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febbraio, 2016

Scaroni e l’Ilva: è lui l’uomo della provvidenza?

Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni
Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni

Sarà l'ex amministratore delegato dell'Eni che risolverà la grana dell'acciaio per Renzi? Di certo la sua apparizione cade a perfezione nel puzzle che alcuni protagonisti della cronaca affaristica stanno disegnando. E lo completa

Paolo Scaroni, amministratore delegato dell'Eni
Si apre la settimana decisiva per l'Ilva. Una prova del fuoco per il governo Renzi, e non solo per il calibro dell'impresa, presente con impianti a Taranto, Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi, e per l'impatto su circa 15 mila di posti di lavoro, molti dei quali a rischio. No: il fatto è che l'incubo Ilva da quando Renzi è a palazzo Chigi non lo ha mai lasciato, tra stato di insolvenza da tamponare, sequestro degli impianti da parte dei magistrati, e una carrellata di finti pretendenti, dagli indiani di Ancelor ai coreani di Posco, che dopo i primi contatti e richieste mirabolanti, alla fine si dileguavano.

Tutto bene adesso? In realtà il quadro resta quanto mai pasticciato. E sulla vicenda pendono ancora troppe incognite, tali da poterla trasformare in men che non si dica in una Caporetto del decisionismo renziano.

Ma andiamo con ordine. Entro il 10 febbraio chi intende candidarsi a rilevare l'Ilva per darle un futuro deve farsi avanti e manifestare il suo interesse in base al bando internazionale pubblicato lo scorso 5 gennaio. Pochi giorni fa, inoltre, è stato approvato dal Parlamento il decreto legge che stabilisce che l'amministrazione straordinaria che ora ha in mano la gestione del gruppo siderurgico ha tempo fino a fine giugno per individuare il vincitore, al quale l'azienda sarà trasferita in  proprietà, oppure data in affitto da trasformare poi in proprietà. Liscio come l'olio, ma solo sulla carta.

Intanto ci sono solo spine. La Commissione europea ha deciso l'apertura di una indagine per accertare che non ci siano stati finora aiuti di Stato (per 2 miliardi!). Cosa che potrebbe essere evidentemente peggiorata dal fatto che con il decreto appena trasformato in legge lo Stato anticipa 300 milioni alla gestione commissariale perché cominci l'opera di bonifica ambientale nell'area industriale di Taranto (ma non è ancora stata fatta?), e dà il via libera agli stessi commissari di indebitarsi per 800 milioni di euro con garanzia statale per avviare la trasformazione industriale di Taranto. A Bruxelles non si fidano del “vocal prime minister”, come chiamano Renzi con malcelata ironia, e vogliono dargli filo da torcere.

Poi ci sono i Riva. Che non paghi di avere ottenuto dalla Svizzera il no ai magistrati italiani che chiedevano di sequestrare 1,2 miliardi depositati sui loro conti (ora la partita viene disputata tra tribunali svizzeri che litigano tra di loro), fanno ricorso presso il Tar del Lazio contro governo, ministri e commissari straordinari per essere stati espropriati dell'impresa. Con qualche freccia al loro arco, visto che la titolarità delle azioni dell'Ilva è formalmente nelle loro mani: a che titolo dunque i commissari possono venderle? Bella materia per avvocati e cause a molti zeri, che fa venire in mente la battaglia con cui all'inizio degli anni '90 un'altra famiglia di imprenditori, i Rovelli, affrontarono in tribunale la banca pubblica Imi ottenendo mille miliardi di lire di indennizzo con una sentenza comprata a suon di mazzette ai giudici. Non vuol dire certo che finirà così, ma il terreno è accidentato.

In questo quadro, è apparsa quasi surreale l'irruzione sulla scena di Paolo Scaroni, ex amministratore delegato dell'Eni e ora alla banca Rothschild, “dimissionato” da Renzi ma evidentemente tuttora con molti argomenti per farsi ascoltare a Palazzo Chigi: Scaroni ha annunciato pubblicamente che gli piacerebbe mettersi a capo di una cordata per rilevare l'Ilva, per amministrarla con le competenze che gli ha dato l'aver fatto in passato amministratore delegato nel gruppo siderurgico Techint (oggi Tenaris): esperienza che ci si aspetterebbe voler seppellire, visto che erano gli anni di Tangentopoli e in quella veste fu accusato di tangenti e patteggiò la pena. Invece la cavalca, per condurre il suo settimo cavalleggeri alla presa di uno degli ultimi giganti industriali del paese.

