“Reverse graffiti” (che si potrebbe tradurre approssimativamente come graffiti al contrario) li ha definiti Curtis, ovvero l’arte di creare immagini senza usare vernice ma semplicemente ripulendo le mura o le pavimentazioni cittadine, dagli strati di sporcizia accumulatisi nel corso degli anni. Altri li chiamano clean tagging, dust tagging, grime writing o clean advertising. Ma comunque li si voglia chiamare, l’artista per creare le sue opere piuttosto che usare le bombolette spray rese famose dai graffitisti si avvale di stampini e idropulitrici a vapore.
«Era la fine degli anni Novanta, per mantenermi all’Accademia d’Arte lavoravo come lavapiatti in un ristorante», ricorda Moose. «Avevo appena finito di ripulire le pentole, ero stanco e non c’era più nessuno e m’è venuta la curiosità di vedere cosa succedeva se provavo a ripulire il giallo della nicotina accumulatasi sulle pareti nel corso degli anni. All’inizio mi sono maledetto, nel posto dove avevo passato lo straccio insaponato era emersa una lunga striscia bianca. “Come faccio a riparare il danno?”, mi domandai in panico e poi ebbi il mio momento “Eureka!”. A ben pensarci non si trattava di danno, avevo semplicemente riportato il muro al suo colore originale. Non solo, ma mi resi conto che ripulendolo selettivamente avrei potuto usarlo come un negativo sul quale imprimere le immagini che avevo in testa». Alla riapertura del ristorante i proprietari furono accolti da un muro tornato alla limpidità delle sue origini, mentre Curtis aveva trovato il modo di distinguersi in un ambiente artistico nel quale la competizione accanita offre poche opportunità ai neofiti di emergere e farsi un nome.
Alle cucina fecero seguito i tunnel autostradali, i capannoni industriali di periferia, i marciapiedi del centro cittadino, le case fatiscenti. Curtis si fa un nome, emegono i primi imitatori e arrivarono le prime commissioni. Alcuni negozi gli chiedono di graffitare al contrario i marciapiedi antistanti per pubblicizzare i loro prodotti e il loro marchio. Ma con la fama arrivarono anche i problemi. Le autorità cittadine lo trattano come un vandalo, minacciando di appioppargli multe stratosferiche e di metterlo in gabbia. «Eh sì perché se non c’è legge che proibisca di ripulirle le superfici urbane non c’è n’è nemmeno una che lo permetta», osserva Curtis.
E così, in bilico tra il plauso generale e le manette, Curtis continua a produrre opere effimere che spariscono col passare delle automobili e con l’accumularsi della fuliggine delle ciminiere industriali della città. «Peccato che all’epoca non avevo valutato attentamente il valore della fotografia nel completare l’opera e garantire la sua riproducibilità e la sua trasmissione ai posteri», aggiunge rammaricandosi di non conservare alcun ricordo di quei primi lavori.
Ma il genio a quel punto era uscito dalla lampada e il genere non ha più paternità. Diventa un fenomeno globale con opere e artisti che emegono un po’ dappertutto. Città come Londra, Milano e Roma, tentando di contenere il fenomeno mettono al bando la pratica: vedi i problemi incontrati da William Kentridge per il suo progetto romano.
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Ciò nonostante Curtis diviene una celebrità da invitare a conferenze sull’arte urbana. Tiene discorsi, si incontra con ecoattivisti e agenize pubblicitarie. San Francisco prima gli mette a disposizione il tunnel di Broadway, che collega Pacific Heights (la parte bene della città) a Chinatown e poi mette al bando la pratica una volta che i reverse graffiti cominciano ad emergere un po’ dappertutto in città. Anche i rinomati Banksy e Zeus - che usando la tecnica di Curtis creò il famoso “I shall not dirty the walls of my city” su un muro di Wuppertal in Germania - si sono cimentati con il reverse graffiti, mentre il texano Scott Wades è diventato il vate della “dirty car art”, ovvero di come fare reverse graffiti sui finestrini di macchine impolverate ad arte.
