Dove ci sono i prefetti non c’è democrazia, diceva Luigi Einaudi, via i prefetti dall’Italia. La Lega non starà con nessun partito che voglia mantenere i prefetti», ha giurato Matteo Salvini in un albergone di Piacenza dove aveva convocato una platea di esperti per mettere in campo le idee per il futuro. E chissà se anche il proposito di eliminare i rappresentanti dello Stato centrale nelle province sia un attacco non dichiarato a Roberto Maroni, che da ministro dell’Interno di prefetti ne ha nominati a colpi di decine, come un papa i cardinali: solo per citare le sue ultime infornate, diciassette il 17 dicembre 2009, quindici il 20 maggio 2010, venti il 3 agosto 2011. Il segnale, l’indizio di una guerra interna alla Lega che sta per cominciare, con la posta in gioco più alta, la corsa alla premiership del centrodestra, quando arriverà il voto.
Andiamo a governare, è il tormentone di stagione scelto da Salvini, in ritardo di un’estate rispetto a quello con cui un anno fa conquistò il pubblico giovanile il milanese Fabio Rovazzi, nato nel 1994, otto giorni prima della discesa in campo di Silvio Berlusconi, l’anno che Maroni entrò al Viminale per la prima volta da ministro, quando Salvini era già stato eletto consigliere comunale a Palazzo Marino da sette mesi. Il ritorno del centrodestra italiano in area governo dopo il drammatico 2011 è più Morandi che Rovazzi, più un remake che una novità. Lega e Forza Italia hanno già governato più volte il Paese e governano insieme città e regioni importanti, a partire dalla Lombardia.
Nonostante questo, appaiono come il fatto nuovo dell’estate 2017: arrivati alla volata finale, con le elezioni vicine, il Pd di Renzi e il Movimento 5 Stelle sembrano ripetitivi e spompati. Mentre il centrodestra potenzialmente unito sale nei sondaggi e si candida al primato elettorale. La novità, semmai, è che non è più scontato chi sia il leader dello schieramento. Silvio Berlusconi è come un capo spirituale, ma è difficile che possa candidarsi o che, anche in caso di annullamento degli effetti della legge Severino ad opera della corte di Strasburgo, abbia davvero la voglia di tornare a Palazzo Chigi, a 81 e più anni, in caso di vittoria. Per questo Salvini si muove. Nel “Game of Thrones” che porta a Palazzo Chigi il leader della Lega potrebbe riuscire laddove hanno fallito gli omologhi europei, dall’olandese Geert Wilders a Marine Le Pen. Con il mix di vecchio e nuovo che Salvini interpreta.
Il nuovo è, semplicemente, quello che accade. Tutto sembra giocare a favore della Lega. Gli sbarchi dei migranti, oltre 93mila il 17 luglio, più sedici per cento rispetto al 2016. Le rivolte delle popolazioni chiamate ad accogliere i profughi, con i sindaci in testa ai cortei anche nelle regioni del Sud che finora avevano taciuto, e l’Anci, l’associazione dei comuni italiani, costretta ad ammettere che il piano accoglienza del governo è fallito. La legge sullo Ius soli che si impantana al Senato dove la Lega era pronta a mettere su le barricate e viene rinviata perché, constata il premier Paolo Gentiloni, non ci sono le condizioni per votarla. Le navi delle Ong chiamate ad allontanarsi dalle acque libiche, con il Viminale deciso a imporre la linea dura. L’Europa che lascia sola l’Italia sull’immigrazione. Quando queste cose le diceva Salvini nei talk show veniva deriso dagli interlocutori del Pd. Oggi tutti sembrano inseguirlo, perfino Renzi sui migranti ha usato le stesse parole dell’altro Matteo nel suo libro («aiutiamoli a casa loro») e vuole tenere fuori dai trattati europei il Fiscal compact contro cui la Lega votò in Parlamento nel 2012, da sola.
Tutti parlano come Salvini, l’agenda della politica torna in mano alla Lega, le profezie più funeste del capo leghista si avverano all’improvviso, facendo dimenticare la condanna della famiglia Bossi e dell’ex tesoriere Francesco Belsito in tribunale per l’uso disinvolto dei fondi della Lega e il gossip di “Chi” sulle distrazioni in vacanza della fidanzata di Salvini Elisa Isoardi. «Non mi fermo, e dalla Calabria sono ora in direzione porto di Civitavecchia, dove sarò a fianco dei cittadini contro l’Invasione!», annuncia il leader nel vuoto del pomeriggio del 17 luglio. Qualche ora dopo, infatti, sarà davanti al porto della città laziale amministrata da M5S, circondato dalla folla che si ribella contro il piano che vorrebbe fare di Civitavecchia un hotspot per i profughi.
Salvini, come faceva il Senatur a suo tempo, gira in lungo e in largo l’Italia, occupa gli spazi lasciati incustoditi dagli altri, si precipita dovunque ci sia da respingere uno sbarco o da rimandare a casa un pullman di migranti. E coltiva il mutamento di immagine: dalla felpa alla giacca blu, dalle urla di comizio ai convegni, dal no all’euro a un messaggio annacquato ma più insidioso per l’alleato berlusconiano.
A Piacenza, al convegno programmatico, c’erano esperti, docenti, economisti. Via l’anti-euro come Claudio Borghi, il Salvini ripulito parla di flat-tax, è la proposta con cui intende unire il centrodestra alle prossime elezioni, la bandiera alternativa al reddito di cittadinanza del M5S e allo sfondamento dei parametri europei sventolato da Renzi. E invita al suo convegno l’ex candidato sindaco di Milano Stefano Parisi: un anno fa si presentava come il nuovo delfino di Berlusconi in polemica con la Lega, oggi è stato scaricato dall’uomo di Arcore e si candida come braccio moderato di Salvini.
