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Panama Papers, i tesori esteri dei boss di Cosa nostra dal Lussemburgo alle Seychelles

<p>Vito Roberto Palazzolo</p>
<p>Vito Roberto Palazzolo</p>

I documenti panamensi mostrano per la prima volta decine di società estere collegate ai tesorieri di boss mafiosi come i fratelli Graviano, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano

Le offshore di cosa nostra svelate dalla carte di Panama. I documenti riservati scoperti da l’Espresso con il consorzio giornalistico Icij illuminano per la prima volta decine di società estere collegate ai tesorieri di boss mafiosi del calibro dei fratelli Graviano, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano.

Altre offshore chiamano in causa il presunto cassiere delle società estere che nel 2013 sono costate l’arresto a Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo. Mentre una cassaforte offshore delle Seychelles, finora sconosciuta, apre una nuova pista nella caccia al patrimoni esteri del re del gioco d’azzardo, Francesco Corallo, che personalmente non ha legami con la mafia, ma è figlio di un faccendiere condannato per gravi reati, scoperti con la prima maxi-inchiesta sugli affari delle cosche catanesi nel Nord Italia e all’estero.

Al centro della prima rete offshore c’è Angelo Zito, un finanziere barese, trapiantato in Lussemburgo, che nel 2000 è stato condannato per mafia a Palermo. La sentenza definitiva spiega che era diventato il tesoriere del ricchissimo clan di Brancaccio, capeggiato dai boss stragisti Filippo e Giuseppe Graviano. In particolare Zito gestiva «ingenti investimenti» all’estero dei capimafia obbedendo a Nunzia Graviano, che prima dell’arresto faceva da tramite tra i suoi fratelli ergastolani e i loro tesorieri. Arrestato nel 1999, Zito «ha collaborato con la giustizia», patteggiando una condanna ridotta a 16 mesi. Ma lo Stato italiano non ha recuperato nulla dei tesori esteri della famiglia Graviano, i cui familiari tengono ancora oggi un tenore di vita alto.

Ora “l’Espresso” ha scoperto carte sconcertanti. Angelo Zito, nato il 7 giugno 1953, viene identificato nei file di Panama come manager della fiduciaria Beamanoir del Lussemburgo. Nel suo fascicolo lo studio Mossack Fonseca inserisce una lettera del primo marzo 2004, presentata come un atto ufficiale del ministero di giustizia del Lussemburgo, che ammette quel pregiudicato italiano nel «registro degli esperti di fisco e contabilità». Da lì partono i nuovi affari di ZIto. Che nel giugno 2009 diventa procuratore della misteriosa società Wayland delle isole Seychelles.

Lo studio di Panama, che ha creato quella offshore, è preoccupato del suo passato. Anthony Volpe, che guida la sede di Mossack Fonseca in Lussemburgo, chiede chiarimenti a un avvocato, Moyse Di Stefano. Questi gli risponde di conoscere bene Zito, sostenendo di averlo assistito in passato, e rassicura: «Sono convinto che il signor Zito sia completamente innocente. È stato vittima di circostanze sfortunate». L’avvocato Di Stefano inoltre sostiene che dal casellario giudiziale di Zito «nulla risulta».

Nella sentenza di Palermo, invece, si legge che il precedente penale di Zito è stato dichiarato «estinto» solo nel 2011. Lo stesso atto giudiziario comprova la condanna definitiva per mafia, di cui vengono meno solo gli effetti civili. E intanto l’ex tesoriere dei Graviano continua a gestire società nei paradisi fiscali. La filiale in Lussemburgo dello studio panamense gli ha aperto, per esempio, una offshore chiamata Absolute Technology Ltd. E in un rapporto interno del primo febbraio 2012 si legge: «Anthony Volpe ha chiamato Angelo Zito. Lui trasferirà una società di Hong Kong da noi».

Un diverso network di offshore porta ai figli di Vito Roberto Palazzolo, il finanziere condannato come grande riciclatore dei tesori di Cosa nostra negli anni d’oro dei traffici di eroina. La sentenza definitiva, frutto delle indagini di Giovanni Falcone, chiarisce che Palazzolo investiva in società estere «decine di milioni di dollari» e poi riportava in Sicilia «sacchi di soldi in contanti consegnandoli a Riina e Provenzano». Arrestato nel 1984 ed evaso nel 1986 dalla Svizzera, Palazzolo si rifugia in Sudafrica, dove assume il nome di Robert Von Palace Kolbatschenko e acquisisce un «immenso patrimonio»: miniere di diamanti, tenute agricole, allevamenti, industrie. Le autorità sudafricane però rifiutano la sua estradizione, fino all’arresto nel 2012 a Bangkok.

