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Cultura
novembre, 2014

"Vi racconto le mille facce di Anonymous"

Un’antropologa ha studiato per ?anni la tribù di cyber attivisti più famosa del mondo. Cogliendone ?le diverse anime, le battaglie, ?le contraddizioni, la cultura politica. E le probabili evoluzioni future

Doveva studiare i guaritori della Guyana ma, anche a causa di una malattia che per un certo periodo le ha impedito di viaggiare, ha iniziato a indagare le culture on line. Al punto da diventare l’antropologa del software a codice aperto, prima, e quella di Anonymous, dopo. Gabriella Coleman, giovane professoressa all’università McGill di Montréal (Canada), ha infatti assistito “in diretta” alla nascita e sviluppo del più noto movimento internazionale di cyber-attivisti, studiandolo nell’unico modo che può fare un’antropologa: immergendocisi. Che è probabilmente anche l’unico modo di capire Anonymous.

Così, in un ruolo liminare, né propriamente outsider né del tutto insider, anche se abbastanza addentro da temere l’attenzione delle agenzie investigative, Coleman è divenuta l’indiscussa interprete del fenomeno culturale e politico più complesso e sfaccettato sorto dalla Rete negli ultimi anni.

Gabriella Coleman (foto Wikipedia)
Ora ha raccolto anni di chat, interviste, campagne e liti furibonde, colpi di scena e tradimenti, manifestazioni online di massa e blitz condotti da gruppi ristretti in un libro di oltre 400 pagine in uscita in questi giorni: “Hacker, Hoaxer, Whistleblower, Spy: The Many Faces of Anonymous” (Versobooks). Un titolo quasi intraducibile in italiano che allude alle tante facce del movimento hacktivista: composto da hacker, troll, difensori dei diritti umani, attivisti della Rete, ma anche spie e infiltrati. “L’Espresso” ne ha parlato con la studiosa americana.

Lei descrive la nascita di Anonymous a partire da 4chan, un forum anonimo pieno di troll e provocazioni. Un’origine sorprendente considerata l’evoluzione politica del movimento hacktivista, che ha condotto campagne anche molto serie, dalla difesa di WikiLeaks al sostegno a Gaza fino alla rivolta di Ferguson. Cosa c’era dunque in 4chan, se si scava sotto la superficie anche sgradevole, che ha reso possibile questa evoluzione?
«Molte persone che stavano su 4chan consideravano Internet un territorio da proteggere e quel forum un’area estrema della libertà di parola. Hanno dunque iniziato a sviluppare una dedizione verso tale libertà che si è poi facilmente trasferita fuori da 4chan e anche fuori dalla Rete, protendendosi verso i movimenti sociali. Quindi sì, se si scava sotto la superficie anche respingente di quel forum, si scopre questo interesse verso la libertà di espressione. Inoltre, proprio attraverso le attività di trolling pre-politico, ad esempio gli attacchi alla trasmissioni radio di Hal Turner (un noto blogger razzista americano, ndr) molti utenti hanno iniziato a percepire il potere della collettività. Sono stati dei semi che, nelle giuste circostanze, sono poi germogliati».

Una delle tappe cruciali di questa evoluzione verso l’attivismo sono stati nel 2010 gli attacchi informatici condotti contro PayPal che, insieme ad altre aziende, aveva bloccato il trasferimento di soldi a WikiLeaks dopo la pubblicazione dei cablogrammi. All’epoca c’erano anche 7-8mila persone connesse in contemporanea sulla chat che coordinava l’operazione. Una vera manifestazione di massa on line. Lei crede che quei giorni di attività frenetica siano finiti? Non abbiamo più visto quei numeri e quel grado di partecipazione. O semplicemente Anonymous si è sparpagliata?
«È stato sicuramente un momento eccezionale, l’equivalente di una manifestazione in piazza, e la più grande nella storia delle IRC (Internet Relay Chat, le reti di chat dove si incontrano, ndr). All’epoca quel network specifico di chat, AnonOps, era una specie di bazaar dove tutti passavano per scambiarsi idee, ma anche in seguito alla repressione e agli arresti è venuta meno la fiducia, si temono di più le infiltrazioni delle IRC e Anonymous si è distribuita. Sicuramente il livello di partecipazione non è più arrivato a quel picco, ma le attività non si sono mai fermate. Anonymous si è molto regionalizzato, dal Perù al Brasile all’Italia, ha assunto più una architettura da guerriglia. Ma la piattaforma di partecipazione aperta rimane e la si è vista in azione di nuovo con la campagna a sostegno delle rivolte a Ferguson».

