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Usa, il partito democratico è disperso

Barack Obama
Barack Obama

La formazione di Obama dopo la sconfitta alle presidenziali contro Donald Trump non ha strategia né iniziativa. E ora la base è in rivolta e chiede una reazione e chiede che gli eletti inizino a fare opposizione davvero

Barack Obama
C’è il Russiagate che vede coinvolti diversi “consiglieri” di Trump, ci sono le accuse di The Donald a Obama («mi ha fatto spiare») ridicolizzate dal Fbi, c’è una riforma sanitaria che divide il Grand Old Party e un secondo “muslim ban” stoppato da giudici federali. A due mesi dall’insediamento alla Casa Bianca al nuovo presidente degli Stati Uniti i problemi non mancano (spesso alimentati anche dal suo uso ossessivo di Twitter), ma lui sembra godere di ottima salute politica. Complice il buon andamento dell’economia e soprattutto la mancanza di una vera opposizione da parte di chi dovrebbe esserne il capofila: il partito democratico.

In un paese mai così diviso dai tempi della guerra in Vietnam, in cui più della metà dell’elettorato si è schierato contro chi è stato eletto (Hillary ha ottenuto tre milioni di voti in più), che ha visto l’insediamento del “Commander in Chief” contestato da manifestazioni e marce tra le più imponenti della storia americana, il partito di Roosevelt, Kennedy e Obama sembra una sorta di “convitato di pietra”. Una presenza/assenza, incapace di reagire, privo di idee (o slogan) forti, sempre in bilico tra voglia di rivincita e abitudine ai compromessi.

Il sentimento anti-Trump cresce in quella metà del paese che non ha ancora metabolizzato la sconfitta, che sogna impossibili “impeachment” o minaccia clamorose (e altrettanto impossibili) decisioni (come i comitati in California che propongono di abbandonare gli Usa) e la spinta popolare non manca di certo. Nel giro di una settimana il senatore democratico Bob Casey ha ricevuto 80mila lettere di elettori della Pennsylvania infuriati per il modo in cui il partito si oppone a Donald Trump, organizzazioni liberal come MoveOn, UltraViolet, DailyKos, Working Families Party lanciano quotidiane iniziative di “resistenza” (con aumento degli iscritti e dei finanziamenti) ma al Congresso tutto ciò non si vede, o si vede molto poco.

Nei primi mesi dell’era Trump il vero partito di opposizione (su questo The Donald non ha tutti i torti) stanno diventando giornali e tv. Che grazie al presidente vivono una nuova, insperata, giovinezza (con aumenti di copie e audience come nel caso di New York Times, Washington Post, Cnn, MsNbc) e in qualche caso - tradendo la tradizionale indipendenza dei media dalla politica - si lanciano in vere e proprie campagne contro la Casa Bianca.

Le elezioni del novembre 2016 non hanno rappresentato solo una crisi elettorale per il partito democratico: quella di oggi è piuttosto una crisi esistenziale come mai c’era stata, neanche nei peggiori rovesci democratici dal New Deal ad oggi. La campagna elettorale era iniziata con facili profezie di vittoria e la spaccatura verticale, apparsa evidente fin dal gennaio scorso nelle primarie e i caucus, tra l’ala moderata e pro-establishment (rappresentata dalla Clinton) e quella radicale di Bernie Sanders è stata presa molto sottogamba dai vertici del partito. Se “zio Bernie” - senatore indipendente del Vermont e auto-definitosi “socialista” (parola che negli Stati Uniti era ancora tabù) - iniziando dal nulla aveva trionfato in 22 Stati (compresi quelli “operai” che sono poi risultati decisivi nella vittoria di Trump) e aveva suscitato nell’elettorato (soprattutto tra i giovani) un rinnovato entusiasmo, era evidente che qualcosa nella candidatura Hillary non funzionava.

I vertici del partito hanno chiuso gli occhi allora, e oggi sembrano tapparsi le orecchie di fronte alle grida di chi chiede più azione. Secondo un sondaggio del Pew Research Center il 72 per cento degli elettori democratici ritengono che i loro rappresentanti al Congresso «non facciano abbastanza» per opporsi a Trump e alle scelte della Casa Bianca, contro un 20 per cento che si dice soddisfatto e un 8 per cento che non prende posizione. E non sono solo i “liberal” (tra loro la percentuale sale al 77 per cento), ma anche chi si definisce un “moderato” (68 per cento).

Tra i militanti democratici e chi li rappresenta al Congresso la distanza continua ad aumentare e la battaglia contro il nuovo giudice della Corte Suprema scelto da Trump è piuttosto indicativa. Dalla base si invoca una linea dura, si chiede che si faccia il “filibuster”, l’ostruzionismo a oltranza per tentare di bloccare la nomina di Neil Gorsuch, giudice super-conservatore che una volta confermato servirà a plasmare (in senso reazionario) l’Alta Corte per i prossimi decenni.

I senatori democratici non possono imporre il boicottaggio come fecero i repubblicani per il giudice scelto da Obama (mai convocato al Senato), ma con l’ostruzionismo potrebbero rimandare per molti mesi la scelta, lasciando l’attuale Corte Suprema ad otto con una parità tra giudici di nomina democratica e quelli del Grand Old Party.

Il senatore Schumer, leader democratico al Senato, pur dicendosi contrario alla nomina di Gorsuch, ha detto che ogni singolo senatore è libero di decidere come votare, provocando una furiosa reazione da parte dei principali (e più organizzati) gruppi progressisti che hanno scritto una lettera di fuoco ai senatori democratici («state fallendo nel fare una vera opposizione»). E qualcuno ha ricordato come Schumer sia stato definito più volte “un amico” da Trump (sono tutti e due di New York), come in passato (era il 2008) il presidente fece una raccolta di fondi per lui e come lo ebbe ospite nel reality-show “The Apprentice”.

Quel poco che si muove all’interno del partito avviene a livello locale. Un esempio è quello di Jon Ossoff, un trentenne della Georgia che ha deciso di sfidare i repubblicani per il seggio vacante di uno dei distretti più conservatori dello Stato. Sa bene che non ha alcuna possibilità di vincere, ma grazie allo slogan che ha lanciato online (“Make Trump Furious”, fai impazzire Trump) in poco tempo ha raccolto 3 milioni di dollari, contro i pochi spicci dei suoi avversari.

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