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Per democratici, latinos e mezzo mondo se non di più e ognuno con le proprie ragioni il 45esimo presidente degli Stati Uniti è il diavolo, unica spiegazione consolatoria di fronte a un’elezione che ha un che di paranormale.
Persino la rivista Time l’ha insinuato con una foto di copertina dove la emme rossa della testata poggia in modo irriverente proprio sulla chioma da millefoglie del presidente in un inconfondibile effetto di corna di demonio provocando una ola dei detrattori che si è sentita fino all’isola di Pasqua (e la rivista è stata costretta a specificare che non era voluto).
Allora chi può essere dall’altra parte dell’oceano il suo contraltare se non Mario Draghi presidente della Bce, unico vero prototipo forte ma non populista, molto politico pur non essendolo, del vecchio mondo? E che rappresenta la sola possibile antitesi alla diabolicità trumpiana: quella di impersonare un ruolo da acqua santa (non che lui lo sia tout court) l’acqua benedetta a salvaguardia del Dio euro dell’Unione europea oggetto di furibondi strali da parte di Potus (acronimo del presidente Usa) fautore di Brexit e tifoso anche di Grexit.
La missione perfetta per un ragazzo educato da gesuiti non qualunque, ma romani quindi avvezzi alle sirene del potere e alle lusinghe luciferine, studente modello all’Mit dei Nobel, dove era professore John G. Trump zio del futuro presidente vedi gli incroci della vita, e chissà se Trump gli avrebbe dato la green card.
Il diavolo e l’acqua santa, dunque e ancora nessuna frizione tra i due, e non è affatto banale visto che Trump ne ha dette quattro anche al papa. È stata registrata solo qualche frase su fascinazione e pericoli del nazionalismo pronunciata a Bruxelles e a Lubiana dal presidente della Bce che certo non parla mai a caso, guardingo e figlio di un Dio monetario maggiore tanto quanto l’altro è affetto da bullismo lessicale, nulla di personale, anche mezza Europa è a rischio e comunque siamo in territorio di santità.
Ma il dogma dei draghi è l’economia liberista e gli annunci da Washington di muri e misure protezionistiche, copertina di Linus per gli americani nella campagna presidenziale di Trump, sono sbuffi di zolfo negli occhi dell’Europa e del suo tempio a Francoforte. E se l’acqua santa è per antonomasia cheta può diventare tumultuosa quando tira aria di esorcismi.
Uno è ai primi passi di un’elezione. L’altro a due anni dalla scadenza del mandato. Trump esemplare unico al momento di una politica 4.0 è stato scelto dal popolo e dialoga a casaccio con la piazza. Draghi unto dall’alto, questa è la sorte dell’acqua santa, è in stretto collegamento con le Stanze di cui ha grande cura, molte in Italia dove non perde un incontro, una commemorazione, un premio, una lectio purché nei sancta sanctorum del caso. Nei prossimi mesi, ognuno per le proprie strategie potrà essere costretto a superare se stesso- nel caso di Trump molti incrociano le dita. Il presidente per avanzare e mantenere le promesse. Il banchiere per finire in gloria. E poi andare chissà dove.
Per un gioco della Provvidenza che bada anche a location di diavoli e anti diavoli tutt’e due sono in cima a torri di vetro e acciaio, la Trump e l’Eurotower e tutt’e due sono contigui alla politica, l’uno da facoltoso e impiccioso immobiliarista, l’altro per aver lavorato con la destra e con la sinistra. America first è l’obiettivo netto del capo della Casa Bianca e se proprio deve allargare lo sguardo, come ha già fatto varie volte, il corridoio con il Cremlino e il suo presidente è aperto e ben conosciuto.
