Mondo
marzo, 2016

Baci e pugnali, il flamenco della crisi spagnola

Le piroette di Iglesias, gli affondi di Rajoy, così il Congresso si è trasformato in un’arena e ha bocciato il socialista Pedro Sanchez. E ora il Paese si avvia a nuove elezioni

Insulti, fischi, accuse. Biasimi, ironia e persino un bacio in bocca tra due parlamentari. Le votazioni al Congreso spagnolo per l’investitura del leader socialista Pedro Sánchez, del 2 e 4 marzo scorso, la prima fallita in quarant'anni di democrazia spagnola, sono state un vero e proprio jaleo, ha scritto in un tweet il politologo Pablo Simón. Come l'antica danza flamenca. Uno spettacolo dall’aroma tutto andaluso.

I tori viola e azzurro sono entrati con ferocia nell’arena e nulla ha potuto fare per domarli il torero socialista, il giovane Sanchez, ancora alle prime armi. Più miti, invece, le parole di Albert Rivera, leader del partito centrista Ciudadanos, il cui discorso è stato ritenuto il migliore da un sondaggio dell'istituto Metroscopia. La disponibilità di Rivera a un governo di coalizione con i socialisti non è riuscita a ottenere l’astensione dei popolari del premier uscente Mariano Rajoy, né a limare la testardaggine del capo di Podemos Pablo Iglesias, versione sanguinario, in forte disaccordo con le misure economiche previste dall’accordo. Vox clamantis in deserto.

La nave del dialogo e del compromesso si arena ora nell’irriducibilità. L’interesse di parte o di sigla predomina sulla volontà di firmare un programma comune di governo che possa sbloccare l’impasse. Il leader socialista non ha raggiunto la maggioranza assoluta richiesta per il primo scrutinio né quella semplice prevista per il secondo, ottenendo infine solo 131 voti a favore (PSOE, Ciudadanos e Coalición Canaria) e 219 voti contrari.

 “Un discorso di metafore zuccherine, di linguaggio vago, topici buonisti e poche proposte”. Il primo tweet del numero due di Podemos, Iñigo Errejón, condanna il lungo discorso d’investitura di Sánchez, approssimativo e lacunoso per molti.

Mariano Rajoy non ha risparmiato le accuse nei confronti di Sanchez. Con sarcasmo nel suo discorso in aula ha screditato l’accordo firmato da Sanchez con Ciudadanos, un patto “intergalattico” che “i bambini studieranno sicuramente a scuola”, l'ha definito "una farsa, una fiction". Con un cinico sorriso, Rajoy ha chiesto ai socialisti di lasciar governare i popolari, i primi per numero di voti alle elezioni dello scorso 20 dicembre, pur avendo lui stesso declinato la proposta del re Felipe VI, che lo aveva scelto come primo candidato per formare un governo. Dure le accuse contro il leader socialista che, pur avendo parlato di umiltà e dialogo nel suo discorso d’investitura, non ha mai nascosto la sua riluttanza nel voler incontrare Rajoy: durante le consultazioni il leader dei popolari si è persino rifiutato di stringere la mano a Sanchez davanti alle telecamere. Per Rajoy, i socialisti “seminano deficit e disoccupazione con la stessa facilità con la quale novembre porta catarro e la primavera le allergie”.

Una soap-operetta nuovissima per il pubblico spagnolo, nella quale non potevano mancare certamente le storie d’amore. Il messianico leader di Podemos Pablo Iglesias, al termine del suo discorso durante la seconda giornata d’investitura, ha baciato in bocca il leader del partito catalano di En Comú Podem, Xavier Doménech. Su Twitter i nuovi Gorbachov e Honecker sono diventati immediatamente virali e il tormentone sui social servito, voilà. “Scorre l’amore” per Iglesias, che in soli due giorni è passato dalla calce sotto la quale il gruppo para-poliziesco GAL sotterrò due terroristi del gruppo terrorista ETA nel 1983, durante il governo del PSOE, ai baci e le effusioni. Bastone e carota. La pesante accusa al PSOE d’esser stato vincolato con il terrorismo di stato degli anni ottanta ha fatto sgranare gli occhi persino ad Errejón, raggelato sul suo seggio.  

 “A volte le più amare discussioni precedono i momenti più dolci”. Con il suo fare imprevedibile, Iglesias ha rilassato i toni nell’ultima giornata e ha teso la mano al PSOE, al fine di formare un accordo che preveda nuove misure concordate anche con Podemos, tra cui un referendum per la Catalogna indipendentista. Nel discorso finale di Iglesias ha proposto a Sanchez “il patto del bacio”. Il riferimento a “L’abbraccio” (1976) di Juan Genovés, quadro simbolo della Transizione, è sottile e strategico. Iglesias punta a conquistare i cieli, trasformando quello storico abbraccio in uno nuovo, altrettanto storico bacio.

José Manuel Calvo Roy, il vice direttore di El País spiega all’Espresso la contraddizione all’interno del modus operandi della politica dei viola. “Sia il riferimento al terrorismo di stato nel primo dibattito, che la fabbricazione dell’incontro del bacio rispondono alla stessa cosa: il gesto come politica, lo spettacolo e la provocazione come elementi del racconto, la messa in scena minuziosamente preparata, come simulazione di spontaneità. Sono risorse molto vecchie, hanno sempre funzionato – fino alla noia – in parlamento. Concretamente, non vedo contraddizione alcuna tra l’insulto alla memoria socialista e l’offerta del patto al PSOE: Podemos vuole distruggere il Partito Socialista al fine di sostituirlo e per raggiungere questo obiettivo tutto è permesso: sia il complimento che l’offesa.”

Ora i vari leader hanno tempo fino al 2 maggio per raggiungere un accordo. Superata la scadenza, gli elettori saranno convocati alle urne il 26 giugno, alternativa che nessuno dei quattro gruppi maggiori prende a parole in considerazione.

“Ci saranno nuove elezioni, se il PP o il PSOE preferiranno rischiare, anziché cedere. Per fare in modo che si formi un governo uno dei due deve astenersi. Nonostante le apparenze – i duri confronti di questa settimana – non escludo che questo possa accadere”, spiega Calvo Roy. “I costi della ripetizione elettorale sono alti, sia per i partiti (che potrebbero ottenere meno voti di quelli che hanno al momento) sia per il Paese. Al momento, ci sono buoni motivi per essere pessimisti. La gravità della Spagna risiede nella crisi della democrazia rappresentativa, nell’auge dei populismi e nell’offensiva della demagogia contro il pragmatismo”.  

Scomodato dalle allusioni di Iglesias, Niccolò Machiavelli si rivolta nella tomba e Sánchez, il torero, si ritira dall’arena zoppicante, con il manto insanguinato. È ora tempo di riflessioni che favoriscano il dialogo e le soluzioni, come vuole la maggioranza degli elettori. Come direbbero gli spagnoli: “cada mochuelo a su olivo”. È tempo che ogni allocco faccia ritorno al proprio ulivo.

L'edicola

In quegli ospedali, il tunnel del dolore di bambini e famiglie

Viaggio nell'oncologia pediatrica, dove la sanità mostra i divari più stridenti su cure e assistenza