Onnivori o vegani? Vegetariani o crudisti? Devo dire che il dibattito sulle “etichette” da affibbiare alle abitudini alimentari mi appassiona poco. Non perché non sia importante porsi la questione delle nostre scelte in fatto di alimentazione, al contrario perché mi trovo un po’ in difficoltà a parlare di cibo, quanto di più complesso e diversificato, quanto di più culturale e radicato nell’identità dei popoli, in termini di categorie e di comportamenti correlati.
Non me ne vogliano i lettori e non me ne vogliano nutrizionisti, gastronomi, ghiottoni o tifosi di sorta ma, a mio modesto parere, il punto non è quanti limiti o paletti (e di quale natura) io introduca nella mia dieta; al contrario la questione centrale è quella dell’approccio a ciò che mangio, come lo mangio, come lo scelgo e quanto sono consapevole di ciò che sto facendo quando lo acquisto. Il cibo è innanzitutto un prodotto della terra, che cresce nella terra e che da essa trae il suo sostentamento per poi trasferirlo a noi sotto forma di energia e di elementi nutritivi. Fin qui tutto bene.
l cibo, però, ha anche a che fare con ciò che siamo, ha a che fare con il modo in cui vediamo il mondo, con cui lo abitiamo e con cui ci interfacciamo con esso. Il cibo parla di noi, e così fanno le nostre abitudini alimentari. Fatta questa premessa diventa difficile esprimere giudizi sulle scelte altrui. Ciò che mi pare però evidente è che, se c’è qualcosa da cui non possiamo astenerci, è proprio il ragionamento sulla nostra maniera di alimentarci. Ecco allora che impattare meno sulle risorse naturali, cercare di fare del bene alla nostra salute e non minacciare la biodiversità del mondo sono basi solide da cui partire.
Stagionalità, varietà, agricoltura e allevamento locali. Questo abbinato a una moderazione di fondo, in particolare per quanto riguarda la carne (al di là delle posizioni etiche è una scelta di salute), ci consente in ogni caso di mangiare meglio. E se poi dovremo a tutti i costi darci un’etichetta sceglieremo “consapevoliani”.