Anonymous non è un fronte unito ma un’idra dalle tante teste. Anche nell’ambito di una stessa campagna si muovono gruppi diversi. Certo, ci sono persone più attive e influenti, chi coordina alcune attività, chi pubblica sui social media, chi discute questioni in canali privati, come lei spiega bene nel libro. Eppure non ci sono capi, gerarchie, e non è un’organizzazione. Questo è uno dei concetti più difficili da capire. Perché?
«Perché è complicato. Anonymous non è esattamente lo sciame indistinto che dice si essere, ma è ancora più assurda l’ossessione dei media e di altri di trovare i leader, i leader, i leader. In un dato momento ci può essere un team che lavora su qualcosa e che esercita una autorità per il semplice fatto di fare accadere delle cose, e al suo interno ci può essere una naturale divisione di ruoli. Ci sono poi gli organizzatori, come quelli che hanno aperto e gestito il profilo Twitter più noto, @YourAnonNews: prima erano in due, poi quattro, poi venticinque. Non erano tutti hacker e negoziavano quello che facevano con altri sulle chat. E anche gli hacker che stavano in canali privati sentivano comunque l’influenza esercitata dai canali pubblici e aperti a tutti. Parlerei dunque di multipli e temporanei nodi di leadership».

Lei definisce l’operazione contro PayPal come una delle più grandi campagne di disobbedienza civile fatte attraverso un attacco per mandare offline un sito. E paragona molti interventi anon alle “azioni dirette”, forme autogestite di azione politica. Questo è un tema controverso: spesso gli anon sono equiparati dai media a gruppi criminali (vedi l’accusa di associazione a delinquere mossa ad alcuni italiani, ndr), se non a cyberterroristi.
«La disobbedienza civile richiede la violazione della legge. Va detto comunque che molti attivisti, pur essendo consapevoli di stare infrangendo la legge, non avevano previsto conseguenze così pesanti. Ma le persone che partecipavano agli attacchi a PayPal, e anche ad altri, erano convinte di stare realizzando una forma di azione diretta. Naturalmente non dico che attaccare un sito con un DDoS, magari usando anche una botnet, per manifestare dissenso non sia eticamente controverso. E Anonymous non sfugge a molte critiche. Ma il tentativo di inquadrarli come cyberterroristi, avanzato ad esempio dal generale Keith Alexander, ex-direttore della National Security Agency, che aveva sventolato lo spettro di implausibili attacchi alla rete elettrica, è fallito. Buttare giù un sito non è terrorismo, e purtroppo anche l’Isis ora aiuta a ricalibrare l’uso di questa parola. Attaccare una rete elettrica sì, ma non è mai successo. Se gli anons lo facessero, sarebbero spacciati come attivisti politici».

E allora perché Anonymous è stata repressa così duramente ovunque?
«Perché raccoglieva persone dotate di un potere. Anche un piccolo gruppo di hacktivisti era in grado di sollevare un polverone. Persone in grado di accedere e ripubblicare dati che nessun altro può vedere, come tutto l’opaco settore della cyber-intelligence. E la loro politicizzazione rendeva la minaccia ancora maggiore. Le aziende del settore finanziario, energetico e di security odiavano Anonymous. Di qui si capisce perché Jeremy Hammond (l’attivista che ha hackerato l’azienda di intelligence Stratfor, ndr) abbia preso dieci anni di carcere. Non doveva diventare un esempio per altri».

Abbiamo assistito a una radicalizzazione della gioventù in Rete, come dice Assange? E che dobbiamo aspettarci da Anonymous ora?
«Anche se l’attività generale è meno evidente, questo movimento si è sempre reinventato nel corso della sua breve vita, e potrebbe continuare a farlo. Forse vedremo forme di hacktivismo più silenzioso, come avvenuto col recente attacco all’azienda FinFisher. A causa di Anonymous, Assange, Snowden, Pirate Bay, i partiti pirata ecc, gli hacker sono diventati più politicizzati. Quindi credo che continueremo a vedere qualcosa di simile, che indossi la maschera di Guy Fawkes o meno».

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