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Come c’era da immaginare anche a San Paolo le autorità reagiscono ottusamente e siccome la polizia non poteva arrestarlo, «Il reato di ripulire i muri non esiste», il Comune decide di cancellare le sue opere. Prima lavando via i teschi e lasciando intatte le parti coperte di fuliggine e poi, una volta che Orion ritorna a riprodurre i suoi ossari, ripulendo del tutto i tunnel della città. «Ed è proprio quello a cui miravo», commenterà Orion.
Con Orion la tecnica registra una fondamentale evoluzione. L’artista lava gli stracci che ha usato per ripulire le superfici urbane e dopo aver fatto evaporare l’acqua di risciacquo recupera la fuliggine che poi usa per colorare i suoi reverse graffiti e creare quella che definirà la “Art Less Pollution Series”, un gruppo di murales di grandi dimensioni che da Rio, a Pont-A-Mousson (Francia) e passando da Francoforte e San Paolo mescolano le tecniche del graffitismo tradizionale con quelle inventate da Curtis, dando una dimensione di semi-immortalità alle sue opere. Una dimensione che, secondo il sociologo brasiliano Jose de Souza Martins, seppur le rende imperiture non evita che «rimangano comunque tesori della creatività umana senza assicurazione di futuro e durabilità».
Sarà per il suo basso impatto ambientale o per la sua intensa carica comunicativa: fatto sta che il reverse graffiti si fa strada nel mondo della pubblicità. Grandi aziende come Starbucks, Microsoft, Virgin Mobile, Patagonia, Rover e Nissan se ne impadroniscono e lanciano campagne dirette a stimolare i consumatori, soprattutto i giovani. Anche Barack Obama per raggiungere l’elettorato giovanile alle presidenziali Usa del 2008 si rivolge ad un’agenzia reverse graffiti, la londinese Curb Media, specializata in “media naturali”. Ma se Curb si accaparra i nomi di grido, oltre al presidente Usa, anche la Nokia, la Volvo, Nike, Air France, è l’Olandese GreenGraffiti che dà forma alla narrativa eco-compatibile della nuova tecnica pubblicitaria mettendone in risalto la carica rigeneratrice.
«Rigeneratrice sopratutto per l’industria pubblicitaria che è ormai arrivata al limite della sua capacità creativa e ha bisogno di ritornare a soluzioni semplici ed eleganti ma anche per le aziende che la usano, dal momento che possono rifarsi una coscienza ambientalista», dichiara Jim Bowes, il fondatore dell’agenzia, «con campagne che non deturpano l’ambiente ma che anzi lo migliorano, queste aziende sono in grado di comunicare simbolicamente un concetto centrale per le compagnie di successo: che tengono al benessere dei loro clienti e a quello dell’ambiente in cui vivono».
E per zittire le critiche di coloro che la accusavano di sperperare una delle risorse più preziose dell’umanità, l’acqua, la GreenGraffiti ha anche finanziato una fondazione, la GreenAdsBLue, che ha il compito di portare acqua potabile alle popolazioni dei paesi emergenti. «Quasi due milioni di euro di fatturato e oltre 500 clienti in 17 paesi dimostrano che i marchi di valore stanno cercato un modo originale di raggiungere i consumatori mentre allo stesso tempo riducono il loro impatto sull’ambiente», aggiunge Bowes.
Anche le amministrazioni pubbliche si stanno ricredendo. Città come Amsterdam, Diemen, Amstelveen, New York e Los Angeles piuttosto che proibirlo, hanno cominciato usare il reverse graffiti per fare campagne di pubblicità progresso. Così mentre raggiungono il pubblico con messaggi che non contribuscono all’inquinamento pubblicitario e alla creazione di posti di lavoro eco-friendly: correntemente nella sola Olanda oltre 100 aziende fanno reverse graffiti.
E in Italia? Città come Milano, che prima li aveva vietati, e Cesena hanno cominciato ad usare il reverse graffiti per comunicare con la cittadinanza. Sempre a Milano la Sky Atlantic ad ottobre ha usato i graffiti al contrario per pubblicizzare la nuova serie televisiva “True Detective” con Matthew McConaughey.