Economia
gennaio, 2016

Popolare Etruria, il crac è un affare per la banca dei vip 

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Il presidente dello Ior e il commissario dell’Ilva. Benetton, l’ex Bce Bini Smaghi e il banchiere Tarantelli. Tutti insieme per comprare crediti a rischio della Popolare toscana. Affare chiuso quattro giorni prima del decreto del governo

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Nella storiaccia di Banca Etruria, tra buchi in bilancio, polemiche e risparmi in fumo, c’è anche chi ha pescato un biglietto vincente. Un biglietto che spalanca le porte di un affare milionario. Il fortunato estratto porta il marchio Fonspa, un piccolo istituto di credito con base a Roma che somiglia molto a una sala vip della finanza.

Fanno parte di questo club esclusivo, tra gli altri, il commercialista bolognese Piero Gnudi, a lungo presidente dell’Enel e ora commissario straordinario dell’Ilva, Lorenzo Bini Smaghi, fino al 2011 nel comitato esecutivo della Bce, e Jean Baptiste de Franssu, presidente dello Ior, la banca del Vaticano. La quota di controllo di Fonspa, presieduto da Gnudi, fa capo a Panfilo Tarantelli, già manager di punta in Europa del colosso finanziario americano Citigroup, ma tra i soci del gruppo, che comprende la holding Tages, troviamo anche investitori come Alessandro Benetton, la famiglia De Agostini e Umberto Quadrino, una lunga carriera in Fiat, da ultimo alla presidenza del gruppo energetico Edison.
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Ebbene, senza dare troppo nell’occhio, un paio di mesi fa Tarantelli & C. hanno comprato una parte del portafoglio di crediti difficili di Banca Etruria. L’operazione è stata conclusa il 17 novembre, giusto in tempo per sfuggire alla tagliola del decreto varato dal consiglio dei ministri solo quattro giorni dopo, il 21 novembre. Senza quell’affare dell’ultimo minuto, anche i crediti comprati da Fonspa sarebbero finiti nel gran calderone della cosiddetta bad bank per poi essere ceduti con le nuove procedure messe a punto da Banca d’Italia e approvate dal governo, a sua volta marcato stretto dalla Commissione Europea.
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E invece no. Tarantelli ha giocato d’anticipo, aggiudicandosi crediti in sofferenza, cioè quelli più difficili da riscuotere, per un valore nominale di circa 300 milioni messi in vendita dall’istituto di Arezzo. Una scelta di tempo eccezionale, non c’è che dire. Un caso? Sì, fino a prova contraria, perché quando Fonspa ha concluso l’operazione, non erano ancora note le modalità di un eventuale intervento del governo. D’altra parte è difficile pensare che le parti in causa non immaginassero che di lì poco le autorità di vigilanza avrebbero messo mano al caso dei quattro istituti in crisi (oltre all’Etruria anche Banca Marche, Carife e Cassa di Chieti).

Fatto sta che la vendita è andata in porto appena prima del fischio finale. Con grandi vantaggi per Fonspa, che tra tutti i crediti in sofferenza messi in vendita dall’istituto di Arezzo (il portafoglio complessivo ammontava a quasi 2 miliardi di euro) con ogni probabilità è riuscito ad aggiudicarsi quelli meno difficili da incassare. Il resto è finito nella bad bank, un veicolo societario creato ad hoc per accogliere tutte le attività deteriorate dell’Etruria e delle altre tre banche sull’orlo del crac al centro del decreto del governo del 21 novembre.

La parte buona dei bilanci è invece rimasta in capo a ciascun singolo istituto che nei prossimi mesi verrà ceduto separatamente con una procedura gestita da Bankitalia affiancata da due advisor: la società di consulenza statunitense Oliver Wyman e il gruppo finanziario francese Société Générale. E a questo punto si torna dalle parti di Tarantelli e del suo club. Infatti sulla poltrona di presidente di Société Générale siede da circa un anno Lorenzo Bini Smaghi, il banchiere che è anche consigliere d’amministrazione di Tages, la holding di controllo di Fonspa. Peraltro il fiorentino Bini Smaghi, che ha iniziato la carriera all’ufficio studi di Banca d’Italia, è da sempre in buoni rapporti anche con Matteo Renzi, di cui è stato sponsor e finanziatore sin dalle primarie del 2012.