È lui l'uomo che risolverà la grana dell'acciaio per Renzi? Di certo la sua apparizione cade a perfezione nel puzzle che alcuni protagonisti della cronaca affaristica stanno disegnando. E lo completa.

Prendiamo i rumors che indicano in Leonardo Bellodi, ex direttore dei rapporti istituzionali dell'Eni e accreditato di buoni rapporti con i servizi, il nuovo plenipotenziario del governo italiano in Libia per volontà diretta del presidente del Consiglio. Un'altra nomina anti-feluche, come quella di Carlo Calenda a Bruxelles? Sì, ma almeno quest'ultimo era un esponente del governo. Le credenziali di Bellodi invece sono l'essere socio dell'amico del premier Marco Carrai nella società Cys4, quella che si occupa di cyber security, e il sodalizio con Scaroni che lo ha accompagnato sempre durante al carriera.

C'è anche un altro personaggio nella covata Scaroni che ha assunto una posizione strategica e che combacia perfettamente con le ambizioni del salvatore dell'Ilva. Si chiama Marco Alverà, si è fatto strada in Eni sotto l'ala del capo, e adesso è diventato direttore generale della Snam, con il successivo passo ad amministratore delegato già scritto nelle stelle. Che cosa c'entra la Snam? La regina del gas in Italia (presidente Lorenzo Bini Smaghi, toscano, il banchiere più vicino a Renzi), controllata dalla Cassa depositi e prestiti, è una gallina dalle uova d'oro quanto a utili, e in questo momento riveste un ruolo strategico nel futuro dell'Ilva.

Le darà l'ossigeno per la sua prossima vita: il gas, appunto. Nel piano industriale predisposto dai commissari e a cui il Boston consulting group ha messo il timbro, l'altoforno numero 5, il più grande di Taranto, quasi la metà della sua capacità produttiva, dovrà essere sostituito da due forni elettrici per colata continua ad alta velocità. Ma accanto, così ha spiegato il senatore Massimo Mucchetti durante la discussione per l'approvazione del decreto-legge, bisogna introdurre un nuovo procedimento di “preriduzione del materiale di ferro” per alimentare la produzione con meno emissioni nocive: una tecnologia che porterebbe l'Ilva ai primi posti della siderurgia moderna, aiuterebbe a risolvere il problema ambientale, e oltretutto è made in Italy. E chi la fa? La Tenova, del gruppo Techint-Tenaris, posseduto dalla famiglia Rocca, nella graduatoria dei ricconi del pianeta a pari merito con Berlusconi, e con un esponente, Gianfelice, al vertice di Assolombarda.

Tutto tiene solo se il nuovo processo di lavorazione dell'acciaio viene alimentato da una fornitura di gas stabile e costante e soprattutto a buon prezzo, che solo l'Eni può garantire, la Snam gestire e consegnare, e Scaroni favorire, con la sua expertise sia in materia energetica che in materia siderurgica. Inaffondabile, l'ex presidente dell'Eni, come il suo network. E anche un vero ammaliatore, visto che si propone a Renzi come l'uomo del destino. Perché la cosa si realizzi occorre anche che si materializzi la cordata, che il ministro Federica Guidi auspica sia italiana. Ma per questo non ci saranno problemi, con tanti bei nomi di industriali del settore, da Arvedi a Danieli a Marcegaglia a cui fa gola entrare nell'Ilva. Occasione allettante come fu quella che fece nascere il “nocciolino duro” dei soci industriali che sotto l'egida degli Agnelli avviò la madre di tutte le privatizzazioni, quella di Telecom, per un tozzo di pane, e come fu con la vendita di Alitalia per due lire ai cosiddetti capitani coraggiosi, che finirono di spolparla.

Renzi dovrà dimostrare che questa volta non sarà così. Mettendoci la faccia, per di più sotto i riflettori puntati di quella parte del mondo – l'Europa - a cui ama spesso dare lezioni. Si vedrà il 10 se gli toccherà fidarsi del capo cordata della provvidenza, vero uomo per tutte le stagioni.

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