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Non la replicherebbe il presidente Usa, post ideologico e molto post educato tanto che è nato invece il neologismo trumpish per dire arrogante, scostumato, e soprattutto senza e oltre le regole, vade retro Satana per il regolatore Draghi. Ma Trump tra dimissioni di ministri e generali (quasi superando la sindaca di Roma Virginia Raggi) in una confusione di spie e hacker russi, denunce d’intercettazioni subite, secondo lui, su ordine di Obama, decreti anti immigrazione musulmana riscritti più volte, rottamazione dell’Obamacare e assistenti con alluce all’aria nello Studio Ovale ha inaugurato la presidenza con una strategia della confusione tale da meritarsi dall’Economist il rincuorante titolo «un rivoltoso alla Casa Bianca».
Se non avesse la valigetta con i codici il girone installato al 1600 di Pennsylvania Av, capace di inventarsi anche un attacco terroristico in Svezia, potrebbe essere un remake di Hellzapoppin’, musical comico e surreale degli anni Quaranta di Broadway e Hollywood, traduzione a spanne del nome l’esplosione infernale che vista la presenza del diavolo Trump ci sta tutta. Anche perché l’autocritica non fa parte delle credenziali «Penso che se io faccio qualcosa di sbagliato, ritengo sia giusto farlo diventare giusto», ha spiegato l’imbronciato Mister Trump a Cnn, quando manteneva ancora i rapporti con la tv di Time Warner.
L’inferno in terra per uno come Draghi che dopo la crisi economica del 2011 ha inventato il termine “fiscal compact” proponendo nel 2012 al Consiglio europeo di raccogliere tutte le norme per l’equilibrio di bilancio in una sorta di «bignami delle regole» lo battezzò così per mettere ordine, classificare per poter governare. E poi spargere denaro con il Quantitative easing per aiutare crescita, banche e mercato in lotta con falchi e contabili della Bundesbank. Uno strumento di perdono per bilanci allegri purché come da sacrosanti precetti i pentimenti rimettano a posto i conti, ora arrivato al tramonto perché tranne che da noi, nell’eurozona si festeggia.
Trump è assemblato come un edonista. Draghi impersona il rigorismo, schivo, un filo misterioso, un carboncino in bianco e nero, parsimonioso anche esteticamente nei vestiti e nei tratti ma con i media un gran filone, direbbe lui che non ha voluto perdere né accento né vocabolario romano. Nelle conferenze stampa non si sottrae mai, uno così non flirta ma se non fosse Draghi si direbbe che lo fa con la stampa. L’opposto del boato multicolor Trump - non si sa mai quale colore di capelli, terra abbronzante e cravatta sceglierà per la giornata - famiglia numerosa e solo bionda, moglie bellissima e copiona, figlia patinata come una copertina, e spreco esibito di soldi pubblici. Milioni e milioni di dollari per scorte, aerei, elicotteri, limousine per il via vai del clan che vive a Manhattan ma gira per affari d’oro e week end nella tenuta che sembra un Saint Honorè in Florida. La faccenda ha occupato pagine e pagine dei giornali senza che Trump cambiasse registro ossessionato dalla stampa fellona e «nemica del popolo americano».
L’anno è cruciale e nei prossimi mesi si sveleranno molti arcani. Trump potrebbe mandare in panchina Janet Yellen capo della Federal Reserve di cui aveva già chiesto la testa bianca in campagna elettorale, e scatenare valzer di tassi e conflitti dollaro-euro. In Europa ci sono elezioni che possono minare le fondamenta dell’Ue. In Francia, l’ombra del lepenismo. In Germania a settembre Angela Merkel, l’alleata bionda di Draghi potrebbe perdere con Martin Schulz, non un populista ma uno meno tecnico di lei.
E l’Italia nella tempesta delle tempeste politiche che va al voto nel 2018, un anno prima della scadenza alla Bce. Come succede a ogni crisi, ecco il nome di Draghi possibile salvatore della patria. Una volta in un colloquio in Banca d’Italia, alla domanda rispose «Se ne dovranno trovare un altro». Ma era dieci anni fa e Francoforte doveva arrivare. Le acque sante o i salvatori della patria, prima o poi, tornano in patria.