L’ombra mafiosa del padre non ha impedito ai figli Christian e Pietro, detto Peter, di entrare in un dorato club offshore. I documenti di Panama confermano in pieno i risultati dell’inchiesta giornalistica dell’Irpi (Investigative Reporting Project Italy), pubblicata da l’Espresso nell’aprile 2015, sugli affari segreti della famiglia Palazzolo in Africa. Tutto parte da un ex banchiere della Deutsche Bank, Wolf-Peter Berthold, installato a Hong Kong fin dal 1977.

Quando aveva vent’anni, Vito Roberto Palazzolo aveva lavorato ad Amburgo per la stessa banca. Nel 1996, alle Bahamas, nasce una offshore chiamata Deutsche Investment Corporation (Asia) Ltd: è la società che cementa il legame tra il banchiere Berthold e Pietro Palazzolo, che il 22 giugno 2007 sono ancora insieme, con 250 quote ciascuno. Proprio questa offshore targata Berthold-Palazzolo è il “cliente” che si rivolge allo studio Mossack Fonseca per registrare svariate società alle Isole Vergini Britanniche. Come la Agusta Enterprises Holding Company Ltd, che porta il nome di famiglia dei conti e industriali lombardi. O la Ocean Diamond Enterprise, che riunisce l’ex banchiere Berthold, Pietro Palazzolo e Giovanni Agusta, figlio di Riccardo. Ai due figli di Palazzolo fanno capo molte altre offshore, con nomi come Gold Enterprises o Silver Group, legati al business di famiglia: le miniere d’oro e diamanti in Africa.

Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco del sacco edilizio di Palermo, è stato arrestato nel maggio 2013 per una presunta frode fiscale da oltre 30 milioni, organizzata con un fiscalista romano, Gianluca Apolloni, 42 anni. Una truffa internazionale sull’Iva che, secondo i magistrati di Ferrara e Bologna, si perfezionava col trasferimento di società a Panama City, per sfuggire alla giustizia. Il presunto regista del business era appunto Apolloni, definito dai giudici «profondo conoscitore dei sistemi di traghettamento di capitali e società verso Panama, Stato noto per la sua totale non cooperazione giudiziaria».

Le carte di Panama ora confermano che i magistrati emiliani non si sbagliavano: il nome di Apolloni è associato a decine di offshore. Con un contratto dell’ottobre 2011 Apolloni viene nominato addirittura rappresentante a Roma dello studio Mossack Fonseca. La casa madre di Panama lo scarica solo dopo l’arresto. La moglie cerca di difenderlo, tiene i contatti con i clienti mentre Apolloni è ai domiciliari. La lettera di licenziamento è del 17 luglio: il contratto si annulla quando «un rappresentante di Mossack Fonseca è sottoposto a un’indagine giudiziaria».

Le carte di Panama mostrano che, in quegli anni, Apolloni ha creato dozzine di offshore per clienti italiani, tra Bahamas, Seychelles, Nevada e Samoa. Intanto in Italia, dopo alcune condanne minori, il processo a Ciancimino e Apolloni si è fermato: nel giugno 2014 è ripartito da zero, per ragioni di competenza, a Reggio Emilia.

L’ultima sorpresa offshore riguarda l’imprenditore Francesco Corallo, nato a Catania 53 anni fa, premiato nel 2004, sotto il governo Berlusconi, con la ricchissima concessione statale per le slot machine. Dagli atti di Panama (c’è anche la copia del suo passaporto) ora emerge che Corallo è l’unico azionista della società offshore Vales Tru Admin Services Ltd, registrata alle isole Seychelles il 12 novembre 2014, con un capitale nominale di 50 mila dollari.

La data è molto strana. Due giorni prima, a Milano si era aperta l’udienza preliminare contro Corallo e l’ex vertice della Bpm con l’accusa di associazione per delinquere. E due settimane dopo, il 26 novembre 2014, era fissata l’attesissima sentenza finale della Corte dei Conti (poi rinviata di poco) che ha condannato la società di Corallo, Bplus Giocolegale, a risarcire allo Stato italiano ben 335 milioni. Per lo stesso scandalo delle macchinette mangiasoldi che sfuggivano alle tasse, la sentenza ha pignorato i beni del debitore in Italia. E proprio in quei giorni Corallo ha aperto la sua offshore, che ha per oggetto sociale il «private banking negli Emirati Arabi»: una banca-cassaforte da aprire a Dubai.

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