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Opinioni
agosto, 2017

Cosa hanno lasciato questi dieci anni

Il professor Giulio Tremonti, apocalittico come sempre, nel ricordare i dieci anni della Grande Crisi che ha sconvolto il pianeta, ci ha deliziato alla vigilia di Ferragosto con una profezia catastrofista. Riassumiamo: le cause di quel lontano disastro sono ancora tutte lì, intatte e irrisolte, perfino ingigantite; galleggiamo tutti su un mare di liquidità eccessiva più di allora, addirittura esplosiva; la finanza, che sulla liquidità pasce e specula, ha subìto una mutazione genetica favorita dalla diffusione della rete e dall’uso che ne fanno i grandi network; e infine, divina il Nostro, siamo in agosto, mese tradizionalmente incline al manifestarsi di crisi finanziarie, e dunque sarebbe un miracolo se una nuova bolla non ci fosse... Allegria.

In effetti Tremonti - gufo dei gufi, direbbe Renzi - aveva già lanciato l’allarme nel 2006, e poi nel 2011, e aveva visto giusto, e se oggi ci dice che l’immagine con la quale spiegava allora i guai della finanza («È come vivere in un videogame, compare un mostro, lo combatti, lo vinci, ti rilassi e subito spunta un altro mostro più forte del primo») non rende la gravità della crisi di oggi, qualche preoccupazione ci deve venire. Del resto, non c’è niente ?di peggio in economia che ignorare i fenomeni o sottovalutarne gli effetti. Quando nel 2007 scoppiò negli Usa la crisi dei “subprime”, si pensò che sarebbe rimasta circoscritta al settore immobiliare, e invece il peso di quei mutui insostenibili sul reddito dei cittadini, e dunque sulla loro propensione ai consumi, fu tale da fermare gli ingranaggi dell’economia.

In Italia, sei mesi dopo l’esplosione della bolla finanziaria, si pensava evidentemente di vivere ancora nel migliore ?dei mondi possibili se Banca d’Italia e Tesoro davano il via libera all’acquisto di Antonveneta da parte di Mps a una cifra stratosferica: 16 miliardi di euro, di cui nove cash ?e sette a debito. Si dice che qui siano nati i primi germi ?che più tardi avrebbero infettato il sistema del credito. ?Ma ancora nel 2012, pressata da altre necessità, l’Italia rinunciò a sostenere le banche come invece avevano fatti Stati Uniti, Francia, Germania.

Guai a non cogliere ogni segnale, dunque. E allora, ?non è finita? Anche senza spingersi fino all’allarmismo tremontiano, osservatori ed economisti sono tutti assai prudenti e nessuno giurerebbe che ne siamo usciti del tutto. Quindi potremmo vedere nuove fiammate improvvise. Non aiutano in questo i messaggi di Donald Trump che sta sistematicamente smontando i freni che Barack Obama aveva posto a certa finanza troppo disinvolta. E però, nonostante le preoccupazioni, gli economisti continuano a dividersi non tanto sulle cause della crisi quanto sulle ricette per impedirne di nuove e sugli insegnamenti che ci ha lasciato. E non è cosa da poco perché questi dieci anni hanno provocato una devastazione economica, sociale e morale dalla quale sarà arduo risollevarsi: disoccupazione, impoverimento del ceto medio, disuguaglianze profonde, che poi sono all’origine dell’ondata di rabbia e insoddisfazione genericamente denominata “populismo”.

Le scuole di pensiero che si fronteggiano sono più o meno quelle di sempre, apparentemente inconciliabili: provate a trasferire alla politica questo stato di cose e potrete toccare con mano la confusione del momento. Dunque, due economisti attenti come Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, per esempio, hanno tratto dalla crisi tre lezioni - mutuate pari pari da un altro grande choc, quello del 1929 - che, almeno in apparenza, sembrano contraddire la loro ferrea dottrina liberista. La prima è che le banche centrali non devono mai far mancare liquidità all’economia: stavola la Fed americana e poi la Bce di Mario Draghi lo hanno fatto evitando così guai peggiori. La seconda è che bisogna fare di tutto per non far fallire le banche: chi lo ha fatto in tempo ha salvaguardato sistema e risparmiatori, chi si è mosso dopo (Italia), no.

La terza lezione è che far salire il deficit dello Stato in tempo di crisi per arginare la recessione non è un errore. Non sembrano proprio due allievi della scuola di Chicago…

Ma Alesina e Giavazzi correggono subito il tiro: utilizzare ?la spesa pubblica come strumento di stabilizzazione dell’economia, geniale intuizione di John Maynard Keynes, ?era ricetta giusta ieri, ma impraticabile oggi in stagione ?di debito pubblico eccessivo e di welfare diffuso.

C’è chi non la vede così. A Giorgio La Malfa, per esempio, allievo di Franco Modigliani, va riconosciuta la coerenza di battere sullo stesso tasto da molti anni, fin dall’inizio della Grande Crisi. Dalla quale trae anche lui tre lezioni, ma di segno opposto. La prima è che il capitalismo non è un bene in sé, e anche se oggi rispetto a ieri appare in buona salute, non è garanzia di stabilità perché alterna sviluppo a recessione. La seconda è che, lasciato a se stesso, il mercato produce gravi squilibri nella distribuzione del reddito che finiscono per ingrossare le file degli scontenti e degli arrabbiati. La terza lezione è che a differenza di Usa, Germania e Gran Bretagna, l’Europa non è stata in grado ?di adottare le misure necessarie per fronteggiare la crisi. Conclusione, se non si prende atto di queste lezioni, nulla esclude un’altra grande crisi. Gufo, pessimista, Cassandra, scegliete voi.
Non sono discussioni astratte, specie alla vigilia di una manovra finanziaria che dovrebbe essere scritta per segnare qualche novità, non per galleggiare. Gli indicatori dicono che ripresa c’è, e qualcuno azzarda che il peggio sia alle spalle, ma nessuno sa dire se si tratti di fiammata di breve periodo o no; anche la disoccupazione si riduce, ma i salari non salgono e frenano i consumi delle famiglie. C’è chi osserva che a fronte di una crescita contenuta sarebbe il caso di ridurre un debito monstre, e chi invece obietta che ulteriore austerità aumenterebbe i rischi di stagnazione. La verità è che nessuno sa quanto durerà questa fase di crescita fredda e quali siano le sue cause profonde. Per capirlo, però, non possiamo aspettare altri dieci anni. n

Twitter @bmanfellotto

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