Economia
dicembre, 2016

Con la Cina l’Italia gioca in contropiede

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Il saldo con Pechino resta negativo, ma l’export è in continua crescita dopo l’invasione delle merci importate che ha cancellato interi settori

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«È vero, veniamo sempre citati fra le eccellenze che hanno resistito alla crisi. Ma se mi guardo attorno, mi sento più che altro un sopravvissuto». Luca Ferrari è il proprietario di un piccolo pezzo di mondo antico rimasto in piedi a dispetto di tutto. A Nole, dove la pianura torinese si increspa nelle Valli di Lanzo, la sua fabbrica è una delle poche a non aver chiuso i battenti.

In questo territorio, all’inizio del Novecento le acque del fiume Stura avevano favorito il fiorire dei cotonifici. C’erano decine di stabilimenti e laboratori specializzati in ognuna delle fasi in cui il lavoro era parcellizzato: orditura, tessitura, tintura, finissaggio. ?Il tessile è uno di quei settori dove la concorrenza cinese non è stata la sola ?a fare il vuoto, perché crisi ricorrenti si erano viste già prima. Però, negli anni Duemila, l’ingresso in forze di Pechino ?nel sistema del commercio mondiale ha spazzato via quel che rimaneva.

«Il nostro segreto è che già da tempo avevamo portato all’interno tutte le lavorazioni, per garantire il massimo della qualità», dice Ferrari. Oggi, così, la Manifattura di Nole fornisce velluti e tessuti pregiati agli stilisti d’arredamento, in Europa, negli Stati Uniti, persino in Cina. E nella fabbrica del 1913, un enorme spazio di 30 mila metri quadrati con le officine in mattoni rossi come nell’iconografia classica della rivoluzione industriale, si continua a lavorare. Con una differenza profonda: una volta c’erano 1.100 addetti, oggi sono settanta. I volumi ?di produzione, però, sono simili a quelli ?di un tempo, grazie agli investimenti in tecnologia, pesantissimi.

Nell’era di Donald Trump e di un ritorno ?di fiamma della politica per i dazi commerciali, il rapporto con il gigante cinese è una delle questioni che più inquietano l’Europa. Da una parte, per ?le imprese più agguerrite, c’è un’enorme possibilità di sviluppo, come testimonia la figura di pagina 53. Rispetto al 2001, l’anno in cui la Cina è entrata nella World Trade Organization (Wto), l’organizzazione che coordina le regole del commercio internazionale, l’export italiano verso il gigante asiatico è in crescita continua e negli ultimi due anni ha superato per la prima volta la soglia dei 10 miliardi di euro. Allo stesso tempo, però, dopo la gelata del 2012-2013, anche le importazioni sono tornate ad aumentare, riportando su valori elevatissimi il saldo - negativo per l’Italia - fra ciò che esce e ciò che entra.

Pechino, insomma, è un partner determinante ma, allo stesso tempo, ingombrante. In 15 anni le merci dalla Cina sono più o meno quadruplicate, contribuendo alla devastazione di interi settori industriali e di una miriade di piccole aziende anche nelle regioni più ricche, in Veneto, in Lombardia, in Emilia. E così, nonostante oggi in Italia il numero dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato grazie agli incentivi e alle riforme del governo Renzi sia tornato a livelli record, i giovani faticano moltissimo a trovare posto. Di più: anche se il Sud è particolarmente martoriato, i territori dove la disoccupazione - tra i neo diplomati ?e i neo laureati - in proporzione è cresciuta di più sono luoghi che un tempo quasi non la conoscevano. Nella fascia 18-29 anni, ?la provincia che guida la top ten degli incrementi record è Bologna (dove tra il 2008 e il 2015 è salita dal 3,1 al 23,8 per cento), seguita da Brescia (dal 4,1 al 22,2) e Trieste (dal 6,7 al 28,2). Segno che le imprese non assumono persone da formare in un’ottica di lungo periodo, perché la debolezza dei consumi mangia ?il futuro delle più piccole, mentre le altre puntano su innovazione ed efficienza, ?e raramente aumentano la forza lavoro.
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I dati del 2016 sono relativi al periodo gennaio-luglio. Valori in milioni di euro. Fonte: Istat

Eppure, anche per gli esperti più critici sulle politiche dell’Europa, che a causa degli interessi dei Paesi importatori del Nord non ha mai voluto combattere le politiche commerciali scorrette di Pechino, il rapporto con la Cina non va più visto con gli occhi di qualche anno fa. Marco Fortis, che insegna Economia industriale e commercio estero alla Cattolica di Milano, spiega che la storia delle relazioni con il colosso cinese va divisa in due fasi. C’è un primo momento, durato fino al 2005-2006, in cui l’invasione di merci ha cancellato dalla mappa interi settori produttivi, la seta di Como, il tessile di Biella, le posate di Brescia, i mobili pugliesi e le sedie friulane. Poi l’industria tricolore ha reagito, ha iniziato a esportare sempre più verso ?la Cina, dove hanno trovato sbocco le macchine utensili, i marchi del lusso, persino il cuoio e le scarpe, l’alimentare e l’arredamento. Dice Fortis: «Dopo esserci difesi alla meno peggio, abbiamo recuperato terreno e imparato a sfruttare ?i nostri punti di forza. Ora, però, sugli sforzi fatti incombe una nuvola nera: perché se arriverà il riconoscimento della Cina come economia di mercato, sarà essenziale che l’Europa sia molto più efficace nel difendersi dalla concorrenza sleale. Non è possibile che gli Stati Uniti abbiano deciso i dazi sull’acciaio in 40 giorni e noi ne abbiamo parlato per un anno e mezzo».

La questione dei dazi è raccontata nell’intervista a Pascal Lamy. Guardando oltre, però, l’abbraccio con la Cina e l’economia globale è così stretto che occorrerà valutare con attenzione i passi da fare. I colossi cinesi hanno ormai acquistato numerose industrie italiane, la Pirelli, l’Ansaldo Energia, gli yacht Ferretti, hanno aperto attività in settori cruciali come il design e la componentistica per automobili in Piemonte, sono arrivati persino nei più noti vigneti d’Italia, con la famiglia Cheng Pao di Hong Kong che ha affiancato la Moretti nell’acquisizione delle cantine sarde Sella & Mosca e toscane Teruzzi & Puthod.

«Dobbiamo renderci conto che la Cina sta facendo un salto tecnologico importantissimo, come dimostra il sorpasso sulla coreana Samsung da parte della cinese Huawei negli smartphone», dice Alberto Rossi, economista della Fondazione Italia Cina, secondo il quale l’idea che da Pechino ?si importi paccottiglia, esportando Prada e Ferrari, è stra-datata. Spiega Rossi: ?«Ci sono tanti settori dove godiamo ?di vantaggi competitivi e possiamo ritagliarci un ruolo importante. Il punto però è avere ben presente che il governo di Pechino punta ormai su produzioni di qualità e vuole sviluppare un know how che nel giro di pochi anni li collochi all’avanguardia, facendo crescere soprattutto il mercato interno. Per questo, come Fondazione, ripetiamo che nessuna azienda con ambizioni globali può permettersi di ignorare la Cina».

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