglia contro ricatti e traffici che alimentano il lato oscuro della Rete.
SOCIAL COP
Sorvegliare i social network è l'impegno più difficile, in cui bisogna trovare un equilibrio tra libertà e tutela, applicando leggi spesso vecchie di 70 anni a strumenti innovativi. «Non andiamo a interferire tra gli utenti di Facebook o Twitter, né potremmo farlo. Li monitoriamo per verificare che non ci siano ipotesi gravi che riguardino autorità e istituzioni. È sempre opportuno che il cittadino quando pensa di aver ricevuto minacce, fatte le ovvie valutazioni per escludere ipotesi di scherzi, le segnali alla Polizia», spiega il direttore della Postale, Antonio Apruzzese. Che sottolinea: «Le diffamazioni sono in fortissimo aumento. E pure i furti di identità digitale».
Migliaia le denunce, con la magistratura che affida le indagini sempre e solo a loro. La vicenda più famosa e recente riguarda la presidente della Camera Laura Boldrini, bersagliata da un fotomontaggio: il suo volto inserito su un corpo nudo. La Boldrini ha chiesto che l'immagine della terza carica dello Stato fosse protetta in modo speciale e, poiché a ventiquattrore dalla querela la foto contestata non era stata ancora cancellata dal Web, ha fatto rimuovere dall'incarico il responsabile dell'ispettorato della polizia alla Camera, che in questo caso non aveva alcuna responsabilità. È nata così la prima scorta telematica: un paio di agenti della Postale sono stati distaccati alla Camera per vigilare su di lei. Tra le polemiche. Come accade per le scorte fisiche, anche altri politici che si sentono minacciati sul Web hanno preteso la stessa tutela. Molti altri, anche alla luce del discusso procedimento che ha visto indagato un giornalista per la diffusione del fotomontaggio, hanno gridato alla censura di Internet. Ora la pattuglia distaccata alla Camera è rientrata negli uffici della Polizia postale. Ma la questione non è chiusa: il problema rischia di riproporsi in ogni momento.
CACCIA AGLI ORCHI
Non ci sono dubbi invece sulla repressione dell'attività più spregevole: lo scambio di scatti pedofili, che ritraggono spesso violenze sui minori. La psicologa Cristina Bonucchi è entrata in polizia dieci anni fa. Tra i suoi compiti c'è anche l'assistenza ai colleghi del nucleo anti-pedofilia che operano sotto copertura e proprio per questo motivo sono costretti ad uno sdoppiamento della personalità che li porta a dire e pensare cose atroci che riguardano i bimbi. Sono poliziotti autorizzati dalle procure che dietro un computer si fingono orchi e smascherano gli sfruttatori di minorenni o i mercanti di immagini raccapriccianti di abusi. In questi casi "lo sbirro" e la psicologa lavorano in tandem. Alcuni sono agenti con vent'anni di esperienza in indagini antimafia, come la veterana delle istruttorie sulle stragi di mafia che si è poi laureata in psicologia ed è transitata nella Postale: il curriculum migliore per calarsi nell'orrore.
In questo settore dove crimini atroci favoriscono ricchi guadagni ci sono anche gli sviluppi tecnologici più avanzati. E subdoli. Per sconfiggerli la polizia collabora con gli atenei. Assieme al Dipartimento di Informatica ed applicazione dell'Università di Salerno è stato realizzato un metodo per individuare gli autori delle immagini attraverso l'analisi delle tracce digitali nei congegni di videoripresa: l'unico sistema per trovare "le impronte" di chi filma gli abusi. Gli sforzi sono spesso premiati: nel 2012 le indagini hanno consentito di accertare l'identità di 27 vittime minorenni di abusi sessuali e procedere contro chi lucra su scala mondiale.
CONTRO I PIRATI
Pochi giorni fa gli agenti sotto copertura del Cnaipic hanno identificato e svelato i metodi utilizzati da un'associazione per delinquere che si riparava sotto le insegne di Anonymous, anche se non è provato il rapporto con la sigla internazionale. Otto tra uomini e addirittura ragazzi che usavano nickname come Madhat, Evilworks, Helel, sono accusati di aver effettuato incursioni in molti siti istituzionali tra i quali la Guardia Costiera, la Luiss, la Banca d'Italia, la stessa polizia, i carabinieri, il Vaticano e l'Enel. Le prove contro di loro sono i messaggi che si scambiavano per coordinare le irruzioni e le impronte elettroniche che hanno lasciato nei raid: per quattro di loro il gip ha ordinato gli arresti in casa.
Tattiche simili ma obiettivi diversi aveva un altro gruppo smantellato sempre grazie agli agenti undercover del Web. I criminali si infilavano nei database di Agenzia delle Entrate, ministero degli Esteri e Inps per fare incetta di dati riservati su imprese e cittadini, riutilizzati per truffe internazionali. Il capo era Giuseppe Lorenzo Rumiato, 60 anni, arrestato e condannato a quattro anni, titolare di un'azienda di servizi informatici che aveva sede ad Aosta e che poi si è trasferita in Romania. Con lui operavano almeno 13 complici, fra cui un militare delle Fiamme Gialle. Loro erano i maestri dei "malware", trappole hi-tech che si infilano nei pc e copiano tutto quello che viene digitato sulla tastiera. La loro creatura si chiamava Bandook: era nascosta in ognuna delle 3 mila mail spedite da indirizzi al di sopra di ogni sospetto, come se fossero comunicazioni inviate da ministeri o enti pubblici. Ma appena cliccavi, avveniva il contagio: lentamente succhiava tutto, soprattutto le parole chiave che aprono le banche dati e offrono informazioni preziose per imbastire truffe o dirottare bonifici.
Gli avversari della Polizia delle Comunicazioni cambiano forma in fretta. E pongono problemi giuridici sempre nuovi. Per questo la specializzazione riguarda anche la magistratura, con pool di pm dedicati alla materia. Non c'è tempo da perdere, perché i ritardi in questo settore si pagano a caro prezzo. Perché gli hacker agiscono a livello mondiale: due settimane fa una banda ha razziato 45 milioni di dollari in dieci ore, mettendo a segno 36 mila incursioni in 27 paesi. Cercano falle ovunque e chi si mostra senza difese, viene colpito: la forma più micidiale di crimine senza frontiere.