Il vecchio è l’altro ingrediente del successo salviniano, quello che manca a tutti gli altri populismi europei, M5S compreso. A differenza di quanto successo al Front National in Francia, inchiodato al suo passato fascista, la Lega può rivendicare un passato (e un presente) da forza di governo, locale e nazionale. Vanta sindaci, due presidenti come Maroni e Luca Zaia nelle regioni più ricche e europee d’Italia, ha nominato ministri, boiardi di Stato, banchieri. La sua ascesa nei sondaggi non fa l’effetto panico e salto nel buio che scatenano i 5 Stelle ogni volta che si parla di loro, perché nelle cancellerie europee conoscono già la Lega, sanno distinguere tra le urla in piazza o nei salotti tv e il pragmatismo quotidiano dei suoi rappresentanti. E poi Salvini, a differenza di Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio, non disdegna la politica delle alleanze, non ha mai detto di voler fare tutto da solo. Chiede voti per contare, soprattutto nel centrodestra. Dove il rafforzamento della coalizione potrebbe avere l’effetto paradossale di indebolirlo.
Nel sistema proporzionale in campagna elettorale ognuno andrà per sé. E l’obiettivo della nuova Lega, con un nuovo simbolo uguale in tutte le regioni d’Italia, come annuncia Salvini a Roberto Di Caro (vedi l’articolo qui a fianco) sarà fare uno storico sorpasso su Forza Italia, per la prima volta dal 1994. Per poi convincere tutta la coalizione a indicare al presidente Sergio Mattarella il suo nome per Palazzo Chigi. Ma è difficile che l’operazione riesca, soprattutto se la coalizione dovesse allargarsi verso i moderati e i centristi, come punta a fare Berlusconi. Mai con Alfano, ha ripetuto fino alla noia Salvini, ma il ministro degli Esteri si sta rapidamente spostando verso Forza Italia, come in una canzone degli U2 molto evocati in questa estate 2017: a sort of homecoming, un ritorno a casa.
Alfano ha dato la prova d’amore distanziandosi dal governo e affossando la legge sullo Ius soli, per Salvini è un ravvedimento tardivo ma per Berlusconi invece è il segnale che i centristi sono pronti al balzo all’indietro, verso il punto da cui la legislatura era cominciata. Rinforzi arrivano anche dal gruppuscolo di Denis Verdini, ormai senza prospettiva se non quella di bussare alle porte di Arcore, e Formigoni, Albertini, Fitto. Tutti messi insieme i figliol-prodighi fanno una massa critica che può bloccare l’ascesa di Salvini e di Giorgia Meloni che nel frattempo all’ombra dell’immagine pop sta portando in Fratelli d’Italia fuoriusciti di Casa Pound, post-fascisti e fascisti dichiarati, quel che si muove all’estrema destra.
Il candidato premier cui pensa Berlusconi in caso di vittoria resta il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani. Felpato, prudente, istituzionale: il Paolo Gentiloni del centrodestra, suo compagno di liceo al Tasso di Roma. Ma l’ex Cavaliere non dimentica che nel ventennio precedente uno dei suoi giochi preferiti è stato quello chiamato: spacca la Lega. E al centro del gioco c’è sempre stata una pedina chiamata Maroni. Nel 1994 il Cavaliere puntò sul suo giovane ministro dell’Interno per bloccare Bossi che voleva far cadere il governo e dividere il Carroccio. Impresa fallita, perché tra mille tormenti alla fine Maroni rimase fedele al suo leader e Berlusconi fu costretto a lasciare Palazzo Chigi. Nel 2011, al contrario, Maroni, di nuovo ministro dell’Interno nel governo Berlusconi, guidò la corrente interna ai padani che voleva rovesciare l’asse tra Bossi e Silvio. Alla fine fu l’inchiesta giudiziaria sui soldi della Lega a spazzare via la leadership del Senatur e Maroni organizzò la mitologica notte delle scope a Bergamo, con i leghisti armati di ramazza per fare pulizia nel partito. Una ferita sanguinosa: ancora oggi Bossi è convinto di essere stato vittima di un complotto ordito dagli uomini dell’ex ministro dell’Interno. «Maroni ha il culo largo per stare in più poltrone», ringhiò il capo storico, ormai escluso da tutto.
Oggi la storia si ripete. Maroni non ha mai rotto i rapporti con Berlusconi, governa la regione Lombardia dal 2013 con una maggioranza che non ha mai mollato gli alfaniani, si prepara al referendum consultivo per chiedere ai lombardi maggiore potere al tavolo delle trattative con il governo centrale, come farà lo stesso giorno Luca Zaia in Veneto. La variante inaspettata potrebbe essere che al vertice del governo nazionale potrebbe esserci lui, Maroni. Un premier leghista che non è Salvini. In ottimi rapporti con il capo di Forza Italia e amico personale di Alfano, dai tempi in cui entrambi i delfini provavano a dare la spallata ai loro numeri uno Berlusconi e Bossi. A Bobo l’impresa è riuscita, a Angelino no. Ma ora va messa in piedi la stangata per Salvini. La beffa massima per il leader leghista: condizionare la politica italiana, vincere le elezioni e consegnare la vittoria a un altro, oltretutto del suo partito. Il Gioco dei Regni è appena iniziato.