Forti di appoggi e relazioni trasversali, Tarantelli e soci hanno preso una rincorsa lunga. L’acquisto di Fonspa, il vecchio istituto di Credito Fondiario, ceduto dagli americani di Morgan Stanley, risale agli ultimi mesi del 2013. Tempo un anno e parte l’assalto alle banche in crisi. Si comincia con la ferrarese Carife, commissariata a maggio del 2013. Un piatto ricco, almeno sulla carta. Il piano di rilancio dell’istituto emiliano prevedeva la vendita di crediti deteriorati per centinaia di milioni, ma il negoziato con Fonspa è sfumato dopo alcuni incontri preliminari.

Intanto, però, si era aperta la partita su Banca Marche, finita in amministrazione straordinaria a settembre del 2013. Qui il gruppo di Tarantelli era pronto a partecipare al salvataggio dell’istituto in veste di azionista e si era assicurato l’appoggio del Fondo di tutela dei depositi, il consorzio bancario nato come paracadute per i correntisti in caso di dissesto.

L’affare non va in porto: troppo costoso, anche perché non si presentano altri investitori disposti a condividere la spesa. Poco male, dato che c’era un altro affare in vista. Ad agosto del 2014 Fonspa ha fatto da intermediario per un prestito da 2 miliardi per Banca Marche. Erano soldi della Bce, che non può finanziare direttamente istituti in amministrazione straordinaria. Alla fine profitti per tutti, perché nella primavera dell’anno scorso, grazie al rialzo delle quotazioni, è diventato conveniente vendere i titoli obbligazionari a garanzia del prestito. Con il ricavato, Banca Marche ha restituito il fido realizzando un’importante plusvalenza. Fonspa invece ha incassato gli interessi sul prestito e una commissione milionaria per l’organizzazione dell’affare.
Altro giro altra corsa. E questa volta tocca a Banca Etruria. Ad Arezzo, in verità, nella scorsa primavera, le voci di mercato davano come molto probabile la discesa in campo di Davide Serra, il finanziere con base a Londra noto più che altro per i suoi rapporti d’amicizia con il premier Renzi. A marzo, in effetti, il fondo Algebris gestito da Serra era pronto a rilevare una parte dei crediti deteriorati dell’istituto aretino, commissariato da Bankitalia a febbraio. Quei primi contatti non hanno portato nessun risultato concreto, mentre già montavano le polemiche sul manager tifoso di Renzi che dava una mano alla banca amministrata per anni da Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena, ministro delle Riforme istituzionali.

Tramontata l’ipotesi Serra, i due commissari Antonio Pironti e Riccardo Sora hanno cercato a lungo altri investitori pronti a scommettere sul business delle sofferenze. Un business in crescita, peraltro. E non potrebbe essere altrimenti con un sistema bancario afflitto da centinaia di miliardi di crediti a rischio che zavorrano i bilanci. In questo settore si muovono fondi anglosassoni come Apollo, Cerberus e Fortress, pronti a comprare grandi portafogli di prestiti incagliati. Obiettivo finale: tentare di riscuoterli incassando una somma superiore a quella pagata per l’acquisto. Nel caso di Banca Etruria, alla fine è stato il piccolo Fonspa ad aggiudicarsi il contratto. L’operazione è stata seguita in prima persona da Andrea Munari, all’epoca amministratore delegato della società acquirente. A fine novembre, però, Munari, che è anche socio importante di Fonspa, ha preso il volo verso il vertice di Bnl.

Il comunicato stampa di Banca Etruria, poche righe pubblicate il 17 novembre scorso, spiega che il pacchetto di crediti deteriorati è stato venduto a un prezzo pari al valore di carico dei titoli nel bilancio dell’istituto di Arezzo. I conti di Banca Etruria aggiornati a fine 2014 hanno portato al 66 per cento le rettifiche sulle sofferenze. Dunque l’investimento di Fonspa dovrebbe aggirarsi sui 100 milioni, cioè il valore residuo una volta applicata una svalutazione pari ai due terzi dei 300 milioni di partenza. Va segnalato che a pochi giorni di distanza le rimanenti sofferenze di Banca Etruria sono state trasferite alla bad bank sulla base di una valutazione ancora inferiore, il 18 per cento del nominale, con un taglio dell’82 per cento.

Come si spiega questo ulteriore sconto? Secondo molti analisti il meccanismo è quello dei saldi: prezzi particolarmente bassi per attirare acquirenti, a loro volta convinti di guadagnare andando a riscuotere quei prestiti difficili messi in vendita dalla bad bank. Fonspa ha pagato più caro il suo pacchetto di sofferenze, ma ha il vantaggio di aver scelto per primo. E quindi, come detto, dovrebbe essersi aggiudicato la parte migliore del portafoglio di sofferenze di Banca Etruria. Tempo qualche mese e si capirà se Tarantelli e il suo club di vip hanno vinto la loro scommessa.

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