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Gunnlaugsson non è l’unico politico coinvolto dallo scandalo globale scoppiato domenica ?3 aprile. Alle ore 20 i media del consorzio internazionale ICIJ, di cui "l’Espresso" è partner esclusivo per l’Italia, hanno iniziato contemporaneamente a pubblicare i primi contenuti dei documenti analizzati.
E in pochi minuti ben 140 fra politici e uomini di Stato sono finiti nell’occhio ?del ciclone. Alcuni per coinvolgimento diretto in una società offshore. Come il presidente dell’Ucraina, Petro Poroshenko, l’ex primo ministro iracheno, Ayad Allawi, l’attuale presidente dell’Argentina, Mauricio Macri.
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Altri, la maggior parte, per legami indiretti con i paradisi fiscali: perché persone a loro vicine, parenti o amici ?stretti, risultano azionisti o amministratori di imprese registrate in Paesi che vanno dalle Bahamas a Samoa. La lista è lunga.
Alcuni esempi: David Cameron, premier del Regno Unito. Il presidente cinese Xi Jinping. Il re dell’Arabia Saudita, Salman bin Abdulaziz Al Saud. Il sovrano del Marocco, Mohammed VI. Il presidente siriano Bashar Assad. Il primo ministro del Pakistan, Nawaz Sharif. ?Il presidente dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev. ?Il numero uno della Federazione Russa, Vladimir Putin. La leader dell’estrema destra francese, Marine Le Pen. Senza considerare i vip che hanno legami con ?i paradisi fiscali, dal goleador Leo Messi al regista Pedro Almodóvar.
Tirato in ballo dalle carte, anche un potente dello sport come l’ex presidente dell’Uefa (ed ex fuoriclasse del calcio) Michel Platini è stato costretto ad ammettere di aver aperto una offshore ?a Panama. E non mancano società ritenute vicine ai trafficanti di droga e al terrorismo.
Insomma, i Panama Papers hanno provocato un terremoto destinato a durare per molto. Perché il consorzio giornalistico sta continuando il suo lavoro, e altri nomi potrebbero emergere. Ma soprattutto perché adesso spetta alle autorità fiscali ?e giudiziarie dei vari Paesi verificare se ?le operazioni finanziarie condotte dalle persone coinvolte sono legali.
In alcune nazioni – tra cui l’Australia, gli Stati Uniti ?e l’Italia – sono già state avviate indagini. Ad altre latitudini l’atteggiamento è stato diverso. Gran parte dei media cinesi, ?per esempio, ha scelto di non riportare ?le notizie dei Panama Papers. ?Mentre in Russia le autorità hanno gridato al complotto anti-Putin orchestrato dalla Cia. Resta un fatto, per ora: a volte bastano cittadini informati per cambiare le cose. Come è successo in Islanda. Dove il giornalismo ha dimostrato di poter essere ancora il cane da guardia del potere.